Chernobyl (e la guerra) non ha insegnato niente: l’Ucraina costruirà nuove centrali nucleari

[4 settembre 2014]

Chernobyl, il simbolo delle tragedie nucleari, è in Ucraina. Quando avvenne il più grosso disastro conosciuto del nucleare civile – insieme al più recente di Fukushima – allora il Paese era una repubblica dell’Unione Sovietica. Quel tragico 26 aprile del 1986 rappresentò una svolta nella percezione della pericolosità del nucleare da parte dell’opinione pubblica mondiale e avvelenò (e avvelena ancora) di radioattività un’ampia area ai confini tra Ucraina, Bielorussia e Russia. Una zona proprio al vertice nord dell’area di crisi dell’attuale guerra civile ucraina.

E’ per questo che è davvero preoccupante che il premier (ad interim e uscente) dell’Ucraina, Arseni Iatseniuk, un uomo di destra vezzeggiato dalle cancellerie occidentali ma uno dei maggiori colpevoli delle troppe scelte avventuriste del nazionalismo ucraino che, insieme alla ribellione indipendentista filo-russa, ha precipitato l’Ucraina nel caos, nel sangue e in una guerra fratricida, abbia annunciato che il suo stremato e poverissimo Paese «ha deciso di costruire dei  nuovi reattori nucleari in Ucraina per aumentare la produzione di elettricità attraverso le centrali nucleari sicure». Chissà perché, invece, a molti è venuto subito in mente il riarmo nucleare annunciato da quell’altro bel tomo di Vladimir Putin per contrastare il rafforzamento della presenza militare (e nucleare) della Nato nei Paesi dell’Europa orientale che facevano parte del Patto di Varsavia.

In Ucraina attualmente ci sono in funzione 4 centrali nucleari – Zaporojie, Khmelnitski, Rovno e Ukraina del sud –  con 15 reattori dotati di tecnologia russa, o meglio sovietica: 13 sono reattori VVER-1000 e 2 VVER-440 (Vodo-Vodyanoi Energetichesky Reaktor), poi c’è il cadavere radioattivo della  centrale nucleare V.I. Lenin, a 3 Km dalla città proibita di Pryp’jat e a 30 dalla città fantasma di Cernobyl, dotata di 4 reattori RBMK (Reaktor Bolšoj Moščnosti Kanalnyj) che producevano 4 GW di energia elettrica.  

Questi ferrivecchi sovietici producono ancora il 47% dell’energia della quale ha bisogno l’Ucraina, il restante 53% dovrebbe essere fornito da centrali a carbone (in gran parte proveniente dal bacino del Donbass, l’area dove è scoppiata la guerra tra esercito ucraino e milizie ribelli delle “repubbliche popolari” filo-russe) e da centrali a gas che funzionano (o meglio funzionavano) con il gas russo. In Ucraina sul gas russo non si può più fare credibilmente affidamento, la guerra ha bloccato l’80% delle miniere nel Donbass e nel Paese scarseggia già l’elettricità mentre si avvicina il freddo inverno dell’Europa Orientale.

Una carenza energetica e un’emergenza sociale che non saranno certo risolte costruendo costosissime centrali nucleari che, se andrà bene, saranno pronte tra più di 10 anni, in una delle aree più a rischio del mondo e dove non si sa ancora che fare delle macerie radioattive di Chernobyl che continuano a spargere malattia, morte e mutazioni genetiche in piante, animali e uomini.

Ma Iatseniuk ha comunque annunciato che l’Ucraina «firmerà degli accordi sulla costruzione di nuovi reattori nucleari entro la fine dell’anno». Se ricordiamo bene tra i pretendenti ci sono anche multinazionali giapponesi, così il cerchio Chernobyl-Fukushima si chiuderebbe proprio dov’è iniziato, in Ucraina.