Biodiversità, è in vigore a tutti gli effetti il Protocollo di Nagoya. Manca l’Italia

[16 luglio 2014]

Il segretariato della Convention on biological diversity ( Cbd) comunica che il Protocollo di Nagoya sull’accesso alle risorse genetiche e l’equa condivisione dei benefici derivanti dal loro utilizzo è stato finalmente ratificato da più di 50 Paesi, ed è quindi entrato in vigore a tutti gli effetti. Hanno infatti firmato recentemente Bielorussia,  Burundi, Gambia, Madagascar, Mozambico, Niger, Perù, Sudan, Svizzera, Vanuatu e Uganda, ma la fatidica quota 50 è stata superata grazie all’adesione dell’Uruguay.

Il Protocollo di Nagoya era stato adottato  4 anni fa in Giappone dalla decima Conferenza delle Parti della Cbd  e dal febbraio 2011 era iniziata la fase di adesione. La Federparchi prende atto con soddisfazione dell’entrata in vigore di questo strumento internazionale e spiega che «L’obiettivo del Protocollo consiste nella giusta ed equa condivisione dei benefici che derivano dall’utilizzazione delle risorse genetiche, ivi incluso l’appropriato accesso alle risorse genetiche e l’appropriato trasferimento delle relative tecnologie.    Adesso, con l’entrata in vigore del nuovo pacchetto di regole, l’Italia e gli altri  Paesi firmatari adottano un quadro giuridico condiviso che faciliterà l’accesso alle risorse genetiche e alle conoscenze tradizionali e sosterrà la giusta ed equa ripartizione dei vantaggi con il paese fornitore e le comunità indigene».

Il problema è che l’Italia ha firmato il Protocollo di Nagoya il 23 giugno 2011 ma non lo ha ancora ratificato e quindi non risulta ancora come Paese aderente, se non attraverso l’Unione europea che lo ha ratificato il 16 maggio 2014. Infatti nella lista dei Paesi che hanno sottoscritto il Protocollo, oltre ai 12 di più recente entrata, ci sono:  Unione Europea, Albania, Benin, Bhutan, Botswana, Burkina Faso,  Comore, Costa d’Avorio, Danimarca, Egitto, Etiopia, Figi, Gabon, Giordania, Guatemala, Guinea Bissau, Guyana, Honduras, India, Indonesia, Kenya, Laos,  Mauritius, Messico,  Micronesia, Mongolia, Myanmar, Namibia,  Norvegia, Panama, Rwanda,

Samoa, Seychelles, Siria, Sudafrica, Spagna,  Tagikistan,  Ungheria, Vanuatu e Vietnam.  Ma Federparchi ha comunque ragione a dire che «Il protocollo rappresenta un risultato storico in quanto costituisce un possibile anello di congiunzione tra le politiche per la conservazione della biodiversità e quelle per la lotta alla povertà. Esso, infatti, garantendo ai Paesi che dispongono di una ricca biodiversità la ripartizione dei benefici derivanti dall’utilizzo delle risorse, li incoraggia a preservare questa inestimabile ricchezza. Con la ratifica da parte di oltre 50 paesi (il numero minimo per l’entrata in vigore) il protocollo stesso è adesso ufficialmente valido.  Per l’Italia si tratta di un passaggio importante perché la prima riunione delle Parti del Protocollo di Nagoya sarà organizzata ad Ottobre in Corea del Sud, in occasione della 12esima Conferenza delle Parti della Cbd, proprio sotto la presidenza dell’Ue a marchio Italia (che magari ne potrebbe approfittare per aderire ufficialmente anche come Paese, ndr). Le implicazioni del protocollo sono inoltre significative anche per le aree protette, per le molteplici implicazioni rispetto alle risorse genetiche, anche se saranno soprattutto i paesi del terzo mondo a beneficiarne».