Cambogia, l’esercito attacca gli operai tessili in sciopero [PHOTOGALLERY]

[3 gennaio 2014]

Ieri un centinaio di soldati della Cambogia in tenuta anti-sommossa, armati di manganelli e fucili d’assalto, hanno attaccato gli operai in sciopero che bloccavano l’accesso di una fabbrica ad una ventina di chilometri dalla capitale Phnom Penh. Gli operai tessili cambogiani  chiedono da mesi il raddoppio dei salari e sono sostenuti dalla principale forza di opposizione, il Parti de sauvetage national du Cambodge e da diversi sindacati.

Chhorn Sokha, un attivista dei diritti civili del Community Legal Education Center, ha detto alle Reuter: «I soldati hanno picchiato tutti. Avevano bastoni, manganelli elettrici, fionde e pietre. Almeno 10 manifestanti sono stati arrestati e non è ancora noto a quanti sia stato fatto del male». I soldati hanno attaccato anche i fotografi, compreso uno della  Reuters, ed avrebbero picchiato anche un monaco buddista. Dopo due settimane di scioperi, il  governo cambogiano sembra aver ordinato il pugno duro contro una protesta che fino a ieri era stata sostanzialmente pacifica, ma che ha visto cortei e dimostrazioni senza precedenti in Cambogia.

L’Agence Kampuchea Press (Akp) scrive che «Il ministero del lavoro e della formazione professionale (Mtfp) ha inviato martedi delle lettere sparate al Parti de sauvetage national du Cambodge (Cnrp) ed a 6 sindacati chiedendo loro spiegazioni per quel che riguarda la violenza e gli atti illegali commessi da alcuni gruppi contro le fabbriche il 24 dicembre».  Il ministro del lavoro cambogiano, Ith Samheng, accusa: «Questi gruppi hanno affermato di essere membri del Cnrp e di questi 6 sindacati» e per questo ha chiesto al presidente del Cnrp, Sam Rainsy, ed ai presidenti dei sindacati di rispondere urgentemente per scritto alla lettera.

La tempistica è molto sospetta e sa di preparazione all’attacco poliziesco agli operai in sciopero: lo stesso giorno la Garment Manufacturers Association in Cambodia (Gmac) l’associazione degli imprenditori tessili, ha chiesto al governo di prendere urgentemente provvedimenti «Contro questi gruppi estremisti che hanno continuato a perturbare ed a minacciare gli operai per farli partecipare agli scioperi», poi, con una incredibile faccia tosta, la Gmac ha chiesto ai leader sindacali di non coinvolgere gli investitori privati in un conflitto politico.

Gli scioperi un primo successo lo hanno comunque ottenuto: il 31 dicembre il Mtfp ha annunciato l’aumento del salario minimo degli operai tessili fino a 100 dollari a partire dal primo febbraio 2014 ed ha detto che istituirà un gruppo di lavoro per studiare l’aumento dei salari operai in futuro. Il 24 dicembre il salario minimo era stato portato a 95 dollari al mese a partire da aprile 2014, con la promessa che verso il 2018 avrebbe raggiunto i 160 dollari, con un aumento annuo di circa 15 dollari. Un accordo che non ha soddisfatto i sindacati meno legati al governo ed i lavoratori che esigono un salario minimo mensile di 160 dollari fin dal 2014. La protesta è fortemente sostenuta dal Cnrp, che accusa il regime di aver truccato le elezioni sottraendogli con la frode  ben 2 milioni di voti nelle elezioni del luglio 2013, ma i veri protagonisti sono i circa 350.000 lavoratori delle fabbriche di abbigliamento che non mollano e scendono in piazza da mesi.

Gli industriali e il governo autoritario di Hun Sen, che governa con brogli e pugno di ferro la Cambogia da 28 anni,  temono la rabbia operaia perché la filiera della moda pronta è essenziale per l’economia cambogiana, dove ci sono più di 500 fabbriche tessili che danno lavoro a 510.000 lavoratori con stipendi da fame. Tra gennaio e novembre 2013 la Cambogia ha esportato moda pronta per 5,07 miliardi di dollari, con un aumento del 22% rispetto allo stesso periodo del 2012.

Lo sciopero del 2 gennaio  ha bloccato brevemente le strade a Phnom Penh, ma soprattutto minaccia di paralizzare un’industria che porta molta valuta estera in  Cambogia, uno degli Stati più poveri dell’Asia, ma molte delle entrate finiscono nelle tace della cricca di Hun Sen che controlla gran parte dell’economia.  Gap Adidas, Nike e Puma sono tra i grandi marchi che esternalizzano la produzione di calzature e abbigliamento nelle miserabili fabbriche cambogiane, diventate come costo del lavoro più convenienti di quelle cinesi.

In Cambogia negli ultimi anni i salari sono addirittura diminuiti, calando di quasi il 20% tra il 2001 e il 2011. A maggio il salario minimo degli operai tessili era di soli 60 dollari al mese ed il governo lo ha portato a 80 dollari giusto prima delle elezioni, il più grande aumento di oltre un decennio. L’attuale paga dei lavoratori dell’abbigliamento è ora pari a quella del 2000. Sta qui la vera ragione dei 131 scioperi messi in atto dagli operai cambogiani  tra gennaio e novembre 2013, durante i quali a maggio la polizia ha ferito almeno 23 manifestanti con manganelli elettrici e ne ha ucciso uno durante uno sciopero a novembre.  A giugno la lotta dei lavoratori è costata il licenziamento a 300 di loro che chiedevano l’aumento dello stipendio.

I lavoratori tessili cambogiani non sono i soli a protestare: i loro colleghi del Bangladesh, un altro centro dell’abbigliamento mondiale a basso costo, chiedono un incremento del salario minimo rispetto a quello offerto dal governo e sono stati accolti con cannoni ad acqua e proiettili di gomma e gli scioperi sono stati funestati da decine di feriti. In Bangladesh si vota il 5 gennaio ed anche qui il governo tecnico di transizione accusa il Nationalist Party e i sindacati di sobillare i lavoratori a fini politici.

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