A far estinguere i mega-erbivori africani sono stati i cambiamenti ambientali e non gli uomini

Un calo della CO2 avrebbe sostituito le foreste con le praterie. Ma un altro studio invita alla prudenza

[23 novembre 2018]

Oggi in Africa ci sono 5 specie di mega-mammiferi erbivori, ma quando la nostra antenata  “Lucy”, una Australopithecus afarensis,  vagava 3 milioni di anni fa nell’Africa orientale, con lei convivevano 3 specie di giraffe, 2 specie di rinoceronti, una di  ippopotamo e 4 di elefanti e prima ancora in Africa c’erano molte altre specie di mega-erbivori. Il Perché  si siano estinti è un mistero, ma finora si pensava che gran parte della colpa fosse da attribuire ai nostri antenati. Ora il nuovo studio “Plio-Pleistocene decline of African megaherbivores: No evidence for ancient hominin impacts”, pubblicato su Science da un team di ricercatori statunitensi  guidato da Tyler Faith del Natural History Museum of Utah e del dipartimento di antropologia dell’università dello Utah  dice che il declino dei grandi mammiferi africani è iniziato molto prima che gli umani facessero la loro comparsa.

Il team di Faith  sostiene che la causa di quelle estinzioni è stato un prolungato cambiamento ambientale che, in risposta alla diminuzione dei livelli di CO2, ha portato all’espansione delle praterie. Faith sottolinea che «Nonostante decenni di letteratura affermino che i primi ominidi (parenti degli esseri umani) abbiano avuto un impatto sulle antiche faune africane, ci sono stati pochi tentativi per testare realmente questo scenario o per esplorare le alternative».

Si pensa che il passaggio da una dieta fatta principalmente di verdure e frutta a una prevalentemente carnivora possa aver favorito l’evoluzione dei grandi cervelli umani. Questa transizione avvenne di concerto con lo sviluppo di strumenti di pietra, che avrebbero permesso ai nostri antenati di macellare le carcasse degli animali, comportandosi sia come spazzini che come cacciatori. Come spiega Brian Switek, autore di “My Beloved Brontosaurus, Prehistoric Predators” e science writer del Natural History Museum of Utah, «Gli esseri umani entrarono a far parte della “gilda dei carnivori” occupata da bestie come leopardi e iene, non facendo più affidamento sugli scarti lasciati dai carnivori ma acquisendo carne fresca. Un calo percepito nella diversità di mega-erbivori in questo periodo sembrava seguire le abitudini alimentari alterate degli affamati esseri umani». Ma nessuno aveva mai sistematicamente testato questa idea. «Queste speculazioni alla fine sono state accettate da alcuni come un fatto – dice Faith – anche se mancava una comprensione dettagliata della tempistica e del ritmo della perdita di diversità dei mega-erbivori e della sua relazione con l’evoluzione degli ominidi».

Per capire se gli esseri umani abbiano svolto un ruolo nell’estinzione della megafauna africana. I ricercatori hanno catalogato i dati su 7 milioni di anni di estinzioni di erbivori nell’Africa orientale e si sono concentrati sii cosiddetti mega-erbivori che pesano più di 900 kg e che attualmente in Africa sono rappresentati solo da elefanti, ippopotami, giraffe e rinoceronti bianchi e neri. I risultati dello studio dimostrano che negli ultimi 7 milioni di anni in Africa si sono estinti circa 28 lignaggi di grandi mammiferi, che il declino dei mega-erbivori è iniziato approssimativamente 4,6 milioni di anni fa e che il tasso di declino non è cambiato con la  comparsa dell’Homo erectus , uno dei primi antenati dei moderni esseri umani che avrebbe potuto contribuire all’estinzione.

Faith evidenzia che «Questo processo di estinzione prende il via oltre un milione di anni prima delle primissime prove dell’esistenza di antenati degli esseri umani che fabbricavano strumenti o che macellavano carcasse di animali e ben prima della comparsa di qualsiasi specie di ominide capace realisticamente di cacciarli, come l’Homo erectus».

I ricercatori hanno anche esaminato i dati delle tendenze climatiche e ambientali e hanno concluso che il più probabile colpevole dell’estinzione della megafauna africana è il clima. «Gli habitat delle praterie che spesso immaginiamo quando pensiamo alle pianure del Serengeti e in altre parti dell’Africa orientale non esistevano pochi milioni di anni fa – spiega ancora  Faith – Invece, gli habitat africani che erano ricchi di mega-erbivori – e dei loro predatori – spesso vantavano più alberi e arbusti».

Uno degli autori dello studio, John Rowan del Department of Anthropology dell’università del Massachusetts –  Amherst evidenzia che «Il fattore chiave nel declino dei mega-erbivori del Plio-Pleistocene sembra essere l’espansione delle praterie, che era probabilmente correlata a un calo globale della CO2 atmosferica negli ultimi cinque milioni di anni. I bassi livelli di CO2 favoriscono le erbe tropicali rispetto agli alberi, e di conseguenza le savane sono diventate meno legnose e più aperte nel tempo. Sappiamo che molti dei mega-erbivori estinti si nutrivano di vegetazione legnosa, quindi sembrano essere scomparsi insieme alla loro fonte di cibo».

