Ma alla fine le piantagioni potrebbero rivelarsi una trappola ecologica per i varani

I varani giganti alla conquista delle piantagioni di palme da olio del Borneo

Dalle piantagioni scompaiono gli altri animali, ma prosperano varani d’acqua e civette malesi

[19 ottobre 2017]

Un tempo non molto lontano la grande isola del Borneo – divisa tra Indonesia (Kalimantan), i due Stati malesi di Sabah e Sarawak e il minuscolo Brunei – era ricoperto di foreste pluviali vergini, oggi gran parte abbattute per far posto a una monotona sequenza di piantagioni di palma da olio. Nel Sabah, nel nord.est del Borneo, le piantagioni coprono il 20% dell’intero Stato.

Lo studio “Increasing land-use intensity reverses the relative occupancy of two quadrupedal scavengers” pubblicato su Plos One da Joshua P. Twining e Robert M. Ewers del Department of Life Sciences dell’Imperial College London e Henry Bernard dell’Institut Biologi Tropika & Pemuliharaan  dell’Universiti Malaysia – Sabah, si occupa dell’impatto delle piantagioni di palma da olio sulla fauna e Twining, che ora lavora per  la Queen’s University Belfast, scrive su The Conversation: I problemi causati dall’olio di palma sono stati ben documentati. La deforestazione ha portato ad enormi incendi, a massicce emissioni di carbonio e spinto gli urangutang sull’orlo dell’estinzione».

Lo studio indaga su cosa succede all’interno delle piantagioni e su quali costi abbia sull’ecosistema e la biodiversità la conversione su vasta scale delle foreste pluviali in piantagioni di palme da olio.

Gli animali spazzini sono importanti quanto trascurati per comprendere come funzionano gli ecosistemi. «Forniscono servizi vitali tra cui la rimozione delle carogne – dice Twining – che è una componente cruciale nel riciclaggio di sostanze nutritive e nella prevenzione delle malattie. E la disgregazione di questi gruppi ha possibili implicazioni di vasta portata».

Per studiare come le comunità di animali spazzini si stia adattando alla nuova realtà delle piantagioni di palma da olio, il team di ricercatori, grazie al progetto Stability of Altered Forest Ecosystems (Safe)  ha realizzato delle trappole che ha installato lungo i fiumi del Sabah. Alcune delle trappole sono state piazzate  nella giungla vergine, altre in foreste in concessione con diversi livelli di disturbo e alcune direttamente  tra le palme da olio delle piantagioni. Le trappole hanno catturato 118 animali e i più numerosi tra loro erano la civetta malese (Viverra tangalunga) e il grande varano d’acqua del sud-est asiatico (Varanus salvator macromaculatus). Le esche delle trappole hanno anche attirato cani domestici, manguste dal collare (Herpestes semitorquatus), lontre lisce (Lutrogale perspicillata), manguste dalla coda corta (Herpestes brachyurus), cinghiali barbati (Sus barbatus)  e orsi del sole (Helarctos malayanus).  Twining sottolinea che «C’è stata una tendenza costante: più il territorio era disturbato, più trovavamo varani d’acqua, mentre il loro numero diminuiva mentre ci allontanavamo dalle piantagioni verso le foreste intatte. Infatti, nelle piantagioni di palma da olio, la civetta malese era l’unico mammifero autoctono registrato a fianco dei varani d’acqua, e anche questa specie preferiva siti di foresta di qualità superiore».

Ma perché questi grossi varani sembrano prediligere le piantagioni?

Il Varanus salvator macromaculatus  si è originariamente evoluto nelle mangrovie del sud-est asiatico  ed il suo s aspetto è rimasto sostanzialmente invariato per circa 17 milioni di anni. E’ adattato a una vita acquatica, come confermano  le sue narici poste in alto, sull’estremità di un muso allungato, che gli consentono di respirare nascosto sotto il pelo dell’acqua, inoltre è dotato di una lunga e potente coda frastagliata  che serve sia per nuotare che come arma da usare sia negli scontri con gli altri varani che per tenere alla larga i predatori.

