In Asia, Africa, Sud America e Usa il caldo umido potrebbe superare la resistenza umana

Con l’aumento delle temperature, l’umidità potrebbe raggiungere il punto di rottura in alcune aree

[27 dicembre 2017]

Lo studio “Temperature and humidity based projections of a rapid rise in global heat stress exposure during the 21st century” pubblicato su Environmental Research Letters da un team di ricercatori della Columbia University e del Nasa Goddard institute for space studies, conferma che, mentre il clima si riscalda, le ondate di  caldo killer  diventeranno sempre più frequenti, tuttavia, la maggior parte delle proiezioni ignora un fattore importante che potrebbe peggiorare le cose: l’umidità, che da sola può amplificare notevolmente gli effetti del calore.

Infatti, lo studio prevede che nei prossimi decenni gli effetti dell’elevata umidità in molte aree aumenteranno notevolmente e a volte potranno superare non solo le capacità di lavorare degli esseri umani,ma persino quelle di sopravvivere. A soffrirne saranno salute ed economia, soprattutto nelle aree in cui le persone lavorano all’aperto e hanno scarso accesso all’aria condizionata. Le regioni potenzialmente colpite includono vaste aree dei già afosi Stati Uniti sudorientali, dell’Amazzonia, dell’Africa occidentale e centrale, le aree meridionali del Medio Oriente e della penisola araba, l’India settentrionale e la Cina orientale.

Prima, solo pochissimi studi avevano esaminato la questione dell’umidità in relazione al cambiamento climatico: nel 2010 lo studio “An adaptability limit to climate change due to heat stress” pubblicato su Pnas proponeva i 35° C come limite per la sopravvivenza  e nel 2015 lo studio “Future temperature in southwest Asia projected to exceed a threshold for human adaptability”, pubblicato su Nature Climate Change mappava le aree nelle regioni del Medio Oriente meridionale e del Golfo Persico/Arabo come vulnerabili alle condizioni climatiche estreme. Quest’anno, lo studio “Deadly heat waves could hit South Asia this century” pubblicato su  Science Advances , si era concentrato sugli effetti combinati dell’aumento del calfdo e dell’umidità nei bacini densamente popolati e pianeggianti del Gange e dell’Indo. Il nuovo studio si basa su queste precedenti ricerche, estendendone  le proiezioni a livello globale, utilizzando una varietà di modelli climatici e tenendo conto della futura crescita della popolazione.

Il principale autore dello studio,  Ethan Coffel del Department of Earth and environmental sciences della Columbia University, sottolinea che »Le condizioni di cui stiamo parlando non si verificano mai: le persone nella maggior parte dei luoghi non le hanno mai sperimentate. Ma si prevede che si verifichino entro la fine del secolo». Lo studio dice che il riscaldamento climatico provocherà nuove siccità in aree già aride, modificando i modelli di precipitazione. Ma allo stesso modo, con l’aumento delle temperature globali, l’atmosfera conterrà più vapore acqueo e questo significa che aree costantemente umide situate lungo le coste o collegate a modelli di clima umido potranno diventarlo ancora di più. «E – aggiungono alla Columbia University – come molti sanno, il caldo afoso è più opprimente di quello “secco”. Questo perché gli esseri umani e altri mammiferi raffreddano il corpo sudando; il sudore evapora dalla pelle nell’aria, portando con sé il calore in eccesso. Funziona bene nel deserto. Ma quando l’aria è già piena di umidità, pensate ai giorni più afosi dell’estate in città, l’evaporazione della pelle rallenta e alla fine diventa impossibile. Quando questo processo di raffreddamento si arresta, la temperatura corporea interna aumenta oltre il ristretto intervallo tollerabile. Se è assente l’aria condizionata, gli organi si affaticano e quindi iniziano a cedere. I risultati sono letargia, malattia e, nelle peggiori condizioni, la morte».

Per realizzare il nuovo studio i ricercatori hanno utilizzando i modelli climatici globali per mappare le temperature attuali e future di “bulbo umido” (la temperatura a cui si porta l’acqua in condizioni di equilibrio di scambio convettivo e di massa d’aria in moto turbolento completamente sviluppato), che riflettono gli effetti combinati del caldo e dell’umidità, è così che hanno rilevato che le temperature “bulbo umido”, che negli anni ’70 si verificano solo una volta all’anno, in alcune parti dei tropici potrebbe verificarsi da 100 a 250 giorni all’anno. Negli Usa sudorientali, le temperature bulbo umido negli anni ’70 e ’80 raggiungevano a volte 29 – 30 gradi Celsius, considerati già opprimenti, ma che in futuro potrebbero verificarsi da 25 a 40 giorni all’anno.