La scomparsa dei grandi mammiferi in Africa potrebbe anche spiegare altre estinzioni delle quali sono stati incolpati i nostri antichi antenati. Alcuni scienziati sostengono che gruppi di esseri umani sempre più carnivori abbiano portato al declino di mammiferi predatori e spazzini. Un altro autore dello studio, Paul Koch del Department of Earth and planetary sciences dell’università della California – Santa Cruz, spiega a sua volta: «Sappiamo che in quel periodo ci sono anche importanti estinzioni tra i carnivori africani e che alcuni di loro, come le tigri dai denti a sciabola, potrebbero essersi specializzati in prede molto grandi, forse giovani elefanti giovanili. Può darsi che alcuni di questi carnivori sono scomparsi insieme alle loro prede mega-erbivore».

Sarebbe il caso di quanto successo un altro mega-carnivoro, il leone marsupiale (Thylacoleo), un lontano cugino di vombati e canguri che viveva in Australia oltre 46.000 anni fa e che predava altri animali. Secondo  lo studio “Aridification as a potential driver of the extinction of the marsupial lion in Australia” presentato recentemente al 78th Annual Meeting of the Society of Vertebrate Paleontology di Albuquerque, New Mexico, si sarebbe estinto anche lui per la trasformazione delle foreste in cui cacciava in aride praterie.

La principale autrice dello studio,  Larisa DeSantis della Vanderbilt University, dopo aver analizzato la particolare dentatura di crani fossili di  leone marsupiale ha scoperto che non era uno spazzino come si credeva, ma un predatore da agguato che preferiva ambienti relativamente boscati che gli offrivano la necessaria. Nelle antiche foreste dell’Australia, il Thylacoleo poteva predare giganteschi canguri come il  Protemnodon. I problemi per il leone marsupiale sono iniziati iniziato quando i cambiamenti climatici hanno alterato il suo habitat locale. Anche per l’Australia le cause che hanno portato all’estinzione della sua megafauna sono motivo di accese discussioni tra gli scienziati e alcuni danno la colpa agli esseri umani che, appena sbarcati sull’isola-continente hanno utilizzato il fuoco per disboscare e hanno sterminato molte grandi specie animali. Altri puntano il dito contro il cambiamento climatico che ha reso l’Australia molto più arida e che ha fatto scomparire le foreste sulle quali molte specie si basavano per sopravvivere. La DeSantis e il suo team  dicono che il Thylacoleo – come i mega-mammiferi africani – dipendeva dalla foresta per sopravvivere e trovare le prede e la desertificazione dell’Australia gli avrebbe tolto l’habitat portandolo all’estinzione. «Penso che il clima sia più importante di quanto le persone pesino. L’estrema aridità dell’Australia odierna è probabilmente relativamente recente – dice preoccupata la paleontologa della Brown University, Christine Janis  – Altre condizioni desertiche alterarono l’Australia da circa 300.000 anni fa in poi».

Ma il nuovo numero di Science pubblica anche un altro studio: “The decline of Africa’s largest mammals” di René Bobe (School of Anthropology, università di Oxford) e Susana Carvalho (Parque Nacional da Gorongosa – Moçambique e università di Oxford, Algarve e Coimbra) che invitano a essere cauti: «Non è chiaro quali ruoli ecologici abbiano avuto gli ominidi durante la lunga storia evolutiva dei mega-erbivori in Africa e come questi ruoli siano cambiati nel tempo e variati attraverso lo spazio geografico. Un’altra domanda è quando gli ominidi divennero predatori sistematici di animali più grandi di loro. Le cause del declino dei mega-erbivori sono probabilmente complesse, multidimensionali e varie nel tempo e nello spazio. I tempi precisi delle innovazioni comportamentali chiave degli ominidi rimangono scarsamente rilevabili dagli attuali dati archeologici e paleontologici».

Switek  sottolinea che «Però, non si tratta solo di affinare la nostra comprensione del passato.  Viviamo in un periodo di intensi cambiamenti causati dall’uomo e di distruzioni dell’ecosistema, e ciò che è emerso nel passato profondo può aiutarci ad anticipare il modo in cui si svilupperanno le nostre azioni attuali».

Faith  conclude: «Capire quando le persone hanno iniziato a dominare il mondo naturale può aiutarci a valutare quale tipo di ecosistemi dovremmo mirare a conservare o ripristinare a lungo termine. I reperti fossili offrono opportunità entusiasmanti per esplorare e testare le conseguenze degli impatti climatici e antropogenici su importanti scale temporali evolutive, che a loro volta forniscono una migliore comprensione di come dovrebbero essere i futuri cambiamenti. Per pianificare il futuro, dobbiamo capire il passato».