Benvenuti nel mondo a oltre 400 ppm. Record di CO2 in atmosfera

Peter Wadhams: gli scienziati sono troppo spaventati per dire la verità sugli impatti climatici

[29 settembre 2016]

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La “Note on reaching the annual low point”  emessa il 23 settembre dallo Scripps institute for oceanography dell’università della California – San Diego, era passata praticamente  inosservata ma, come scrive  Brian Kahn su Climate Central, «Nei secoli a venire, i libri di storia probabilmente guarderanno indietro al settembre 2016 come una pietra miliare per il clima del pianeta. Nel momento in cui l’anidride carbonica atmosferica è di solito al suo minimo, il valore mensile non è riuscito a scendere al di sotto di 400 parti per milione».

Infatti la secca nota dello Scripps institute for oceanography recita: «Ora ci stiamo avvicinando al punto annuale più basso della Mauna Loa CO2 curve, che avviene in genere circa l’ultima settimana di settembre, ma varia leggermente di anno in anno.  I valori giornalieri e settimanali recenti sono rimasti al di sopra di 400 parti per milione. Da questo è già chiaro che il valore mensile di settembre sarà superiore a 400 ppm, probabilmente intorno alle 401 ppm. Settembre è tipicamente, ma non sempre il mese più basso dell’anno. Il punto più basso riflette la transizione tra l’estate e l’autunno, quando l’assorbimento di CO2 da parte della vegetazione si indebolisce e viene superato dal rilascio di CO2 dal suolo. E’ possibile che ottobre 2016 produrrà un valore mensile inferiore a settembre e scenderà al di sotto di 400 ppm?  E’ quasi impossibile. Nel corso degli ultimi due decenni, ci sono stati quattro anni (2002, 2008, 2009 e 2012) in cui il valore mensile del mese di ottobre è stato inferiore rispetto a settembre. Ma in quegli anni, il calo da settembre a ottobre era al massimo di  0,45 ppm, il che non sembra essere sufficiente per spingere i valori ottobre al di sotto delle 400 ppm di quest’anno.  Anche il valore mensile per ottobre sarà quindi quasi sicuramente superiore a 400 ppm e, probabilmente, sarà superiore alle 401 ppm. Entro novembre, saremo in marcia fino alla risalita della metà del ciclo, che ci spingerà verso nuovi massimi e forse anche ad abbattere la barriera delle 410 ppm. Le concentrazioni probabilmente si aggirano intorno ai 401 ppm nel corso del prossimo mese, dato che siamo vicino al punto di minimo annuale. Brevi escursioni verso valori più bassi sono ancora possibili, ma sembra di poter concludere con sicurezza che  per quest’anno non vedremo un valore mensile inferiore a 400 ppm, o mai più per un futuro indefinito».

Insomma, la concentrazione di CO2 nell’atmosfera ha definitivamente superato quella che si riteneva la soglia critica delle 400 ppm  e  non scenderà al di sotto per i prossimi decenni, almeno a sentire il  Met Office britannico che aveva già previsto questo scenario che ci avvicina a quello che gli scienziati considerano il punto di non ritorno: 450 ppm, che impedirebbero di mantenere l’aumento della temperatura globale entro i 2 gradi centigradi.

Kahn  evidenzia che il superamento definitivo di questa soglia simbolica era annunciato: «Poiché l’inquinamento da carbonio è in aumento dall’inizio della rivoluzione industriale e non ha mostrato segni di cedimento, era più una questione di “quando” piuttosto che di “se” avremmo oltrepassato questa soglia.  Però l’inevitabilità non lo rende meno significativo».

Quindi stiamo vivendo in un mondo a 400 ppm e anche se smettessimo da domani di emettere gas serra, la concentrazione di CO2 che abbiamo già emesso in atmosfera resterà per molti decenni a venire.

Secondo Gavin Schmidt , chief climate scientist della Nasa, «Nella migliore delle ipotesi (in questo scenario), ci si potrebbe aspettare un equilibrio nel breve termine e così i livelli di CO2 probabilmente non cambierebbero molto, ma dovrebbero cominciare a scendere  in un decennio o giù di lì. Secondo la mia opinione, noi non vedremo mai più un mese al di sotto delle 400 ppm».

L’anidride carbonica che gli esseri umani hanno già emesso nell’atmosfera hanno riscaldato il mondo circa 1,8° C dall’inizio della rivoluzione industriale e  il 2016, oltre a segnare l’inizio del nuovo mondo a 400 ppm è ormai destinato anche a diventare l’anno più caldo mai registrato.  Il pianeta si dirige rapidamente verso la soglia dei più 1,5° C, l’obiettivo che si è posto di non superare l’Accordo sul clima di Parigi del 2015 per non arrivare alla soglia massima dei +2° C, oltre la quale ci sarebbero gravi ripercussioni sull’intero pianeta. «E’ in questo contesto che le misure sulla  cima del Mauna Loa assumono un’importanza maggiore – scrive Kahn  – Stanno a ricordarci che ogni giorno che passa, ci stiamo allontanando dal  clima che gli esseri umani hanno conosciuto e nel quale hanno prosperato e ci stiamo avvicinando d un futuro più instabile».

