Il mercato dei gas serra tra criticità e possibilità. Un’analisi dall’interno della Cina

Cambiamenti climatici e CO2, a ciascuno il suo Emission Trading

L'esperienza nascente del gigante asiatico e i dubbi sul futuro

[12 novembre 2013]

emission trading ets co2

Seguendo il modello europeo di Emission Trading Scheme (ETS) iniziato nel 2005 e giunto oggi alla sua terza fase, lo scorso giugno anche la Cina ha inaugurato la propria era dell’ETS per le emissioni di carbonio. Il 18 giugno 2013, infatti, ha avuto inizio a Shenzhen il primo dei 7 progetti pilota di scambio dei diritti di emissioni di anidride carbonica, che sarà seguito a breve dall’applicazione di sistemi analoghi nelle città di Pechino, Shangai, Tianjin, Chongqing e in due province (Guangdong e Hubei). L’esperienza di questi primi mesi di attività del mercato dei permessi d’inquinamento di Shenzen (denominato China Shenzhen Emissions Exchange) mostra un’elevata variabilità del prezzo ed una costante tendenza alla riduzione degli scambi.

Il carbon price è salito dall’iniziale 28 yuan (corrispondenti a 3.4 euro) per tonnellata di CO2 il giorno di apertura del mercato a 92 yuan (circa 11.2 euro) il 10 settembre, per poi discendere vertiginosamente nelle due settimane successive fino a quota 72 yuan (8.8 euro) il 24 settembre. Il numero degli scambi si è invece ridotto costantemente passando dai 21112 permessi di CO2 scambiati a giugno all’apertura del mercato fino ai soli 1000 scambi registrati il giorno 24 settembre.

E’ certo troppo presto per affermare che l’iniziale entusiasmo per la nuova “creatura” esploso nelle primissime settimane si sia subito sopito, né che gli scarsi dati disponibili al momento sul mercato cinese possano aiutare a dissipare i dubbi in proposito. Ma questo assaggio iniziale del primo progetto pilota di ETS cinese per le emissioni di carbonio non può che ricordare in nuce ciò che abbiamo già osservato nel corso degli anni sul mercato dell’ETS europeo, dove la variabilità del prezzo l’ha fatta da padrona. In Europa, infatti, il carbon price ha mostrato ampie fluttuazioni non solo nella fase iniziale, quella per intendersi di apprendimento (2005-2007), in cui triplicò nei primi 6 mesi per poi dimezzarsi in una sola settimana, ma anche nella fase successiva (2008-2012), caratterizzata dall’altalena di prezzo prima e dopo la COP-15 di Copenhagen del 2009 per le iniziali aspettative di un accordo internazionale, andate poi deluse per il sostanziale fallimento degli accordi.

L’apparente analogia tra il caso cinese e quello europeo pone una serie di interessanti quesiti: perché la Cina ha intrapreso la strada dell’ETS proprio ora che quello europeo sembra segnare il passo e sono al vaglio sostanziali modifiche del sistema (come il tanto discusso backloading) per frenare il crollo del prezzo, oggi sceso a soli 5 euro a tonnellata? L’ETS cinese seguirà pedissequamente il modello europeo o sarà in grado di proporre un modello alternativo che superi i limiti emersi in quello europeo? Ed in quest’ultimo caso, è possibile che la Cina assuma in futuro una posizione di leadership nel settore ETS, soppiantando l’ETS europeo che ha svolto finora il ruolo di prototipo per i numerosi altri ETS che stanno rapidamente nascendo nel mondo (dalla California agli stati occidentali degli USA, dall’Australia alla Corea del Sud, solo per citare alcuni dei più rappresentativi)?

Questi ed altri quesiti sono stati oggetto di un’interessante conferenza internazionale tenutasi recentemente alla Tsinghua University di Pechino, organizzata da Enel Foundation in collaborazione col Gruppo di Ricerca R4S, Regulation for Sustainability, dell’Università di Siena, in cui sono stati discussi i risultati preliminari di un progetto di ricerca sulle prospettive future di un possibile legame tra gli ETS esistenti.

La conferenza, oltre agli interventi previsti dei membri del progetto, ha visto la partecipazione attiva di numerosi colleghi e studenti della locale università, nonché di rappresentanti di aziende italiane che da anni investono nel settore energetico in Cina. Ne è scaturito uno di quei dibattiti di cui spesso si sente la mancanza nel nostro Paese; un dibattito capace cioè di dare voce a prospettive diverse e talora discordanti, come quella delle imprese e del regolatore, dello scienziato e del politico, ma che trovano anche punti comuni e offrono spunti di riflessione che arricchiscono il bagaglio di noi tutti.

La proliferazione a livello mondiale di ETS con caratteristiche diverse, pur offrendo interessanti opportunità di investimento su più mercati, non può non preoccupare chi, come il sottoscritto, studia da anni i limiti operativi degli ETS (difficoltà di monitoraggio, frodi, sovrallocazione dei permessi e volatilità del prezzo ecc…). Ma preoccupa anche gli operatori del settore quando percepiscono che le regole non sono sufficientemente chiare o affidabili. Proprio l’incertezza sull’evoluzione futura dei vari sistemi di ETS e l’elevata volatilità del prezzo che sembra contraddistinguerli possono causare un impatto limitato dell’ETS sull’eco-innovazione, come avvenuto finora in Europa.

Ma se è così, l’ETS rischia di diventare solo un ennesimo strumento finanziario senza ricadute sull’ambiente. Uno strumento, per di più, con regole diverse in aree diverse. Non solo gli accademici, ma anche molti operatori chiedono l’armonizzazione delle regole a livello internazionale, un carbon pricing più elevato e periodi di applicazione più lunghi per aumentare l’orizzonte temporale necessario a rendere convenienti gli investimenti nelle nuove tecnologie a minor impatto ambientale.

Se la Cina, al termine della fase dei progetti pilota, saprà proporre un ETS nazionale con queste caratteristiche, data la sua rilevanza nello scacchiere politico, economico e ambientale, potrà fare la parte del leone (o meglio, del Dragone) nel tracciare una via che anche gli altri ETS potrebbero seguire, favorendo altresì la loro armonizzazione a livello internazionale. In caso contrario, siamo presumibilmente destinati a continuare a vedere per anni, in Cina come altrove, il reiterarsi di ben noti problemi di applicazione degli ETS con conseguenti risultati ambientali piuttosto limitati.

L’augurio è che l’eccitante dialogo tra culture economiche ed ambientali diverse cominciato in questa occasione non si esaurisca, ma si rafforzi in futuro per coordinare e convogliare gli sforzi nella stessa direzione. Il pianeta ne ha bisogno e noi con lui.

master Bakeca