Wwf: +9% tra il 2012 e il 2015, in Liguria +23,8%

Anche nel Piemonte dell’emergenza maltempo è cresciuto il consumo di suolo vicino ai fiumi

Legambiente: in 1.131 comuni piemontesi (su 1.206) aree a rischio frana o alluvione

[25 novembre 2016]

Voragini, battelli strappati ai loro ormeggi e affondati, fiumi in piena – tra cui il maggiore in Italia, il Po – e un disperso aggravano il bilancio dell’ennesima emergenza maltempo che ha colpito stavolta l’Italia del nord, fortunatamente senza provocare finora nessuna vittima. «La fase di emergenza non è terminata – ha dichiarato però il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, dalla sede della Protezione civile piemontese – attendiamo ancora la piena dei fiumi ad Asti e Alessandria. È fondamentale che nelle prossime ore il governo si muova in modo immediato perché si possa iniziare subito il conteggio dei danni e gli aiuti alle popolazioni».

Aiuti che è necessario approntare con la massima rapidità ed efficienza, sapendo però che altrettanto importanti rimangono gli interventi più strutturali. Come la cronaca dovrebbe ormai aver insegnato, con l’avanzata dei cambiamenti climatici ad un’emergenza ne seguirà inevitabilmente un’altra, e un’altra ancora, senza politiche ed investimenti coerenti sui territori. Questo finora non è accaduto.

«In Liguria – ricordano oggi dal Wwf Italia – quasi un quarto del suolo (23,8%), entro la fascia di 150 metri dagli alvei fluviali, è stato consumato tra il 2012 e il 2015». Si è costruito a ridosso e dentro gli alvei (tristemente celebre il caso di Genova, dove i corsi d’acqua sono stati cementificati, canalizzati e “tombati”, cioè coperti, nascosti), e anche in Piemonte l’incremento è stato più che sensibile nello stesso periodo: +9%. E questo nonostante su 1.206 comuni piemontesi – come hanno sottolineato da Legambiente – ben 1.131 abbiano aree a rischio frana o alluvione nel proprio territorio. Si tratta del 93% del totale, con punte che arrivano al 99,2% nelle province di Cuneo e Asti: più di 87 mila residenti in aree a pericolosità idraulica elevata e più di 220 mila in aree a pericolosità media.

«Dopo il 1994 (a seguito del tragico alluvione che colpì le Province di Cuneo, Asti e Alessandria) ci fu un breve periodo – osservano dal Panda nazionale – in cui le Autorità di bacino nazionali e quella del Po in particolare, riuscirono ad impostare una corretta pianificazione basata su prevenzione, su un’azione diffusa sul bacino idrografico, attraverso il Piano per le fasce fluviali e il Piano di assetto idrogeologico (2000) e programmi di interventi prioritari coordinati tra tutte le Regioni appartenenti allo stesso bacino fluviali. Non si fece in tempo a consolidare quell’approccio che dal 1999 iniziò la marcia indietro. Da allora, infatti, le Autorità di bacino sono state delegittimate, l’individuazione degli interventi e la gestione dei fondi è tornato in capo al rapporto diretto tra Stato e Regioni, si è agito soprattutto sull’onda dell’emergenza con interventi spesso inutili e controproducenti e ora c’è addirittura la Struttura di Missione “Italia Sicura” sotto la presidenza del Consiglio che “coordina” i finanziamenti che vanno alle regioni senza avere l’indispensabile visione a livello di bacino idrografico».

Al contrario, contro l’emergenza permanente in aree del paese vulnerabili come la Liguria e la valle del Tanaro, occorre «un forte coordinamento degli interventi sul territorio, al di là dei semplici confini amministrativi delle regioni, in capo alle Autorità di distretto idrografico e di finanziamenti finalizzati di scopo.

Se davvero il Governo, così come si è impegnato a fare, vuole dare un segnale concreto ci sono tre cose che possono essere fatte da subito: in primo luogo bisogna basare le priorità di intervento sulla scala di bacino idrografico elaborate dalle Autorità di distretto; va utilizzata l’intera cifra di 1,9 miliardi di euro della legge di Bilancio 2017 alla prevenzione e all’emergenza idrogeologica e sismica invece di destinare  queste risorse “a pioggia” per interventi non prioritari; va appoggiato alla Camera l’emendamento salvasuolo al disegno di legge di Bilancio 2017 approvato in Commissione Bilancio (su proposta della Commissione Ambiente) per vincolare gli introiti ai Comuni derivanti dai proventi delle sanzioni e dai titoli abilitativi edilizi a interventi di risanamento ambientale e contro il rischio sismico e idrogeologico e chieda di garantire una corsia preferenziale per il disegno di legge sul consumo del suolo (ora in Senato), che va approvato, con le necessarie modifiche al più presto. Non è più possibile infatti che, ancora oggi, si continui nel nostro Paese a canalizzare i corsi d’acqua, a tagliare l’importante vegetazione ripariale e, soprattutto, a consumare suolo (vitale per la sicurezza) lungo i fiumi».