Ma questo scenario è niente rispetto a quello dipinto dal glaciologo Peter Wadhams che ha denunciato che mentre i Paesi del Nord America e dell’Europa ignorano la minaccia che il cambiamento delle condizioni meteorologiche causerà ai rifornimenti di cibo mondiali,  la Cina sta prendendo «misure di auto-protezione».

Wadhams, che non è un profeta di sventura, ma l’ex direttore dello Scott Polar Research Institute di Cambridgeex ed uno dei più grandi esperti mondiali di ghiaccio marino, e dice che «I cambiamenti nella corrente a getto causati dallo scioglimento dei ghiacci nell’Artico stanno minacciando le aree agricole più produttive del pianeta. L’impatto del clima estremo, spesso violento sulle coltivazioni in un mondo dove la popolazione continua ad aumentare rapidamente non può che essere disastroso. Prima o poi, ci sarà un abisso incolmabile tra le esigenze alimentari globali e la nostra capacità di produrre cibo in un clima instabile. Inevitabilmente, la fame ridurrà la popolazione mondiale.  La Cina ha già realizzato che  questo è una minaccia alla sua stabilità futura ed ha acquisito vaste aree di territorio in altri Paesi per crescerci le colture per proteggere il suo approvvigionamento alimentare. Lo svantaggio è che i cinesi stanno introducendo pratiche agricole industriali che danneggiano il suolo, il rifornimento di acqua e  i fiumi. Ma la Cina si posiziona per la lotta a venire: la lotta per trovare abbastanza da mangiare. Controllando  i terreni in altri Paesi, controlleranno l’approvvigionamento alimentare di questi Paesi».

Nel suo nuovo libro A Farewell to Ice Wadhams descrive una serie di gravi minacce per il pianeta derivanti dalla perdita del ghiaccio artico, in particolare un innalzamento del livello del mare molto più alto di quanto stimato dall’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) che inonderebbe le città e i delta dei fiumi e le terre più basse dove viene coltivato e allevato gran parte del cibo del mondo. Wadhams dice che «La Cina ha visto i disordini in alcune parti del mondo, causati dagli aumenti dei prezzi alimentari nel 2011 durante la primavera araba, e ha cercato di evitare problemi simili al suo interno con l’acquisto di terreni in tutto il mondo». Come in Brasile, cove cresce la preoccupazione  per i piani cinesi di costruire una ferrovia lunga 5.000 Km per trasportare soia, grano e legname verso la costa e inviarli in Cina.

Ma i timori per l’accaparramento di terre da parte della Cina sono solo una piccola parte dei cambiamenti globali che provocherà la perdita di ghiaccio nell’Artico. Nel suo libro  Wadhams attacca gli ultimi quattro primi ministri britannici: i laburisti John Major, Tony Blair e Gordon Brown e il conservatore David Cameron, colpevoli di aver parlato molto dei  cambiamenti climatici e di aver fatto poco, ma anche l’Ipcc, che non farebbe il suo dovere e non presenterebbe i pericoli del cambiamento climatico in tutta la loro enorme gravità.  Wadhams ha detto a  Climate News Network che i suoi colleghi scienziati «Sono troppo spaventati per i loro posti di lavoro o di perdere le loro borse di studio per precisare che cosa sta realmente accadendo. Sono molto arrabbiato per il fatto che stanno fallendo nel loro compito per timidezza».

Secondo le misure e i calcoli di Wadhams,  il ghiaccio estivo nell’Artico scomparirà prima del 2020, cioè 30 anni prima di quanto previsto dall’Ipcc e  dice che «L’innalzamento del livello del mare è stato gravemente sottovalutato perché la perdita di ghiaccio dalla Groenlandia e l’Antartide non è stato incluso nelle stime dell’Ipcc. Le mie stime sono basate su misure reali del ghiaccio nell’Artico, all’Ipcc si basano su simulazioni al computer. Io conosco quello in cui credo». Lo scienziato britannico è  anche preoccupato per le enormi emissioni di metano dalla tundra artica e dai mari poco profondi a nord della Siberia, anche questi problemi che non sono stati pienamente presi  in considerazione nei calcoli dell’Ipcc sulla velocità del riscaldamento globale. «Sanno che sta accadendo, ma non vogliono spaventare i cavalli – dice  Wadhams – Siamo al limite della disonesta».

E qui ritorniamo ai dati appena pubblicati dallo Scripps institute for oceanography: anche per r Wadhams, «Ora c’è così tanto biossido di carbonio nell’atmosfera che un riscaldamento pericoloso è inevitabile se non ci sarà un’azione drastica.  Ridurre le emissioni contribuirà, insieme al rimboschimento delle forestete, ma non sarà mai abbastanza. Quel  che è necessario è una cosa che non è stato ancora inventata: un metodo su larga scala per far passare l’aria attraverso una macchina che tolga il biossido di carbonio. Nel lungo periodo, solo assorbendo carbonio dall’aria possiamo sperare di arrivare a  concentrazioni abbastanza basse da salvarci dai cambiamenti climatici pericolosi. Si tratta di un compito arduo, ma se mettiamo abbastanza soldi per la ricerca possiamo trovare un modo. Il nostro futuro dipende da questo».