La carbon farming della pianta può avere un ruolo fondamentale

Cambiamenti climatici, un arbusto ci salverà? La geoingegneria punta sulla Jatropha

La geoingegneria verde su larga scala fa concorrenza al Carbon capture and storage

[1 agosto 2013]

Mentre il mondo inizia a sentire gli effetti dell’aumento della CO2 atmosferica e il conseguente aumento della temperatura globale, alcuni scienziati sono alla ricerca di un piano B che sconfina nella geoingegneria per mitigare i cambiamenti climatici. Un gruppo di ricercatori tedeschi ha ora messo a punto un metodo ecologico. La tecnica, chiamata carbon farming, potrebbe fare proprio questo. Il team di ricercatori tedeschi ha pubblicato su Earth System Dynamics , il giornale dell’ European Geosciences Union (Egu), lo studio “Carbon farming in hot, dry coastal areas: an option for climate change mitigation” che presenta un progetto con un approccio globale ed interdisciplinare «Che dimostra che le piantagioni su larga scala di Jatropha curcas, se insediate nelle zone costiere calde e secche, di tutto il mondo, potrebbero catturare 17 – 25 tonnellate di biossido di carbonio per ettaro all’anno dall’atmosfera (per un periodo di 20 anni».

Basandosi sui risultati di coltivazioni recenti, lo studio «Conferma che la pianta di Jatropha curcas si adatta bene ad ambienti difficili ed è in grado di crescere da sola o in combinazione con altre specie arboree ed arbustive con irrigazione minima nei deserti caldi dove la pioggia avviene solo sporadicamente». Il team tedesco è convinto che le sue ricerche «Indicano che ci sono sufficienti terreni inutilizzati e marginali per una diffusa coltivazione della Jatropha curcas per avere un impatto significativo sui livelli di Co2 atmosferica almeno per diversi decenni. In un sistema nel quale l’acqua di mare dissalata viene utilizzata per l’irrigazione e per fornire nutrienti minerali, i costi di stoccaggio sono state stimate tra i 42 ed i 63 euro per tonnellata di CO2. Tale risultato permette di fare della carbon farming una tecnologia che è competitiva con la Carbon capture and storage (Ccs). Inoltre, le simulazioni ad alta risoluzione, utilizzando un avanzato modello land-surface–atmosphere, indicano che 10.000 km2 di piantagioni potrebbero produrre una riduzione della temperatura media alla superficie e una comparsa o un aumento delle precipitazioni di pioggia e di rugiada a livello regionale».

Lo studio sottolinea che nelle aree coltivate a Jatropha, «La crescita delle piante e lo stoccaggio di CO2 potrebbe continuare fino a quando non si stabilirà un bosco o una foresta permanente. In altre aree, la salinizzazione del suolo può limitare la crescita delle piante a 2-3 decenni dopo che l’irrigazione fisse cessata e il carbonio catturato stoccato come biomassa legnosa».

Esulta l’Egu che vede nei risultati di questo studio la conferma della bontà della geoingegneria vegetale, ma la nuova tecnica potrebbe mandare in soffitta moli progetti di geoingegneria “industriale. Klaus Becker, dell’università di Hohenheim di Stoccarda, spiega che «La carbon farming affronta la fonte principale del cambiamento climatico: l’emissione di biossido di carbonio dalle attività umane» e il suo collega Volker Wulfmeyer aggiunge: «La natura fa le cose al meglio, se lo comprendiamo, possiamo farne uso in modo sostenibile». E quando si tratta di sequestro di CO2 dall’atmosfera, il team tedesco dimostra che il meglio che c’è in natura è la Jatropha curcas, un piccolo albero molto resistente alla siccità e che può essere pintato anche su terreni caldi e secchi, inadatti alla produzione alimentare.

Ma anche la Jatropha ha bisogno di acqua e la si può trovare nelle zone costiere dissalando l’acqua di mare. Anche se lo studio non sembra risolvere del tutto il problema di questo tipo di approvvigionamento idrico, ancora troppo costoso ed energivoro, Wulfmeyer afferma che «A nostra conoscenza, questa è la prima volta che esperti di irrigazione, dissalazione, sequestro del carbonio, economia e scienze atmosferiche si sono riuniti per analizzare la fattibilità di una piantagione su larga scala per catturare l’anidride carbonica in modo globale. Lo abbiamo fatto applicando una serie di modelli al computer e utilizzando i dati delle piantagioni di Jatropha curcas in Egitto, India e Madagascar».

Se davvero un ettaro piantato a Jatropha curcas può catturare fino a 25 tonnellate di CO2 all’anno per 20 anni, una piantagione che occupasse solo circa il 3% del deserto dell’Arabia potrebbe assorbire in 20 anni tutta la CO2 prodotta dai veicoli a motore della Germania nello stesso periodo. L’Egu dice che «Con circa un miliardo di ettari adatti alla carbon farming, il metodo potrebbe sequestrare una percentuale significativa della CO2 aggiunta all’atmosfera dalla rivoluzione industriale».

Non solo la carbon farming sarebbe competitiva con la controversa ed ancora sperimentale tecnica del Ccs, ma, dopo alcuni anni, le piante potrebbero produrre bioenergia, per la produzione dell’energia elettrica richiesta dalla desalinizzazione e dei sistemi di irrigazione. Lo studio sorvola sugli impatti ambientali sulle terre aride che sono tra gli habitat più fragili del pianeta, ma Becker evidenzia che «Dal nostro punto di vista, il rimboschimento come opzione di geoingegneria per il sequestro del carbonio è il metodo più efficace e sicuro per l’ambiente per la mitigazione dei cambiamenti climatici. La vegetazione ha svolto un ruolo chiave nel ciclo globale del carbonio per milioni di anni, a differenza di molte tecniche molto costose di geoingegneria».

L’Egu incassa e sottolinea che «I principali limiti alla realizzazione di questo metodo sono la mancanza di finanziamenti e la scarsa conoscenza dei benefici che le piantagioni su larga scala potrebbero avere sul clima regionale, che possono includere un aumento della copertura nuvolosa e delle precipitazioni. Il nuovo lavoro presentato su Earth System Dynamics presenta i risultati delle simulazioni esaminando questi aspetti, ma c’ è ancora una mancanza di dati sperimentali sugli effetti ecologici nelle regioni aride. Inoltre, i potenziali effetti negativi, come l’accumulo di sali nel suolo del deserto devono essere valutati con attenzione».

Il team tedesco spera che la nuova ricerca contribuisca a informare abbastanza persone sui benifici della carbon farming da poter creare la massa critica per dare il via ad progetto pilota. Wulfmeyer lancia un appello: «Raccomandiamo fortemente di dare una maggiore attenzione a questa tecnologia, sia su grande che su piccola scala, e che venga fatta maggiore ricerca per indagare sui suoi benefici in confronto ad altri approcci della geoingegneria».