Anche l’Australia esce dal fossile: fondo per energia pulita da un miliardo di dollari

Il Partito liberaldemocratico abbandona l’ecoscetticismo militante per le emissioni zero

[24 marzo 2016]

Australia primo ministro

Il primo ministro australiano Malcolm Turnbull  ha annunciato che istituirà un clean-energy innovation fund  da un miliardo di dollari australiani (761,60 milioni di dollari), una vera svolta per un governo conservatore australiano, fino ad ora sempre allineato sull’ecoscetticismo più bieco e in prima fola contro gli accordi climatici internazionali.

Infatti il suo predecessore al quale ha da poco sottratto la poltrona, Tony Abbott, era stato duramente criticato da ambientalisti, verdi e laburisti per aver sempre assunto politiche climatiche ed energetiche di retroguardia rispetto alle economie avanzate.  Turnbull  ha fatto fuori Abbott nel settembre 2015 anche perché il Partito liberal-democratico era ormai stanco delle trovate ecoscettiche di Abbott  e l’opinione pubblica australiana era disgustata dal servilismo della coalizione di destra verso l’industria dei combustibili fossile e nucleare. Anche l’abolizione della carbon tax approvata dal governo con l’appoggio totale della potentissima industria del carbone alla fine si è rivelata un boomerang per i liberaldemocratici, che si sono liberati di Abbott prima che andasse a far danni anche alla Conferenza delle parti Unfccc di Parigi.

Intervenendo al Parlamento federale a Canberra, Turnbull ha detto che il nuovo fondo si concentrerà sugli investimenti nelle tecnologie energetiche pulite high-tech e che prevederà 100 milioni di dollari all’anno per quelle più innovative proposte da ricercatori e imprese australiane, garantendo così che l’Australia  – che è il Paese del mondo con le maggiori emissioni di gas serra pro-capite – faccia la sua parte per ridurre le emissioni.

Abbott aveva promesso che l’Australia, che è il più grande esportatore mondiale di carbone e di minerale di ferro del mondo e che esteso le concessioni o offshore di petrolio e gas, entro il 2030 avrebbe tagliato le sue emissioni del 26 – 28% rispetto ai dei livelli del 2005, intanto però cercava di rottamare la Clean Energy Finance Corporation e l’Australian Renewable Energy Agency che stavano lì a ricordargli che con le sue politiche non avrebbe mai potuto raggiungere quegli obiettivi. Turnbull ha annunciato in Parlamento che manterrà questi due organismi che Abbott voleva abolire.

Il ministro dell’ambiente Greg Hunt – come quasi tutto il partito liberaldemocratico australiano – ha fatto presto a trasformarsi in un fan delle rinnovabili e ha detto che il fondo contribuirà addirittura al raggiungimento obiettivo finale dell’Australia  di ridurre le emissioni a zero: «Investirà nello stoccaggio, nella  nuova tecnologia delle batterie, nelle reti intelligenti, in alcune delle più eccitanti visioni del solare che le persone abbiano mai sperato e immaginato per l’Australia, ma che solo ora davvero diventeranno realtà». Peccato che ci fosse anche lui tra chi nel suo Partito definiva irrealizzabili quelle visioni e ineluttabile il ricorso al carbone, al petrolio e, perché no, al nucleare per sfruttare l’uranio australiano.

I liberaldemocratici hanno cambiato idea perché i recenti sondaggi dicono che il sostegno degli australiani  alle iniziative per combattere il cambiamento climatico è molto alto: il 63%, ben 6 punti in più che nel 2014.

Va anche detto che Turnbull ha sempre avuto idee molto più “progressiste” di Abbott sui cambiamenti climatici, ma da quando era diventato premier non si era dato molto da fare per attuarle, ora ha impresso una svolta radicale alle politiche energetiche e climatiche dei conservatori, sperando così di risalire la china dei consensi fatti perdere da Abbott ai liberaldemocratici.