Artico: è già inevitabile un aumento della temperatura di 3-5° C

La catastrofe climatica nell’Artico potrebbe far “deragliare” l’Accordo di Parigi

[14 Marzo 2019]

Le conclusioni del nuovo rapporto “Global Linkages – A graphic look at the changing Arctic” dell’Onu sono molto preoccupanti: «Anche se il mondo dovesse tagliare le emissioni in linea con l’accordo di Parigi, le temperature invernali nell’Artico aumenterebbero di 3-5° C entro il 2050 e di 5 – 9° C entro il 2080, devastando la regione» e provocando un innalzamento del livello del mare in tutto il mondo.

Nel frattempo, il rapido scongelamento del permafrost potrebbe persino far accelerare ulteriormente i cambiamenti climatici, facendo  fallire  gli sforzi per raggiungere l’obiettivo a lungo termine dell’Accordo di Parigi di limitare l’aumento della temperatura globale a 2 ° C.

Il rapporto dell’United Nations environment programme (Unep) e dal GRID-Arendal è stato presentato all’UN Environment Assembly in corso a Nairobi e individua anche altre pressioni ambientali nell’Artico, come l’acidificazione degli oceani e l’inquinamento da plastica.

La direttrice esecutiva ad interim dell’Unep, Joyce Msuya, ha ricordato che «Ciò che accade nell’Artico non rimane nell’Artico. Abbiamo la scienza; ora è necessaria un’azione climatica più urgente per allontanarsi dai punti di non ritorno che potrebbero essere anche peggiori per il nostro pianeta di quanto pensassimo inizialmente».

Ma lo studio evidenzia che «Anche se le emissioni globali dovessero fermarsi in una notte, le temperature invernali nell’Artico aumenterebbero ancora da 4 a 5° C entro il 2100 rispetto alla fine del XX secolo. Questo aumento è “bloccato” nel sistema climatico dai gas serra già emessi e dallo stoccaggio di calore negli oceani».

Quindi le società artiche dovrebbero rispondere immediatamente ai cambiamenti climatici  con adeguate azioni di adattamento. «Le popolazioni indigene dell’Artico si trovano già ad affrontare un aumento dell’insicurezza alimentare – ricordano i ricercatori –  Entro il 2050, 4 milioni di persone e circa il 70% dell’attuale infrastruttura artica saranno minacciate dallo scongelamento del permafrost». I popoli indigeni dell’Artico rappresentano il 10% dell’intera popolazione dell’area.

Commentando il rapporto, il ministro dell’ambiente, l’energia finlandese, Kimmo Tiilikainen, ha evidenziato che «L’urgenza di raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi si manifesta chiaramente nell’Artico, perché è una delle regioni più vulnerabili e in rapido cambiamento del mondo. Dobbiamo  effettuare a breve termine in tutto il mondo sostanziali tagli sulle emissioni di gas serra, sul black carbon e su altri cosiddetti inquinanti climatici a vita breve».

Infatti gli impatti a livello globale di questa catastrofe annunciata nell’Artico sarebbero enormi. Si stima che dal 1979 ad oggi il ghiaccio artico si sia ridotto del 40%. I modelli climatici prevedono che, al ritmo attuale delle emissioni di CO2, entro il 2030 le estati artiche saranno prive di ghiaccio. Lo scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia e dei ghiacciai artici contribuisce a un terzo dell’aumento del livello del mare in tutto il mondo. Anche se l’Accordo di Parigi venisse rispettato, il permafrost artico dovrebbe ridursi del 45% rispetto ad oggi. A livello globale, questi terreni congelati stoccano circa 1,672 miliardi di tonnellate di carbonio e l’aumento del loro scongelamento contribuisce in modo significativo alle missioni di anidride carbonica e di metano. A sua volta, il riscaldamento che ne risulterà porterà a un maggiore scongelamento: un effetto noto come “feedback positivo”. Il rapporto sottolinea che «Questo accelerato cambiamento climatico potrebbe persino far deragliare l’obiettivo dei 2° C dell’Accordo di Parigi».

Come se non bastasse, l’UN Environment spiega che «L’acidificazione degli oceani colpisce in modo sproporzionato le specie marine dell’Artico. Questo perché l’acqua fredda può contenere più CO2 disciolta , mentre la fusione del ghiaccio diffonde ulteriormente l’acidità. Dall’inizio della rivoluzione industriale, l’oceano è diventato globalmente il 30% più acido. Più l’acqua è acida, più energia i coralli, i molluschi, i ricci di mare e il plancton artici devono usare per costruire i loro gusci e scheletri».

Nonostante l’immagine che abbiamo dell’Artico sia immacolata e incontaminata, le sue caratteristiche geografiche e il clima freddo fanno sì che nell’oceano, sul fondo marino e nella costa della regione affluiscano contaminanti da tutto il mondo. Il rapporto fa notare che «Solo 1.000 delle 150.000 sostanze chimiche in uso in tutto il mondo vengono regolarmente monitorate. È quindi necessario un sistema di approvazione globale per le nuove sostanze chimiche. Sono necessari anche i controlli alternativi per le sostanze chimiche che non rientrano nei trattati esistenti.

Una delle poche note positive dello studio è che la quantità di sostanze chimiche trovate  negli esseri umani e negli animali che vivono nell’Artico è diminuita. Queste includono alcuni inquinanti organici persistenti regolati dalla convenzione di Stoccolma dell’Onu. Ma il rapporto conclude che «Tuttavia, la diminuzione potrebbe essere dovuta al cambiamento delle diete».