Cambiamenti climatici, profughi e fine delle risorse: Nauru in prima linea

La piccola isola è un concentrato di problemi ambientali, climatici e sociali

[23 ottobre 2018]

L’Isola/Stato di Naurù, spersa nell’Oceano Pacifico, richiama subito alla memoria due storie collegate tra loro: il crollo alla fine del secolo scorso di un’economia interamente basata sullo sfruttamento delle miniere di fosfati e la cattiva gestione di quella ricchezza che ha portato Nauru, per sopravvivere, a diventare dal 2001 una prigione a cielo aperto dove l’Australia scarica profughi e richiedenti asilo.
Come spiega su The Conversation Anja Kanngieser Vice Chancellors Fellow, della facoltà di scienze sociali della School of Geography and Sustainable Communities dell’università australiana di Wollongong, «Quando i soldi dell’estrazione del fosfato iniziarono a diminuire , Nauru divenne sempre più dipendente dal reddito generato dall’industria detentiva» in un’isola dove la gente si era abituata a vivere delle royalties del fosfato e dove l’ozio e il cibo spazzatura aveva trasformato i nauruani in un popolo di obesi e cardiopatici con il colesterolo alle stelle.    .

Ma la Kanngiese scrive che «C’è una terza storia che viene spesso trascurata, una che determinerà pesantemente il futuro dell’isola. Tutti su Nauru – indigeni nauruani e rifugiati allo stesso modo – stanno vivendo l’impatto di una delle maggiori minacce sociali, economiche e politiche affrontate dal mondo oggi: il cambiamento ambientale globale». La Kanngiese è appena stata a Nauru  per il suo progetto Climates of Listening  che vuole fare da megafono alle richieste di giustizia climatica e ambientale dei popoli del Pacifico e ha parlato con dipendenti pubblici, leader comunitari e rappresentanti di organizzazioni non governative della strategia di mitigazione e adattamento climatico di Nauru.

«Volevo documentare le modifiche alle barriere coralline, alle lagune e al territorio dell’isola – spiega la ricercatrice australiana – e anche le iniziative della comunità per far fronte a questi cambiamenti».

Nauru venne colonizzato per la prima volta alla fine del 1800 dalla Germania, che puntava a sfruttare le abbondanti riserve di fosfato dell’isola, un ingrediente prezioso per produrre fertilizzanti e munizioni. Nei primi anni del 1900 la Gran Bretagna stipulò un accordo con il governo tedesco e la Pacific Phosphate Company per dare il via a un’attività mineraria su larga scala, che divenne vitale per l’Australia e la Nuova Zelanda che stavano diventando delle potenze agricole e militari.

Dopo la prima guerra mondiale, con la sconfitta della Germania, Australia, Gran Bretagna e Nuova Zelanda assunsero l’amministrazione fiduciaria Onu di Nauru, che diventò un sito militare strategico dell’impero britannico e che venne successivamente occupata militarmente con molte vittime tra gli indigeni. Nauru diventò indipendente con il none di Ripublik Naoero solo nel 1968, rientrando in possesso delle sue miniere di fosfato. Ma già a quel tempo c’erano già segni che l’accesso al suolo fertile sarebbe diventata un problema. Nauru si estende solo su 21,2 Km2  e attualmente ha una popolazione di 10.000 abitanti, le miniere coprivano più dell’’80% del suo minuscolo territorio, Ora, spiega la Kanngiese «Anche se la produzione primaria sta volgendo al termine, il governo sta prendendo in considerazione piani per l’estrazione secondaria. Questo  estenderebbe l’estrazione per circa 20 anni prima che il fosfato sia completamente esaurito e l’unica materia prima esportabile di Nauru sia completamente esaurita, anche se è comparsa una possibile nuova strada sotto forma di estrazione dai fondali profondi».
L’area occupata dalla miniera, che i nauruani chiamano “topside” di Nauruans, è  un paesaggio lunare: enormi pinnacoli di pietra calcarea, ripidi e pericolosissimi canali, il tutto in un ambiente insopportabilmente caldo, umido e inospitale. La miniera si è divorata la terra abitabile e una popolazione in crescita, che ha superato 10.000 abitanti, vive lungo le coste dell’isola. Ma a nord l’erosione costiera mangia le coste e molte famiglie hanno perso la casa. Mentre le dighe costruite a mare proteggono alcune aree, spingono onde e correnti verso altre zone indifese e le grandi maree periodiche sommergono l’unica strada che circonda l’isola, limitando l’accesso  a servizi e risorse.