Tra le popolazioni rurali del Borneo i varani d’acqua hanno una cattiva reputazione sia come mangiatori di carogne che come “parassiti”, ma nella maggior parte del loro areale sono cacciatori attivi con occhi adatti per rilevare il movimento, artigli per arrampicarsi e ghermire le prede e un arsenale di 60 denti rivolti all’indietro che si sono evoluti per causare lacerazione e sanguinamento nelle preda.

Twining spiega che «Questi “draghi” hanno una capacità fenomenale di mangiare quasi tutto ciò che può adattarsi al loro stomaco. La loro dieta comprende piccoli invertebrati, crostacei e anfibi fino ai mammiferi più grandi, agli uccelli e alle loro uova. Mangiano anche altri varani. Dato che lo stress a volte fa sì che i varani d’acqua rigurgitino il contenuto del loro stomaco, siamo stati in grado di fare alcune osservazioni della loro dieta opportunistica. Abbiamo trovato alcuni soggetti veramente dipendenti dai rifiuti umani, come ad esempio i noodle istantanei fino alle spine di porcospino, che sono così dure e appuntite che penetrano facilmente attraverso la pelle umana e dissuadono quasi tutti gli altri predatori. Questo consumo senza problemi è ciò che consente ai varani d’acqua di sopravvivere nel desolato territorio della palma d’olio. Nelle foreste naturali che circondano le piantagioni, si trovano ad affrontare la concorrenza di mammiferi spazzini e predatori di come gli orsi del sole, le lontre, le civette e le manguste. Lì, i monitor d’acqua si trovano solo in numeri relativamente bassi e di dimensioni significativamente più piccole. Ma quei mammiferi faticano a sopravvivere nelle piantagioni, dove la mancanza di ombra aumenta la temperatura e riduce la diversità delle piante lungo la catena alimentare. I sauri possono, ovviamente, gestire il caldo e la presenza extra di alimenti provenienti dai rifiuti umani significa che i varani d’acqua sembrano prosperare, raggiungendo dimensioni terrificanti e numeri elevati».

Ma un territorio pieno di grossi varani d’acqua diventa presto un campo di battaglia. A differenza delle lucertole più piccole che risolvono le loro controversie con segnali intimidatori e al massimo qualche morso o colpo di coda, i varani d’acqua combattono corpo a corpo: si alzano sulle muscolose gambe posteriori e, petto a petto, si strappano pelle e pezzi di carne con le loro terrificanti bocche, fino a che uno dei due maschi non cede.

E’ questa sopravvivenza del più forte che ha spinto i maschi della specie a raggiungere dimensioni formidabili, ma è anche una delle ragioni per cui gli habitat degradati come le piantagioni di palma da olio alla fine potrebbero rivelarsi una trappola ecologica per i varani d’acqua. «La facile disponibilità di cibo dai siti di rifiuti umani o dagli animali domestici – spiega ancora Twining – attrae più varani maschi, con un conseguente rapporto tra i sessi fortemente alterato. L’aumento della concorrenza per i migliori punti  nelle piantagioni significa quindi che utilizzano un sacco di energia e rischiano lesioni gravi solo per mantenere il loro territorio e combattendo con gli altri maschi. L’aumento del carico di parassiti causata dall’alta densità di varani che vivono in un’area, riduce la salute generale degli individui e, oltre ai costi energetici per gli adulti, aumenta la densità di una specie che cannibalizza i giovani della stessa specie, se ne deduce che bisogna prendere in considerazione la possibilità che gran parte dei giovani non raggiungano l’età adulta».

Per ora, questi grandi varani sembrano in salute e tra i grandi mangiatori di carogne del Borneo sono l’unica specie ad essersi adattate con successo alle piantagioni. Ma Twining  avverte che «a lungo termine, a causa del culminare degli effetti avversi, i varani d’acqua possono essere destinati alla stessa sorte degli orsi e degli altri mammiferi che una volta abitavano nello spazio oggi dominato dalla palma d’olio».