Intanto Repsol vuole trivellare in Alaska, nonostante la moratoria di Obama

Artico, parlamento europeo: vietare l’estrazione di gas e petrolio nel “mare ghiacciato”

Ma la formula è contraddittoria e apre uno scontro con la Norvegia

[20 marzo 2017]

Con una risoluzione votata il 16 marzo e approvata con 483 sì, 100 no  e 37 astenuti, gli eurodeputati hanno chiesto norme di salvaguardia per il vulnerabile ecosistema dell’Artico, introducendo «il divieto di estrazione di petrolio» e chiedendo che venga mantenuyta come «zona di cooperazione a bassa tensione».

Il Parlamento europeo ha sottolineato che «I cambiamenti climatici stanno creando nuovi problemi ambientali e di sicurezza, poiché con lo scioglimento della calotta artica si aprono nuove rotte di navigazione e nuove zone di pesca e aumenta la competizione per le sue risorse naturali».

La co-relatrice,  la finlandese Sirpa Pietikainen, del Partito di Coalizione Nazionale Kansallinen Kokoomus (Patito popolare europeo),  ha sottolineato che «La regione artica è molto sensibile e vulnerabile. Se distruggiamo quest’area sfruttandone le risorse in maniera non sostenibile, non distruggiamo solo una regione unica, ma acceleriamo anche il cambiamento climatico, riduciamo le nostre possibilità di avere acqua pulita e gli effetti sulla riserva ittica saranno devastanti».

Infatti, gli eurodeputati hanno evidenziato che «L’Artico si sta riscaldando a velocità doppia rispetto alla media mondiale e che il mare ghiacciato è diminuito in maniera significativa a partire dal 1981, al punto da essere circa il 40% più piccolo rispetto all’estate di 35 anni fa. I 4 milioni di persone che vivono nella regione artica, più tutta la flora e la fauna ivi presente, sono le prime a subire le conseguenze negative dell’aumento dell’inquinamento».

Per questo l’Europarlamento ha ribadito che «Il vulnerabile ambiente artico e i diritti fondamentali dei popoli indigeni devono essere rispettati e protetti con salvaguardie più rigorose» e ha chiesto d i vietare «trivellazioni petrolifere nelle acque ghiacciate artiche dell’Ue e dello Spazio economico europeo (See),  come pure l’utilizzo di combustibili fossili che potrebbe accelerare ulteriormente il cambiamento climatico». Inoltre i deputati europei hanno reiterato la loro richiesta del 2014 di «bloccare l’uso di olio combustibile nei trasporti marittimi nel Mar Artico. Se ciò non fosse possibile data la situazione internazionale, la Commissione dovrebbe creare delle norme che proibiscano l’uso e il trasporto di olio combustibile (Hfo) su navi dirette verso i porti dell’Ue».

Il co-relatore,  Urmas Paet, del Partito riformatore estone/Eesti Reformierakond (Alleanza dei liberali e democratici per l’Europa – Ald) ha ricordato che «“L’importanza geopolitica dell’Artico sta crescendo. Il nostro scopo principale è quello di mantenere la regione come un’area di bassa tensione e non bisogna evitare la militarizzazione dell’Artico». A preoccupare gli eurodeputati è soprattutto «la crescente presenza di forze armate russe nell’Artico, che dal 2015 hanno fondato almeno sei nuove basi a nord del Circolo Polare Artico, inclusi sei porti in acque profonde e 13 aerodromi». Ma hanno anche fatto notare «Il crescente interesse della Cina nell’accesso a nuove rotte commerciali e a nuove risorse energetiche» e, sottolineando gli sforzi per mantenere l’Artico una zona a bassa tensione, hanno evidenziato «Il ruolo importante del Consiglio Artico nel mantenere una cooperazione costruttiva, bassa tensione e stabilità nella regione».

Bellona, l’associazione ambientalista/scientifica Norvegese/Russa/europea fa però notare che in realtà «Il

Parlamento europeo ha respinto il divieto totale di trivellazione petrolifera e di gas nell’Artico, ma ha approvatouna richiesta di impedire l’eslorazione petrolifera nel mare ghiacciato. Infatti, gli eurodeputati hanno respinto con 414 voti contro 180 una mozione che chiedeva alla Commissione Ue e agli Stati membri di lavorare a livello internazionale per «Un futuro divieto totale di estrazione di petrolio e gas nell’Artico».

Bellona è comunque abbastanza soddisfatta dell’esito finale del voto, perché ha avuto il merito di aprire una discussione sull’Artico e questo nonostante la lobby petrolifera abbia accolto con grande soddisfazione un voto che non mette al bando le trivelle nell’Artico.

