Ma nel solo 2012 l’Europa ha speso in totale circa 545 miliardi di euro per le importazioni fossili

Clima e energia, il Consiglio Ue decide di… rinviare

Gli ambientalisti: «Scelta miope. Urge accordo chiaro e ambizioso in vista del vertice di New York»

[21 marzo 2014]

Il tanto atteso Consiglio europeo che doveva decidere sul pacchetto clima-energia dell’Ue per il 2030 ha scelto di rinviare a «non oltre ottobre 2014».  Legambiente l’ha subito definita «una scelta miope che rischia di compromettere il processo verso il nuovo accordo globale sul clima da sottoscrivere a Parigi nel dicembre 2015. Serve con urgenza – come sottolineato nella dichiarazione congiunta dello scorso 3 marzo di 13 paesi tra cui Italia, Germania, Francia e Regno Unito – un accordo che consenta all’Europa di dotarsi di obiettivi chiari e ambiziosi in vista del Vertice di New York del prossimo 23 settembre, promosso da Ban Ki-Moon per rilanciare l’azione globale sul clima».

Il Consiglio europeo ha ignorato a risoluzione approvata dal Parlamento Ue il 5 febbraio, dove si evidenziava la scarsa ambizione della proposta della Commissione stessa, e si proponeva per il 2030 tre obiettivi vincolanti anche a livello nazionale: riduzione del 40% delle emissioni di CO2, un aumento al 30% delle rinnovabili e al 40% dell’efficienza energetica. «Da una prima valutazione tecnica della posizione del Parlamento – evidenzia Legambiente – emerge che il raggiungimento combinato dei due obiettivi per rinnovabili ed efficienza energetica consentirebbe una riduzione interna delle emissioni di CO2 del 45-54% anziché del 40%. Un contributo indispensabile per sviluppare un’economia europea a basse emissioni di carbonio che – come evidenzia il recente rapporto sulla competitività del settore energetico europeo della Commissione  – può creare nuove opportunità economiche dal punto di vista dell’occupazione, dell’innovazione e dello sviluppo di tecnologie pulite. Una sfida che l’Europa e l’Italia non possono fallire».

Dopo l’esito pilatesco del Consiglio europeo anche Monica Frassoni e Francesco Ferrante, esponenti di Green Italia, commentano amaramente quello che appare un dato di fatto: «Oggi l’Europa e la sua rappresentanza politica smarriscono la propria vocazione di leadership sul tema della lotta al cambiamento climatico», definendo il risultato odierno «la conferma che la lobby industriale fossile ha convinto alla frenata i leader europei, insistendo sul vecchio (e ingiustificato) modo di pensare secondo il quale azione per il clima e ripresa economica sarebbero in contraddizione Questa decisione è inspiegabilmente in contrasto con i risultati di una ricerca commissionata dalla stessa Commissione Ue, che dimostra come obiettivi più elevati in materia di clima ed energia porterebbero ad un risparmio sui costi sanitari, ridurrebbero la dipendenza dalle importazioni di energia e non influenzerebbero significativamente il Pil. Il semestre europeo a guida italiana, nell’anno che l’Ue dedica alla green economy, riserva dunque al premier italiano Renzi l’occasione formidabile di dimostrare di volere realmente “un’altra Europa”: libera dalle lobby e proiettata verso il futuro».

«Sembrerebbe che Putin e tutti i petrolieri tengano al guinzaglio i leader europei – commenta duro anche Luca Iacoboni, responsabile clima ed energia di Greenpeace Italia, alla fine del vertice – Rimandando la decisione, fiumi di soldi continueranno ad uscire dall’Unione Europea per entrare nelle tasche degli oligarchi russi, degli sceicchi arabi e dei soliti noti da cui a parole vorremmo diventare indipendenti: cosa impossibile senza un chiaro sostegno allo sviluppo delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica». Nel 2012, infatti, l’Europa ha speso in totale circa 545 miliardi di euro per le importazioni di energia, e l’Italia da sola ne ha spesi circa 62 miliardi di euro, sei volte il taglio IRPEF promesso da Renzi.

Ora che il Consiglio europeo ha deciso di non decidere, anche il presidente  del Cigno Verde, Vittorio Cogliati Dezza, sollecita il governo Renzi: «L’Italia, che rappresenterà  l’Europa al vertice in qualità di presidente di turno del Consiglio, si deve attivare da subito per il raggiungimento di un accordo ambizioso prima del vertice. Solo in questo modo l’Europa può ritornare a svolgere quel ruolo di leadership indispensabile a costringere gli altri partner – a partire da Cina e Stati Uniti – a mettere sul tavolo impegni altrettanto ambiziosi».

Gli ambientalisti avevano già detto che il livello di ambizione comunitario degli obiettivi climatici ed energetici proposti dalla Commissione,  40% di riduzione interna delle emissioni di COed aumento non vincolante per gli Stati membri al 27% per le rinnovabili,  non è  in linea con la traiettoria di riduzione delle emissioni di almeno il 95% al 2050, in grado di contribuire a contenere il riscaldamento del pianeta almeno sotto la soglia critica dei 2°C.

Legambiente e le altre associazioni avevano già detto che «entro il 2030, in coerenza con questa traiettoria di riduzione costante del 2% annuo, l’Unione europea deve impegnarsi almeno al 55% di riduzione delle sue emissioni interne come contributo ad un accordo globale ambizioso e giusto. Un obiettivo realistico e a portata di mano. Secondo gli stessi dati della Commissione, nel 2012 si è registrata una riduzione delle emissioni del 18% (10.5% per l’Italia) con un trend al 2020 del 24% e del 32% al 2030 senza alcuna azione aggiuntiva rispetto alle misure già in atto».

«Occorre un approccio coerente e ambizioso che richiede obiettivi legalmente vincolanti sia per la riduzione delle emissioni di gas-serra, che per le rinnovabili e l’efficienza energetica, per garantire – conclude Cogliati Dezza – una reale transizione verso un sistema energetico a zero emissioni di carbonio. L’Europa pertanto entro il 2030 deve impegnarsi a raggiungere il 45% di energia rinnovabile e tagliare il consumo di energia del 40%».