Cambiamenti climatici, media e politica: i migranti non devono fare da capro espiatorio

[14 novembre 2013]

Quasi un quarto di tutti i terreni utilizzabili sulla Terra è degradato, il che ha effetti sul sostentamento di oltre 1,2 miliardi di abitanti poveri dei villaggi, secondo un rapporto presentato in una recente conferenza dell’Onu sulla desertificazione. Si dice che la terra è degradata se ha una perdita a lungo termine di funzioni e produttività dovuta a cause naturali o alle attività umane.

Questo costringe spesso le persone a migrare. Negli ultimi tempi, la migrazione causata dal degrado del territorio – in particolare nel contesto del cambiamento climatico – è stata prospettata dal mainstream media  come un problema pressante, con i migranti presentati come disturbatori.

I titoli dei tabloid hanno urlato al pericolo che “milioni di migranti del cambiamento climatico” potrebbero  “sopraffare” l’Europa.

Eppure la verità è che gli scienziati non capiscono fino in fondo quanti migranti produrrà cambiamento climatico produrrà. Questo perché  altri fattori, quelli economici e sociali, contribuiscono agli spostamenti  delle persone.

Quello di cui ha più bisogno la società è maggiore ricerca che ci aiuti a capire come questi fattori interagiscono, in modo da poter combattere l’allarmismo mediatico.

La fallimentari predizioni del passato su quante persone saranno costrette a spostarsi a causa dei cambiamenti climatici hanno già dimostrato la nostra attuale mancanza di comprensione in questa area. Per esempio, la predizione della metà degli anni ’90 che il cambiamento ambientale avrebbe forzato 50 milioni di persone a migrare entro il 2010 non si è avverata. Da allora, una mappa basata su questo che figura sul sito web di un centro che collabora con l’United Nations Environmental Programme (Unep)  è stata tranquillamente ritirata e l’Unep l’ha rinnegata. Più di recente, i rapporti di altre organizzazioni hanno prodotto altre stime: una aveva previsto ci sarebbero stati 700 milioni di migranti ambientali nel 2050 e un’altra porta la cifra a 300 milioni. Sembra che spesso tali cifre siano semplici “guesstimates”.

Per migliorare le nostre conoscenze in quest’area dobbiamo prima capire  la sfida. Il problema con la raccolta delle prove robuste sul perché le persone migrano,  deriva dalla difficoltà di collegare questi movimenti direttamente alle loro cause. Questo è difficile perché la migrazione avviene in situazioni complesse e dinamiche che coinvolgono l’interazione tra loro fattori naturali e sociali. Una parte della soluzione sarebbero più progetti di ricerca che coprano le diverse discipline interessate, tra cui l’economia, le scienze sociali e la scienza climatica. Sarebbe anche importante includere le prospettive locali. Ad esempio, tali progetti dovrebbero tener conto – a differenza di alcuni giornali – che dal momento che viaggiare costa denaro, non tutti i migranti provengono dalle fasce più povere della società e vogliono competere per i lavori occidentali

Sebbene alcuni seri rapporti politici non riconoscano ancora queste sfumature e continuino ad avvertirci  che i  migranti finiscono per portare “Conflitti sociali, etnici e politici interni e transfrontalieri”, ci sono segnali che in alcuni punti questo tipo di comprensione sta emergendo.

Molti studiosi stanno sottolineando che le stime migratorie imprecise degli anni ‘90 e 2000 riflettono l’incapacità di comprendere le complesse dinamiche delle migrazioni. Un rapporto del 2011 commissionato dal governo del Regno Unito, per esempio, riconosce che, mentre la mobilità della popolazione è una strategia interna di sopravvivenza in luoghi esposti ai cambiamenti ambientali, può coinvolgere movimenti permanenti, temporanei e stagionali,  al di fuori e all’interno di queste regioni.

I tabloid che gridano a squarciagola sulla prospettiva di milioni di migranti ambientali o climatici che invadono l’Europa stanno ignorando queste realtà. Ciò che serve è una ricerca interdisciplinare che tenga conto di queste sottigliezze e dei loro contesti locali.

di Max Martin, ricercatore sulle migrazioni legate al clima dell’Università del Sussex, Gran Bretagna

Questo articolo è stato pubblicato l’11 novembre  su SciDev.Net con il  titolo “Focus On Migration – Don’t Scapegoat Climate Change” e poi ripreso da altri siti e giornali on-line