Ma Sigurd Enge di Bellona dice che la risoluzione pone l’accento sul fatto di allontanare le trivellazioni dalle zone vulnerabili e dalle aree marina ricoperte di ghiaccio durante l’inverno: «La formulazione è chiara: il Parlamento europeo vuole un divieto di trivellazioni petrolifere nell’Artico. Bellona è lieta che i politici europei siano consapevoli della vulnerabili dell’Artico e che inviino segnali forti agli Stati artici».

Bellona pensa soprattutto a come reagirà la Norvegia, che si oppone al divieto e che ha annunciato un numero record di licenze esplorative di petrolio e gas nel Mare di Barents. Il governo di cntro-destra norvegese, che in campagna elettorale disse che avrebbe impedito nuove trivellazioni nell’Artico, ora dice che le piattaforme petrolifere e gasiere potranno essere installate solo lontano dalle zone che ghiacciano nei mesi invernali, ma Ange è convinto che la definizione di “icy Arctic water” approvata dall’Europarlamento solleverà un vespaio di polemiche su cosa sia “l’acqua gelida”e che questa definizione potrebbe impedire alla Norvegia di concedere licenze di trivellazione in aree limitrofe a quelle dove il ghiaccio ricopre il mare in inverno, perché i contratti di locazione norvegesi sono in chiara contraddizione con ciò che dice il voto dell’Ue: «Questa è una definizione vaga che costringerà a discutere su dove sia il confine della regione artica. In entrambi i casi, deve essere al di là di ogni dubbio che tutte le aree a nord di – e 50 km a sud di – dei confini del ghiaccio rientrano nella nozione di ‘acque artiche ghiacciate”».

Il limite del mare ghiacciato, così come definito dal Norwegian polar institute e dall’Institute of marine researc, rappresenta da tempo il confine che tiene lontana l’industria petrolifera norvegese dall’Artico e lo scioglimento dei ghiacci provocato dal riscaldamento globale potrebbe spingere il governo di Oslo ad addentrarsi in acque prima poibite, per questo, secondo Enge, alla fin Ue e Norvegia dovranno confrontarsi sulla definizione delle “acque ghiacciate” per definire il futuro quadro normativo cmune.

Per Enge la definizione data dall’Europarlamento lascia poca scelta alla  Norvegia che quella di tornare alle definizioni di copertura di ghiaccio enunciate dai suoi due istituti di ricerca, e farebbe bene a farlo subito per evitare probabili flop economici: «La Norvegia deve usare queste definizioni per evitare investimenti che potrebbero diventare inutili nella futura politica artica europea. L’International maritime organization Onu, mette a disposizione il Polar Code  che ornisce una definizione di ciò che costituisce le acque artiche. Secondo tale definizione, il confine dell’Artico corre da Bear Island nell’Arcipelago delle Svalbard fino a Capo Kanin in Russia. Quella mappa, significa che le concessioni petrolifere recentemente annunciata dalla Norvegia sono in violazione di questa definizione». Il Polar Code giustifica le limitazioni alle trivellazioni nell’Artico a causa delle grandi difficoltà ad intervenire in caso di fuoriuscite di petrolio.

«Non c’è nessuna ragione per cui le cose possano essere differenti per gli impianti petroliferi o per le navi. Sia le Nazioni Unite che il Parlamento europeo hanno parlato. Ora è il momento per la Norvegia ascolti».

Intanto Greenpeace annuncia che la multinazionale petrolifera spagnola Repsol è pronta a violare la moratoria istituita a fine legislatura dell’ex presidente Usa Barack Obama sull’estrazione petrolifera nell’Artico Usa. Repsol ha scperto un giacimento da 1,2 miliardi di barili di greggi a nord dell’Alaska, la maggioranza a terra ma in buona parte anche nel Mar Artic. Greenpeace ricorda che il premier canadese Justin Trudeau e Obama stabilirono «Un precedente storico per la protezione delle acque artiche: qualsiasi attività commerciale nelle regioni artiche di questi Paesi docvrà essere in linea con gli obiettivi climaticiinternazionali ed essere soggette a un “test climatico”. Questo comprende i progetti di trivellazione e sfruttamento di combustibili fossili».

Ma nel 2008 il governo repubblicano dell’Alaska ha concesso alla Repsol la licenza per estrarre petrolio in una concessione della quale dispone del 25% delle azioni. La portavoce di Greenpeace Pilar Marcos conclude: «Questo greggio è una bomba climatica, per questo, celebrare questa scoperta è come festeggiare che una compagnia climatca si arricchirà a danno delle vittime del cambiamento climatico».