Gli esperimenti di laboratorio hanno dimostrato che temperature bulbo umido di 32 gradi Celsius «sono la soglia oltre la quale molte persone avrebbero difficoltà a svolgere le normali attività all’esterno». Un  livello che attualmente è raramente raggiunto ovunque, ma lo studio prevede che negli anni 2070 o 2080 questa soglia potrebbe essere raggiunta uno o due giorni all’anno nel sudest degli Stati Uniti e da tre a cinque giorni all’anno in alcune aree del Sud America, Africa, India e Cina. In tutto il mondo ne soffrirebbero centinaia di milioni di persone. «L’area più colpita in termini di impatto umano –  dicono i ricercatori – sarà probabilmente l’India nord-orientale densamente popolata».

Un altro autore dello studio, Radley Horton, un climatologo del Center for climate systems research, della Columbia University e delo scienziato del Nasa Goddard institute for space studies, fa notare che «Molte persone crollano molto prima di raggiungere temperature a bulbo umido di 32° C o qualcosa di simile e andrebbero incontro a problemi terribili. I nostri risultati potrebbero essere “trasformativi” per tutte le aree della ricerca umana: economia, agricoltura, militare, ricreazione».

Lo studio prevede che in alcune aree meridionali  del Medio Oriente meridionale e dell’India settentrionale si potranno a volte raggiungere anche 35 gradi Celsius a bulbo umido entro la fine del secolo: pari alla temperatura della pelle umana e il limite teorico entro il quale le persone morirebbero in poche ore senza raffreddamento artificiale. Utilizzando una misurazione combinata di calore/umidità, il cosiddetto heat index questo equivarrebbe a quasi 170 gradi Fahrenheit (76,6° C) di caldo “secco”. Ma l’heat index, inventato negli anni ’70 per misurare la “sensazione reale” del caldo umido estivo umido, in realtà termina a 136°F, qualsiasi cifra superiore è fuori scala.

Lo xstudio afferma che le conseguenze peggiori potrebbero essere evitate solo se i governi ridurranno  sostanzialmente le emissioni di gas serra nei prossimi decenni.

Finora, sono stati registrati pochissimi eventi meteorologici simili a quelli previsti,: il più recente è quelli del 31 luglio 2015 a Bandar Mahshahr, in Iran, una città di oltre 100.000 abitanti nel Golfo Persico/Arabo, dove dagli anni ’90 l’acqua di mare può scaldarsi fino arrivare a più di  32° mentre i venti soffiano l’umidità marina  verso terra. Quel giorno, la sola temperatura dell’aria “secca” era di  oltre 46àC (115° F) e satura di umidità, mentre la temperatura bulbo umido dell’aria si avvicinava al limite fatale di 35° C, traducendosi in un heat index di 165° F.

Fortunatamente Bandar Mahshahr è una città con un’economia sviluppata e quindi gli abitanti hanno potuto adattarsi all’ondata di caldo intenso rifugiandosi in edifici e veicoli climatizzati e facendo la doccia dopo brevi uscite all’esterno. Ma questo potrebbe non essere possibile in altri luoghi vulnerabili, dove molte persone non godono dei lussi della classe media iraniana.

L’altro autore dello studio, Alex de Sherbinin del Center for International Earth science Information network, spiega che «Non si tratta solo del caldo o del numero di persone. Riguarda quante persone sono povere, quante sono vecchie, chi deve andare fuori a lavorare, chi ha l’aria condizionata. Anche se il tempo meteorologico non uccide definitivamente le persone o interrompe tutte le attività, in tali condizioni la necessità di lavorare nelle fattorie o in altre attività all’aperto può portare a problemi renali cronici e ad altri effetti dannosi per la salute. Ovviamente, i tropici ne soffriranno maggiormente. Le domande su come le infrastrutture umane o gli ecosistemi naturali potrebbero esserne interessati sono quasi completamente senza risposta».

Secondo Elfatih Eltahir, che insegna idrologia e clima al Massachusetts Institute of Technology e che ha studiato il problema in  Medio Oriente e in Asia il nuovo studio «E’ un documento importante che sottolinea la necessità di considerare sia la temperatura che l’umidità nella definizione dello stress da caldo».

Il climatologo australiano Steven Sherwood dell’Università del New South Wales, che ha proposto il limite di sopravvivenza di 35 gradi, ha detto di essere scettico sul fatto che questa soglia possa essere raggiunta quando dicono i ricercatori statunitensi, ma «Indipendentemente da questo, rimane il punto fondamentale:  a meno che non vengano ridotte le emissioni di gas serra, andiamo verso un mondo in cui lo stress da caldo sarà un problema molto più grande di quanto non sia stato nel resto della storia umana. Gli effetti ricadranno più duramente sulle regioni calde e umide».