Il cuneo salino ha ormai raggiunto le falde idriche sotterranee già contaminate da discariche, scorie minerarie e perfino dai cimiteri. La maggior parte dei nauruani utilizza l’acqua di un dissalatore, ma il servizio idrico non brilla per efficienza e se il dissalatore si guasta i tecnici devono venire dall’estero. L’alternativa è l’acqua piovana, ma non tutti sono attrezzati per stoccarla e i periodi di grave siccità sono sempre più frequenti.

In diversi hanno cominciato a coltivare orti  ma molte famiglie fanno notare che il suolo dove vivono non è fertile e il cibo viene in gran parte importato e si formano lunghe code quando arriva il riso. I prezzi della verdura fresca sono folli:  i cetrioli arrivano a costare 13 dollari australiani l’uno e un cestino di pomodorini 20. La maggior parte dei nauruani non può semplicemente permettersi di comprare prodotti freschi.

Ad aggravare l’insicurezza alimentare c’è la riduzione degli stock ittici che il governo del presidente Baron Divavesi Waqa spera di fermare istituendo  aree marine gestite localmente . c’è anche un piano per allevare il milkfish (Chanos chanos, cefalone), una specie endemica dell’isola, in stagni domestici, però le acque sotterranee sono inquinate e quindi anche i pesci si contamineranno e se la gente utilizzerà i milkfish per nutrire il bestiame l’inquinamento risalirà comunque la catena alimentare fino a.

Come se non bastasse, la polvere proveniente dalla miniera causa ancora gravi problemi respiratori e ricopre le case vicino al porto, dove il fosfato viene lavorato e spedito. La gente del posto la chiama “neve”.

 

La Kanngiese scrive che molte persone gli hanno detto quanto a Nauru adesso faccia più caldo adesso e che ricordano con nostalgia il clima più clemente della loro infanzia. Oggi, i bambini di Nauru  non vogliono andare a scuola a piedi per il troppo caldo e quando ci vanno le loro aule non sono dotate di aria condizionata.

«Mi è stato anche detto  – scrive ancora la Kanngiese  – che la combinazione di estrazione mineraria, caldo ed erosione, nonché il possibile sbiancamento dei coralli, sta mettendo un freno alla diversità della fauna selvatica dell’isola. Di solito, nei tropici, al tramonto c’è una cacofonia di uccelli. Ma in un sito minerario non ho sentito un singolo uccello, nonostante l’abbondanza di alberi e arbusti». Eppure è proprio il guano degli uccelli ad aver “costruito” la ricchezza e la maledizione di Nauru

I responsabili ambientali del governo dicono che all’inizio del 2018 la barriera corallina era piena di pesci malati e che gli uccelli nidi di Nauru – una fonte di cibo popolare – avevano contratto un virus misterioso e mortale. A questo si sono aggiunti anche degli avvistamenti di orche e lo spiaggiamento di un dugongo, nonostante Nauru non si trovi lungo le rotte migratori di questi mammiferi marini.

La Kanngiese  conclude: «I numerosi problemi su Nauru costituiscono una grave minaccia per la terra, l’acqua e la sicurezza alimentare dell’isola. Mentre l’idea di ripristinare la parte superiore è stata affrontata molte volte, non sono in essere piani fissi. Questo ripristino potrebbe essere l’ancora di salvezza di Nauru, data la sua precaria situazione economica. Per comprendere appieno la situazione di Nauru, è necessario affrontare l’impatto del clima che tutti gli abitanti dell’isola devono affrontare. Il disprezzo verso l’ambiente  delle nazioni ricche colpisce per prime e, spesso, più duramente le comunità di prima linea come Nauru. Le vite di coloro che sono stati incarcerati a Nauru e degli indigeni nauruani sono tutte influenzate negativamente dalle scelte che facciamo noi in Australia. Questo è vero sia in termini di violazione dei diritti umani nei confronti dei richiedenti asilo e dei rifugiati, sia per il nostro continuo sostegno alla nostra industria nazionale dei combustibili fossili che contribuisce in maniera massiccia al riscaldamento globale. L’Australia svolge  il ruolo maggiore nella colonizzazione in corso del Pacifico attraverso politiche di aiuto, economia e sicurezza. È nostra responsabilità spingere i nostri governi a cambiare le attività dell’Australia e sostenere le richieste regionali per l’autodeterminazione e la giustizia ambientale .Dobbiamo ricordare che Nauru non è sempre stata così. Abbiamo contribuito a renderlo quel che è oggi».