Artico e global warming: «Quello che accade nei poli non rimane nei poli»

Molti più rischi che opportunità nello scioglimento dei ghiacci e del permafrost

[2 aprile 2015]

Negli ultimi 30 anni il riscaldamento globale è stato iù forte nell’Artico che in qualsiasi altra regione del pianeta: le temperature dell’aria dell’Artico sono aumentate del doppio rispetto alla media globale.

Un riscaldamento che –  come potete leggere anche nell’articolo sulla dieta degli orsi polari che pubblichiamo in un’altra pagina del giornale – sta causando dei cambiamenti del ghiaccio marino, del manto nevoso e dell’estensione del permafrost nell’estremo nord della Terra. Il bollettino scientifico dell’Ue Cordis ricorda che «Il ghiaccio marino dell’Artico in settembre negli ultimi trent’anni è diminuito del 30 % e il terreno ghiacciato dell’Artico ha iniziato a scongelarsi. La regione dell’Artico è così importante perché funge da refrigeratore per il resto del mondo e i cambiamenti che avvengono lì possono creare forti effetti che causano un ulteriore riscaldamento».

Tre Stati membri dell’Unione europea Danimarca/Groenlandia, Finlandia e Svezia hanno territori nell’Artico e l’Ue sviluppa nell’area un’estesa attività di ricerca internazionale per la quale, con il 7° Programma Quadro, ha erogato circa 200 milioni di euro. Nella sua comunicazione sull’Unione europea e la regione artica, la Commissione europea ha sottolineato che l’Ue deve «continuare a considerare l’Artico un settore prioritario della ricerca onde colmare le lacune in termini di conoscenza e valutare i futuri effetti antropogenici, specialmente in materia di cambiamenti climatici».

Anche l’European Climate Research Alliance (Ecra) individua nel cambiamento climatico in atto nell’Artico un settore  di interesse ed alla sua assemblea generale, tenutasi a Bruxelles la settimana scorsa, Thomas Jung del programma collaborativo Arctic Ecra ha descritto il lavoro che sta svolgendo il suo team che, con il coinvolgimento di 25 istituti di ricerca, di 10 paesi europei, punta ad informare sulle importanti sfide scientifiche, svolgendo  attività coordinate di ricerca con le risorse esistenti e dando vita a progetti europei coordinati di ricerca polare e istruzione all’avanguardia. Cordis spiega che la rete Ecra «Comprende esperti di teoria, osservazioni, modellazione, previsione operativa e logistica e ha accesso a infrastrutture su ampia scala come navi rompighiaccio, stazioni polari, aerei e strutture di supercalcolo».

Jung, dell’Istituto Alfred Wegener, all’assemblea generale Ecra ha esaminato le questioni delle quali si stanno  occupando i ricercatori dell’Artico: «Perché il ghiaccio dell’Artico sta diminuendo tanto rapidamente? Quali sono le conseguenze locali e globali? Si può migliorare la previsione polare?»

Secondo Jung, «È chiaro che l’estensione mensile media del ghiaccio marino nell’Artico è in diminuzione. È preoccupante anche che la composizione del ghiaccio stia cambiando. Il ghiaccio del primo anno è adesso dominante rispetto al ghiaccio multi-anno, e il ghiaccio più vecchio e più spesso (che ha più di cinque anni) continua a diminuire».

Il National Snow and Ice Data Center Usa dice che «La diminuzione del ghiaccio più vecchio ha impedito qualsiasi recupero significativo dell’estensione minima estiva» e Jung sottolinea: «In pratica, quello che prima era un rifugio per il ghiaccio più antico è diventato un cimitero».

Quali conseguenze avranno a livello locale e globale questi ed altri imponenti cambiamenti in corso nell’Artico? Jung ha menzionato il rapporto “Arctic Opening: Opportunity and Risk in the High North” pubblicato della compagnia assicurativa Lloyd ed ha sottolineato che «. L’“apertura” dell’Artico come  conseguenza dello scioglimento del ghiaccio avrà conseguenze per i petrolio, il gas, le attività minerarie, la pesca, il trasporto marittimo, la logistica e il turismo nell’Artico. Abbiamo già visto che molti Stati stanno adocchiando la regione man mano che si apre l’accesso a nuove rotte di navigazione e riserve di petrolio prima inaccessibili. Secondo il sondaggio geologico svolto negli USA, l’Artico possiede il 13% del petrolio non ancora scoperto e il 30 % del gas non ancora scoperto. Tuttavia, questo comporta anche nuovi dilemmi, perché i disastri nell’Artico possono essere “molto più dolorosi” di quelli che avvengono a latitudini più basse». Anche all’assemblea generale dell’Ecra è stato detto che «L’opzione di trivellare nell’Artico non dovrebbe neanche essere presa in considerazione poiché sappiamo che il petrolio deve restare nel terreno».

Jung ha preso in prestito una citazione per far capire che lo scioglimento dell’Artico ha conseguenze al di là della regione artica: «Quello che accade nei poli non rimane nei poli»

Anche l’Agenzia europea per l’ambiente dice che un ulteriore riscaldamento dell’Artico potrebbe portare a estati e inverni più estremi nell’emisfero settentrionale, il che potrebbe potenzialmente cambiare molti sistemi globali, dal clima alle correnti oceaniche alla distribuzione delle specie.

Jung ha concluso: «Sfortunatamente, le capacità di previsione del clima nell’Artico non sono attualmente ai livelli di quelle per le latitudini più basse. Per esempio, non abbiamo un buon sistema di osservazione. Quello di cui abbiamo bisogno, sono migliori capacità di previsione per migliorare la ricerca nell’Artico».