A Prato volano gli stracci, tra globalizzazione delle tempeste e delle miserie umane

[2 dicembre 2013]

Il vento ti investe violento, quando esci di casa, e insieme alle foglie d’autunno in questo dicembre appena nato trovi nei vortici anche qualche straccio che si contorce. Un altro ciclone ha preso vita nel Mediterraneo entrando nello Stivale questa volta dalla Sicilia (e risalendo per una Calabria già tormentata dal maltempo), l’altra dalla Sardegna. È così in mezza Italia, ma a Prato nell’aria oggi c’è di più. È rimasto nelle narici il puzzo di bruciato, misto all’odore della morte reso acre dal fumo.

Altrimenti, a Prato, veder volare gli stracci non sarebbe certo stata una novità. Il modo pratese di far la storia, scriveva un cittadino illustre, è quello «di lavorar gli stracci. Poiché tutta a Prato finisce la storia d’Italia e d’Europa: tutta a Prato, in stracci». Funziona così da tanto tempo, «fin da quando – precisa Curzio Malaparte – i pratesi si son messi a far pannilani con i rifiuti di tutto il mondo». Ma anche i tempi di Maledetti toscani (era il 1956) son cambiati, e ora Prato, accanto a macchie di leopardo d’un distretto ancora d’eccellenza mondiale nell’industria del tessile, vivono le realtà di un certo pronto moda made in China che nascondono un cono d’ombra di schiavitù. In Toscana come altrove.

Vivono ma anche muoiono (in) questi capannoni, talvolta nel modo più tragico. Come quello che è toccato ieri in sorte a Teresa Moda, un’azienda tessile nata e portata avanti per mano di quell’immigrazione cinese irregolare (che si affianca, ricordiamo, ad un’altra quantità di arrivi alla luce del sole) che a Prato è ormai da anni di casa. «E’ l’area più ampia di lavoro nero e sommerso che esista nel Nord e Centro Italia, forse in Italia, forse in Europa – ricorda il governatore della Regione, Enrico Rossi, sulle pagine dell’Unità – Si parla di 30mila, forse 40mila persone che lavorano a ritmi fuori controllo, giorno e notte, dormendo nei capannoni». Uno di questi ieri ha preso fuoco, e sono morti 7 operai cinesi. Bruciati vivi insieme alle loro macchine e ai vestiti in lavorazione.

Così, ieri a Prato nuovi stracci si sono messi in volo sopra la città. Portati in alto dai venti del ciclone ci ricordano sempre più che la globalizzazione è un vortice, e che i più deboli ne sono vittime ovunque, a qualsiasi latitudine il vento soffi. Ciclone fino a poco tempo fa era soltanto una parola straniera nel nostro vocabolario – sebbene di cicloni in realtà in Italia se ne verifichino molti, e da sempre, ma di modesta intensità – mentre ora eventi climatici estremi si abbattono di frequente anche sulle nostre coste, alluvionando ieri la Sardegna e oggi facendo evacuare Pescara per maltempo, nell’Abruzzo che affonda insieme ad ampie zone di Basilicata e Puglia.

E se solo pochi mesi fa piangevamo i morti del Rana Plaza, dove il 24 aprile morirono più di mille nuovi schiavi che cucivano vestiti destinati ad esser venduti a noi occidentali, oggi non ci troviamo più a puntare il dito contro il Bangladesh, ma contro la nostra Toscana, da sempre avanti agli altri per quanto riguarda la tutela dei diritti umani. Laggiù si chiedeva un reddito minimo da 50 centesimi l’ora, da noi si muore per appena il doppio. E mentre la Cina ha appena lanciato nello spazio la sua prima sonda lunare – Yutu, Coniglio di giada – seguendo le orme di Usa e Urss i suoi figli vengono a morire in Italia, come i figli dell’Africa affondano davanti alle nostre coste. Ma la stessa campana suona anche per noi, che – piegati dalla crisi, ma anche dal consumismo – di pronto moda illegale ne compriamo sempre più, e che di braccia a basso costo facciamo un uso crescente.

Se i cambiamenti climatici globali non hanno portato certo ovunque il mite clima mediterraneo – ma anzi a noi cicloni più duri – allo stesso modo la globalizzazione ci aveva promesso l’esportazione della democrazia al seguito delle merci, ma ci ritroviamo invece ad importare merci a basso prezzo e vite e diritti senza nessun valore. Ce ne accorgiamo dopo aver voltato gli occhi dall’altra parte su quanto succedeva a Prato e a Rosarno per paura di sembrare razzisti: è evidente che bisogna ritrovare il coraggio di dire che lo sfruttamento di un essere umano è lo stesso, qualsiasi sia il colore della pelle dello sfruttatore. Già oggi a Prato, dove volano gli stracci e «dove – per dirla con Malaparte – tutto va a finire: la gloria, l’onore, la pietà, la superbia, la vanità del mondo».