Wwf: «Moby Dick del Mediterraneo avvelenati da derivati delle plastiche»

Allarme per cetacei del Santuario Pelagos, alla vigilia della Giornata mondiale degli Oceani

[7 giugno 2017]

Una recente indagine pioniera condotta dal Wwf all’interno di una ricerca durata 7 anni nel Santuario dei mammiferi marini Pelagos, con biopsie di tessuti prelevati da circa 100 esemplari di cetacei, ha mostrato «un’elevata contaminazione di questi animali a sostanze tossiche. Nei tessuti di balenottere comuni, capodogli e globicefali sono state trovate tracce di ftalati, un additivo delle materie plastiche. Le femmine dei cetacei risultano meno contaminate degli esemplari maschi, per via dell’effetto di disintossicazione che avviene durante l’allattamento con cui trasferiscono i propri contaminanti al piccolo. Globicefali e capodogli risultano più contaminati tra quelli analizzati rispetto agli esemplari che si trovano nell’Atlantico, a conferma della “particolarità” del Mare Nostrum. Queste due specie sono infatti predatori all’apice della catena alimentare marina e quindi sono soggette a maggiori concentrazioni».

Secondo il Wwf, «La media di concentrazione del DEHP (lo ftalato più tossico) scoperta nei campioni di tessuto dei cetacei è di 1060 microgrammi per chilo, molto alta considerando che il livello “sentinella” è di 300 microgrammi per chilo. Gli ftalati hanno effetti tossici sulla fertilità e sullo sviluppo del feto.  Sono considerati anche interferenti endocrini e alcuni di essi sono classificati come cancerogeni. Il fatto più grave è che, contrariamente ad altre sostanze tossiche, gli ftalati e vengono metabolizzati rapidamente: questo dimostra quanto l’inquinamento per i cetacei che vivono nel Santuario Pelagos sia persistente. Inoltre, a differenza di globicefali e capodogli, il modo con cui si nutrono le balenottere, filtrando grandi volumi di acqua per estrarre il cibo, li rende particolarmente vulnerabili alla contaminazione da microplastiche. Tutti questi risultati sono un indicatore chiaro della situazione dei cetacei in tutto il Mediterraneo e non solo nel Santuario».

Lo slogan del World Oceans Day, che si celebra l’8 giugno in tutto il mondo è proprio  “Encouraging solutions to plastic pollution” ed è alla vigilia la Giornata Mondiale degli Oceani  che il Wwf  ha scelto per lanciare la sua campagna #GenerAzioneMare in un evento speciale che si tiene al la Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli. La Campagna prevede attività e progetti su 5 fronti cruciali per risolvere la crisi dei mari: «Lotta all’inquinamento, alla pesca eccessiva e a quella illegale, sostegno alla pesca sostenibile e educazione al consumo responsabile, difesa delle specie, come tartarughe e cetacei, tutela degli habitat costieri e di quelli con alto valore di biodiversità, come il Santuario Pelagos. Il lancio si collega anche agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile per difendere il Capitale Blu discussi nella prima Ocean Conference in corso in questi giorni a New York».

La presidente del Wwf Italia, Donatella Bianchi, sottolinea che «La contaminazione da plastica per balene, capodogli e globicefali che vivono nel Mare Nostrum dovrebbe essere un segnale di avvertimento per la nostra salute. Già gli studi della professoressa Cristina Fossi, dell’Università di Siena, avevano dimostrato la forte concentrazione di microplastiche nell’area del Santuario Pelagos.  Ma l’inquinamento da sostanze chimiche rilasciati dalle plastiche è solo uno dei pericoli che corrono i nostri mari. Per questo vogliamo creare una GenerAzione Mare che sia consapevole dell’importanza del valore degli oceani e allo stesso tempo capace di difenderlo da chi continua a impoverirlo – Se l’Oceano fosse un paese rappresenterebbe la settima economia mondiale. Il suo valore è stimato di almeno 24.000 miliardi di dollari tra prodotti ‘diretti’ come la pesca, e indiretti come turismo, educazione ed anche sottrazione di CO2 e biotecnologie. In questi anni abbiamo eroso questo ‘fondo di investimento pubblico’ sconosciuto, minacciando così le generazioni future. Questa rotta distruttiva può essere invertita con azioni chiave su sviluppo sostenibile, riduzione dell’inquinamento a partire dalle micro e macro plastiche, riduzione gas serra, tutela degli habitat, recupero degli stock ittici, cooperazione internazionale, partenariati pubblici e privati e tanta informazione».

