Riceviamo e pubblichiamo

Vent’anni di parchi: per un Ferragosto di riflessione sulle aree protette

[14 agosto 2013]

Anno di ricorrenze, di ventennali: la legge quadro sulle aree protette, la 394/91, sancì l’istituzione dei Parchi Nazionali del Cilento e Vallo di Diano, del Gargano, del Gran Sasso e Monti della Laga, della Majella, della Val Grande e del Vesuvio, cui seguirono le procedure per permetterne l’effettivo avvio gestionale.

Quest’anno ricorrono i vent’anni dei decreti istitutivi dei  Parchi Nazionali dei Monti Sibillini, delle Foreste Casentinesi Monte Falterone e Campigna, e delle Dolomiti Bellunesi: auguri e complimenti per i risultati raggiunti. Per la Val Grande fu promulgato, sempre nel 1993, il DPR di istituzione dell’Ente di gestione, e per il Gran Sasso e Monti della Laga fu emesso un decreto sulla perimetrazione. Il Parco Nazionale dell’Arcipelago della Maddalena fu istituito nel gennaio 1994, sfiorando per pochi giorni il ventennale in questo 2013.

Insomma, fu una stagione prolifica, che integrò il sistema dei parchi nazionali storici (Gran Paradiso e Abruzzo, Lazio e Molise hanno superato i novant’anni, e sono tutt’altro che appagati, anzi). Fecero seguito negli anni successivi istituzioni di altri enti di gestione (come per la Majella e il  Vesuvio, e le Cinque Terre), fino ai più recenti Appennino Tosco Emiliano , l’Alta Murgia, e l’ultimo nato, l’Appennino Lucano, Val d’Agri, istituito con DPR pubblicato in Gazzetta Ufficiale all’inizio del 2008. Ma oggi li vogliamo ricordare tutti,  senza dimenticare i parchi regionali e le aree marine protette, naturalmente.

Questa premessa ci offre lo spunto per una riflessione ferragostana. Tutte le aree protette lavorano alacremente per ottemperare agli obiettivi della legge quadro 394 del 1991 che, rammentiamo,  stabilisce quale prima finalità  la conservazione e la tutela di aree riconosciute meritevoli di speciale attenzione, sulla base di princìpi costituzionali e direttive internazionali ed europee (tra l’altro, se non si attuasse una seria politica di conservazione, non ci sarebbe poi granchè da tutelare, né da valorizzare…). Il sistema è già in affanno per  perseguire  l’obiettivo primario della Legge, in termini di risorse umane, prima di tutto, e poi organizzative e finanziarie. Tuttavia le attività di gestione sono ad oggi, a nostro avviso, il contributo sostanziale e non accademico alla Strategia nazionale per la biodiversità, con risultati importanti in assoluto, nonostante gli enti siano di piccole dimensione e “tuttofare”, alle prese tra l’altro con normative sempre più complicate.

Certamente fra gli obiettivi della Legge 394 c’è anche l’ applicazione di metodi di gestione o di restauro ambientale idonei a realizzare una integrazione tra uomo e ambiente naturale, cui seguono gli obiettivi di educazione ambientale e ricerca, di attività ricreative compatibili (con la conservazione), e poi la difesa e ricostruzione degli equilibri idraulici e idrogeologici. La Legge recita, inoltre, “In dette aree possono essere promosse la valorizzazione e la sperimentazione di attività produttive compatibili“.

Insomma, obiettivi ambiziosi, di un’ottima legge, poi specificati negli articoli successivi. Quest’estate ci hanno colpito alcune notizie. Come l’uccisione (ancora) di orsi, lupi e altra fauna in parchi nazionali, balzati all’onore della cronaca, giustamente con ampia condanna . Non bisogna dimenticare, però, che senza le aree protette queste specie forse non ci sarebbero più, in Italia.

Anche la vicenda delle esercitazioni militari nel Parco dell’Alta Murgia è stata significativa. Buone notizie, in merito, appena diffuse, ma quanta fatica e perseveranza dell’Ente gestore per stoppare una pratica evidentemente in contrasto con la conservazione, e di conseguenza con  risvolti sul turismo di qualità (che bello visitare un parco nazionale con il sottofondo di cannonate e sibilo di proiettili!). Poi è stata emanata la norma sul riordino dei Consigli Direttivi dei parchi nazionali. Otto componenti, di cui quattro di espressione locale. Basta un sindaco presidente e le comunità locali potranno avere il controllo dei parchi nazionali, nonostante la Costituzione preveda la competenza primaria dello Stato sugli ecosistemi e l’ambiente, e il paesaggio. Non è un’affermazione negativa sulle comunità locali, ci mancherebbe. Il loro contributo è fondamentale in aree comunque antropizzate e molti progetti devono alle comunità locali il loro successo, ma esiste una supremazia dello Stato sui beni comuni.

La riflessione concerne  un nodo fondamentale per il futuro dei parchi. Ovvero il proliferare di iniziative, proposte e dichiarazioni sul fatto che i parchi certo, devono conservare, ma devono produrre e magari auto finanziarsi. Convegni, incontri e dibattiti sulla greeneconomy. Concetto corretto in sè, ma facilmente storpiabile, quando ci sono le aree protette di mezzo (come lo sviluppo sostenibile). Abbiamo ricordato come la Legge quadro sia più che chiara, quando parla di attività produttive compatibili con la primaria conservazione, e ce ne sono sicuramente, con molte buone pratiche messe in atto dagli enti gestori, con progetti innovativi che basano economia di qualità proprio fondandosi sulle azioni di tutela.

Ci riferiamo ad altro. Ad esempio sono già (più che) aleggiate proposte di royalty ai parchi per compensare gli impianti anche impattanti per energie rinnovabili. Come se queste fossero sempre e comunque greeneconomy, dovunque, anche se impattanti (vedi eolico, ad esempio) in aree naturali in genere, e in quelle sottoposte per legge a uno speciale status di tutela in particolare (ma non sarebbe meglio favorire piuttosto il risparmio energetico e magari ricoprire di pannelli fotovoltaici gli sterminati metri quadrati dei tetti delle aree industriali?).

Crediamo che l’auspicata da anni, e finalmente annunciata riflessione dal ministro dell’Ambiente Orlando, a fine anno, sulle aree protette e biodiversità, con la presenza tuttavia di rappresentanti del mondo produttivo (come da intenzioni del Ministro ascoltate in alcune interviste), serva a un confronto sulle priorità delle aree protette. Serve un’analisi realistica e oggettiva delle norme e delle potenzialità operative dei parchi, con il coinvolgimento anche di coloro che ci lavorano quotidianamente, garantendo la continuità gestionale nel tempo, conoscendo molto bene le difficoltà prima di tutto affrontate per la conservazione e la sperimentazione di attività compatibili, in collaborazione con le comunità locali. Molti sono gli esempi di attività di successo,  compatibili con il grado di tutela stabilito dalla legge. Si può e si deve proseguire su questa strada

Buon ferragosto a tutti da 394 e buon lavoro, e, come sempre, viva le aree naturali protette: realtà concrete e portatrici sane di cultura ambientale in questo Paese, oggi più che mai necessaria.

di Elio Tompetrini, presidente Associazione 394