Biocarburanti nelle aree marginali per produrre il 3% dell’energia italiana

Come “coltivarli” senza consumare suolo agricolo

[8 luglio 2015]

Biocarburanti 1

Secondo quanto scrive Chiara Piccini nell’articolo “10% di biocarburanti senza rimetterci neanche un panino”  pubblicato su  Materia Rinnovabile, il bimestrale della bioeconomia e dell’economia circolare, Lo sfruttamento delle aree marginali, cave e miniere a cielo aperto esaurite per realizzare  coltivazioni bioenergetiche è una soluzione concreta allo studio in Europa e in Italia e «Nel nostro paese, la coltivazione di colture bioenergetiche in queste zone potrebbe far fronte a più 3% del fabbisogno energetico nazionale. Una soluzione che consentirebbe di riqualificare e ridare funzionalità, e quindi opportunità di sviluppo, ad aree abbandonate e degradate, nonché di dare nuovo slancio alla industria italiana della produzione di bioenergia senza entrare in conflitto con le produzioni agroalimentari».

In Italia la superficie disponibile per le colture bioenergetiche è circa  2 milioni di ettari e di questi 200.000 sono aree pubbliche incolte delle quali spesso le amministrazioni pubbliche non sanno cosa fare, ma che potrebbero diventare una risorsa preziosa.

Per ridurre consumo di suolo e i suoi impatti e non togliere terreno alle coltivazioni per usi alimentari, si potrebbero utilizzare i terreni marginali. per le colture bioenergetiche, cioè «aree che per le loro caratteristiche climatiche, pedologiche o colturali sono inadatte all’uso agricolo tradizionale (coltivazione, uso forestale e pascolo). Esempi ne sono le cave e le miniere a cielo aperto esaurite o dismesse, le discariche chiuse o abbandonate, le aree industriali dismesse, le aree degradate e inquinate».

Ci sono piante  che crescono anche in terreni contaminati da metalli pesanti e che possono essere utilizzate come biomasse per la produzione di energia. Secondo Materia Rinnovabile «Un’altra interessante prospettiva –  deriva dall’utilizzo di piante a semina autunnale capaci di svilupparsi in condizioni di scarso apporto idrico. Questo diminuirebbe drasticamente la quantità di acqua utilizzata nel processo di “valorizzazione energetica” (oggi per produrre un litro di biodiesel servono complessivamente 4.000 litri di acqua)

Con una capacità produttiva di oltre 2 milioni di litri all’anno nel 2011, l’Italia è quarta nell’Ue, dopo Germania, Francia e Spagna, per produzione, ma secondo Materia Rinnovabile  «Il potenziale dell’industria è largamente inutilizzato tanto che, a fronte di una produzione interna stabile, la crescente domanda del mercato è soddisfatta con un aumento delle importazioni». Quindi sfruttare le  aree marginali degradate potrebbe dare un contributo significativo allo sfruttamento ottimale del potenziale produttivo italiano,  come l’aumento della raccolta delle biomasse residuali, cioè il  recuperare quegli scarti diffusi, disponibili nel settore agricolo (potature), forestale (residui forestali) e dell’agroindustria (gusci e sanse) che spesso rimangono inutilizzati o vengono distrutti impropriamente.