In occasione dellla Giornata Mondiale degli Oceani   Il Wwf propone due approfondimenti sui più grandi rischi che corrono:

Valore Oceani perduto: i numeri della crisi

Oltre due terzi del valore economico annuo di base dell’Oceano dipende da beni legati a condizioni oceaniche sane. L’economia degli oceani è però ben lungi dal fornire quanto potrebbe proprio a causa della crisi dei mari. Nel Mediterraneo, lo studio MedTrends del WWF ha analizzato 10 settori economici marittimi mostrando una fotografia e le tendenze fino al 2030 che confermano il potenziale di perdita del  valore Natura. Il 20% del bacino dato in concessione per industria petrolifera e gas, con impianti gas off-shore quintuplicati entro il 2030; un tasso di trasporto marittimo che cresce ogni anno (4%), urbanizzazione costiera che invaderà oltre 5.000 km di litorale entro il 2025, acquacoltura in crescita (112% entro 2030 – solo per i paesi Ue). Unico settore che mostra una tendenza al calo è quello della pesca professionale: oggi il 93% degli stock ittici soggetti a valutazione è eccessivamente sfruttato e la tendenza di altri settori in espansione (attività minerarie, petrolio, gas) avranno chiaramente un ulteriore impatto negativo.  Un’altra piaga è la pesca illegale: ogni anno vengono pescate illegalmente nel mondo tra 11 e 26 tonnellate di pesce, con perdite annuali totali tra 10 e 23,5 miliardi di dollari. Le stime indicano che le catture INN (pesca illegale non dichiarata e non regolamentata) globali corrispondano ad un valore che oscilla tra il 13 e il 31% della produzione ittica dichiarata, con punte fino al 40% in alcune regioni. La disparità nei controlli tra i vari paesi sulle importazioni riesce a penetrare le maglie delle importazioni nei paesi Ue. L’Italia è il 7’ maggiore importatore di pesce ma persiste ancora una carenza di informazioni sulle procedure di controllo, sistemi che vanno migliorati a partire da un sistema di informatizzazione capillare. Il Wwf vuole contribuire a rendere più sostenibile e legale il mercato dei prodotti ittici in Italia e in Europa coinvolgendo i principali attori di filiera: pescatori, industria ittica, produttori/trasformatori, grande distribuzione, enti certificatori.

Ma la battaglia più difficile riguarda l’inquinamento da plastiche, una minaccia che abbiamo visto colpire anche specie simbolo come i cetacei ma anche tartarughe che ingeriscono sacchetti, fili da pesca e altro materiale: 8 milioni di tonnellate di materie plastiche ogni anno finiscono in acqua, oltre 150 milioni di tonnellate navigano in tutto il mondo. In mare aperto e sulle coste italiane la plastica rappresenta il 70-80% dei rifiuti marini. Il mediterraneo è tra i mari più colpiti: il suo ricambio di acque avviene ogni cento anni. Il 95% dei rifiuti accumulati sulle coste, sulla superficie dell’oceano e sui fondali è di plastica. Le sostanze chimiche presenti nelle plastiche o depositate sui microframmenti finiscono inevitabilmente nel nostro organismo, dopo essere entrata nelle catene alimentari, a cui accediamo per pescare. Secondo l’Istituto di scienze marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Lerici, il tratto di mare tra la Toscana e Corsica avrebbe la maggiore concentrazione di residui plastici: fino a 10 chili per chilometro quadrato, quattro volte quella oceanica. Il WWF sta promuovendo dei progetti di innovazione finalizzati a diminuire l’impatto della plastica e di altri materiali di scarto sugli ecosistemi marini costieri e del Mediterraneo, favorendo start-up giovanili.

Ancora poche le aree marine protette realmente tutelate: 

Appena l’1% del Mediterraneo è oggi realmente protetto: eppure ogni dollaro investito nella protezione marina triplica il suo valore a vantaggio dell’occupazione, della protezione costiera e della pesca, secondo un’analisi WWF condotta al livello globale. Una maggiore protezione degli habitat critici attraverso le Aree Marine Protette potrebbe portare a benefici netti fino a 920 miliardi di dollari entro il 2050, un potenziale economico formidabile. Il WWF sottolinea con progetti e attività di informazione i benefici delle Aree marine protette (oggi solo 76 su 1.140 nel Mediterraneo realmente protette), coinvolgendo tutti gli attori interessati.  Simbolo di queste aree è senz’altro il Santuario Pelagos, creato nel 1999 tramite un accordo internazionale per proteggere la ricca popolazione di mammiferi marini che vivono nella zona. Tra le 12 specie di cetacei presenti, capodoglio e delfino comune sono nelle liste rosse IUCN. Questi animali non vivono solo entro i confini di Pelagos ma si spingono verso le isole Baleari, nel Golfo del leone e al nord della Sardegna. È questo il motivo che ha spinto recentemente il WWF a chiedere un’estensione dei confini del Santuario, favorendo un approccio più integrato e completo alla conservazione dei cetacei.