Riceviamo e pubblichiamo

Zoo o centri di recupero? Un conflitto tra animalismo e tutela della biodiversità

[5 giugno 2017]

È fuor di dubbio che la sensibilità, la “compassione” nei confronti degli animali nostri fratelli minori e compagni di viaggio, rappresentino un sentimento nobile e che come tale merita il dovuto rispetto. Alcuni recenti avvenimenti sollecitano però delle riflessioni.

L’ultimo, che ha tenuto banco sui media, ha riguardato l’arrivo al Bioparco di Roma di una tigre del Bengala bianca sequestrata ai suoi proprietari circensi dopo la fuga avvenuta nel gennaio di quest’anno, mentre il circo si trovava a Monreale. Sui social ha subito preso piede un dibattito che ben presto ha assunto i toni di una contrapposizione tra opposte “tifoserie”, pro e contro l’utilizzo degli animali nei circhi.

Da un lato si è sostenuto che l’animale non fosse maltrattato né tanto meno denutrito, come riportato dai vari comunicati, dall’altro gli accertamenti dei veterinari avevano rilevato l’inadeguatezza delle condizioni di detenzione rispetto alle linee guida del ministero dell’Ambiente. Ma non sono questi gli aspetti sui quali è utile soffermarsi, bensì sull’utilizzo di una istituzione qual è il Bioparco di Roma.  Il “vecchio” Giardino zoologico, non essendo organizzato secondo un percorso logico, possedeva quella “elasticità” che aveva consentito in passato – soprattutto dopo il recepimento della convenzione Cites – di fornire accoglienza, più o meno temporanea, ad animali oggetto di provvedimenti di sequestro. Infatti questa sua “caratteristica” rendeva più facile l’inserimento di soggetti non previsti in alcuna forma di programmazione.

Con il passaggio a Bioparco, e quindi da una architettura tipicamente otto-novecentesca fatta di gabbie e recinti ad una moderna concezione che privilegia  specie-specifici exhibit, ampi spazi in cui si tende ad una fedele ricostruzione dell’habitat naturale, un eventuale utilizzo estemporaneo degli stessi può far sorgere delle criticità.

Nel caso in questione l’operazione accoglienza, in un’area di circa 1000 mq. appositamente realizzata per ospitare una coppia di tigri di Sumatra, (un intervento reso possibile da un contributo di 100.000 euro ricevuto nel 2015 da una fondazione che opera a livello planetario nel settore della conservazione della biodiversità), ha comportato il dimezzamento dello spazio a loro disposizione e una maggiore difficoltà di gestione dei due animali.

Questi felini, non più di 4/500 esemplari in libertà appartenenti ad una rara sottospecie – secondo alcuni zoologi specie distinte -, sono presenti al Bioparco all’interno di un programma europeo per le specie minacciate (Eep) che ha lo scopo di creare, attraverso la riproduzione in condizioni controllate, popolazioni ex-situ con l’obiettivo di una loro futura reintroduzione in natura o di un rafforzamento genetico di quelle selvatiche attraverso l’inserimento di uno o più esemplari.

Questa è la funzione principale di un moderno giardino zoologico: contribuire alla conservazione della biodiversità. Oltre ovviamente a quelle didattica, informativa, di sensibilizzazione, come riconosciuto dal D.lgs. 73/2005 che recepisce la direttiva europea del 1999, una delle legislazioni più avanzate in materia al mondo.

Viene allora da chiedersi: “È eticamente accettabile che risorse finanziarie e spazi a disposizione per la conservazione della biodiversità, sempre scarsissimi, vengano utilizzati per un animale che non ha nessun ruolo in questo senso?”. L’idea di trasformare il Bioparco di Roma in un centro di recupero, in un “santuario” per animali maltrattati, così come a più riprese prospettato dalle Associazioni animaliste e ora anche dall’Amministrazione capitolina, pur se meritoria nelle intenzioni, snaturerebbe completamente la funzione dell’istituzione tradendone i principi fondativi e arrivando, come conseguenza ultima, anche a mettere in discussione la Licenza Zoo rilasciata dal ministero dell’Ambiente che, nel caso di un eventuale ritiro, porterebbe alla sua chiusura al pubblico.

Più opportuno sarebbe rafforzare l’azione del Bioparco nel campo della ricerca scientifica e della partecipazione a progetti internazionali realizzando al contempo, in un sito di proprietà demaniale (Roma ne possiede di bellissimi ed adeguati nella sua cintura metropolitana), una struttura che vada incontro ai desiderata delle Associazioni dove potrebbe essere ricondotto, ad esempio, anche un più ampio settore per il Centro di recupero della fauna selvatica gestito attualmente dalla Lipu all’interno del Bioparco, più idoneo alla riabilitazione di individui che devono essere rilasciati in natura.

L’animalismo, il conservazionismo, l’ambientalismo hanno ambiti ideologici e operativi che pur seguendo spesso percorsi paralleli tendono ad obiettivi diversi, così come a differenti target di riferimento. Una sovrapposizione dei ruoli, la confusione delle identità, possono portare a paradossi come quello che ha visto il Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise  avventurarsi in un’operazione dal sapore animalista come quella del recupero dei tre orsi albanesi, poi ospitati in una sua area faunistica.

Il convegno che l’Accademia dei Lincei e l’Anms tengono a Roma il 6 giugno sui “Musei del vivo”, cioè arboreti e zoo nati dall’iniziativa privata, rappresenta una ghiotta occasione per capire qualcosa di più sull’argomento.

di Corradino Guacci, Società italiana per la storia della fauna “Giuseppe Altobello”