Ciafani: «Clima e suolo tra le priorità ambientali su cui il Parlamento e il prossimo Governo dovranno lavorare»

Ambiente, nel nuovo rapporto Ispra la radiografia di un’Italia fragile

Altro che "dematerializzazione": appena il Pil è tornato a crescere sono saliti sia i rifiuti prodotti sia le emissioni di gas climalteranti

[20 marzo 2018]

Hanno visto oggi la luce, presentati a Montecitorio, due documenti essenziali per tracciare lo stato di salute dell’ambiente italiano: la XV edizione dell’Annuario dei dati ambientali redatto dall’Ispra – che si snoda attraverso 311 indicatori per un totale di 140.000 dati aggiornati – e la I edizione del Rapporto ambiente sviluppato dal Sistema nazionale per la protezione dell’Ambiente (Snpa), che fornisce un quadro aggiornato della situazione ambientale nel Paese affrontando temi che vanno dall’agricoltura ai trasporti, dal turismo all’industria, dagli agenti chimici alle valutazioni ambientali.

Dall’unione dei due documenti si ottiene la radiografia di un ambiente fragile, il nostro, dove a parziali progressi continuano ad accompagnarsi criticità ormai storiche e sforzi inadeguati per raggiungere un modello di sviluppo finalmente sostenibile.

Tra le criticità storiche spicca come ogni anno quella relativo al consumo di suolo: nel corso del 2016 sono circa 30 gli ettari consumati ogni secondo, per un totale di 5mila ettari coperti artificialmente. Così, complessivamente «in Italia – spiega l’Ispra – sono oggi irreversibilmente persi circa 23.000 km2 di suolo: il fenomeno continua a crescere, seppur con un sensibile rallentamento nella velocità di trasformazione». E a poco sono valsi gli appelli arrivati dalle associazioni ambientaliste al premier Gentiloni e ai ministri competenti per l’approvazione, prima che l’ultima legislatura finisse, dell’annoso disegno di legge contro il consumo di suolo. Ma oltre alla cementificazione ci sono altre minacce al territorio italiano, che l’Annuario non perde di vista. La presenza dei Siti di interesse nazionale (Sin), ad esempio, per i quali non sono neanche state completate le fasi di caratterizzazione (ferme al 65%) e soprattutto dove «il procedimento di bonifica risulta concluso in modeste porzioni»; senza dimenticare che i siti da bonificare registrati nelle anagrafi regionali sono altri 22.000, con procedimenti di bonifica è conclusi per neanche la metà dei casi (10.000).

Tra i progressi parziali spiccano quelli conquistati in fatto di inquinamento atmosferico, definito come «uno dei maggiori fattori ambientali di rischio per la salute umana e per gli ecosistemi». Le emissioni italiane dei principali inquinanti atmosferici dal 1990 al 2015 sono in calo, del 28% per il Pm2,5 e del 62% per il Nox, con anche i livelli atmosferici di Pm10, Pm2,5 e No2 a mostrare «un andamento decrescente». Nonostante questo, però, il raggiungimento degli obiettivi definiti dalla Commissione Ue «appare lontano», a proposito di sforzi inadeguati.

Inadeguatezza che si ritrova purtroppo ancor più marcata guardando ai cambiamenti climatici quanto all’economia circolare.

Se è vero che complessivamente le emissioni di gas serra italiane sono diminuite del 16,7% nel periodo 1990-2015 – soprattutto grazie all’impegno di industria manifatturiera (-38,9%) ed energetica (-25,1%), non certo del settore civile (+3,3%) e di quello dei trasporti (+2,6%) –, è anche vero che già dai primi barlumi di ripresa del Pil nel 2015 «si osserva un incremento delle emissioni rispetto all’anno precedente (+2,3%) quale segno di una ripresa economica che si riflette sulle emissioni di gas a effetto serra». Non che i cambiamenti climatici non ci riguardino, anzi, visto che «l’aumento della temperatura media registrato in Italia negli ultimi 30 anni è stato quasi sempre superiore a quello medio globale».

La verità è che il Paese ancora sembra lontano dal raggiungere uno stabile disaccoppiamento tra crescita economica e emissione di gas climalteranti: se cresce il Pil crescono anche i gas serra, e nel frattempo il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici non è ancora stato approvato.

Il mancato disaccoppiamento emerge anche da un’altra dimensione utile a misurare la sostenibilità dell’economia e della società italiana, ovvero la produzione di rifiuti: «Tra il 2015 e il 2016 la crescita della produzione dei rifiuti urbani (+2%) è in linea con l’andamento degli indicatori soci-economici facendo, pertanto, riscontrare una sostanziale assenza di disaccoppiamento», nota l’Ispra.

Altro che “dematerializzazione” dell’economia: nel 2016 abbiamo prodotto 30,1 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, in aumento del +2% rispetto all’anno precedente, ovvero più della spesa per consumi finali delle famiglie (+1,5%) e più del Pil (+1,7% a valori correnti, +0,9% a valori concatenati). Una differenza che si fa ancora più marcata guardando la produzione di rifiuti speciali, salita a 132,4 milioni di tonnellate nel 2015 (+2,4%). L’economia circolare italiana potrà salvarci da questa spirale? Ancora non possiamo saperlo: il governo uscente ha pubblicato il “documento di inquadramento e di posizionamento strategico” Verso un modello di economia circolare per l’Italia, ma la messa in pratica non è stata evidentemente ritenuta urgente. «Il prossimo Governo – è stato spiegato – avrà il compito di elaborare il Piano di azione». Vedremo.

Intanto il neo-presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, commenta così il rapporto: «Dai dati del Rapporto Ispra emergono chiaramente due tra le priorità ambientali su cui il Paese e il prossimo Governo dovranno lavorare: la lotta ai cambiamenti climatici e lo stop consumo di suolo. I cambiamenti climatici in corso stanno già causando danni al territorio e alla salute dei cittadini, e a soffrirne di più sono soprattutto le grandi città, indietro nelle politiche di adattamento ai cambiamenti climatici; senza contare che nella Penisola resta un problema irrisolto, il consumo di suolo. Per questo è fondamentale definire norme e regole efficaci, azioni e strategie concrete non più rimandabili che mettano al centro le politiche climatiche, la lotta all’inquinamento, ma anche la rigenerazione urbana, la riqualificazione edilizia e la tutela del suolo. Nella scorsa legislatura non si è riusciti ad approvare il ddl sul consumo di suolo, mentre ancora aspettiamo il piano nazionale di adattamento e non si vedono politiche coerenti, anche sotto il punto di vista economico, rispetto alle soluzioni prospettate dalla Strategia energetica nazionale da poco approvata. Ci auguriamo che il prossimo Parlamento e Governo portino a compimento questo risultato mettendo le politiche ambientali al centro della loro agenda. Siamo convinti che l’ambiente rappresenti una grande opportunità per scommettere sul futuro,per rendere più competitiva l’economia, creare nuovi posto di lavoro ma anche per spingere l’innovazione e la ricerca e abbattere le disuguaglianze economiche, sociali e territoriali cresciute nella Penisola».