Il cambiamento climatico avrà un impatto sui Paesi poveri molto più forte di quanto si pensasse

Un nuovo studio mette insieme per la prima volta stime empiriche degli impatti del cambiamento climatico e modelli di crescita economica

[30 gennaio 2015]

Già nel 2011 lo studio “Geographic disparities and moral hazards in the predicted impacts of climate change on human populations” pubblicato nel 2011 su Global Ecology and Biogeography dimostrava ampiamente che i cambiamenti climatici avranno impatti negativi maggiori sui Paesi più poveri rispetto a quelli ricchi, ma ora il nuovo studio, “Temperature impacts on economic growth warrant stringent mitigation policy”, pubblicato su Nature Climate Change da un team della Stanford University ricorda  che i modelli di valutazione integrata per confrontare i costi della mitigazione dei gas serra con i danni dal cambiamento climatico, per valutare le conseguenze delle politiche climatiche proposte sul benessere sociale e per i percorsi ottimali di riduzione delle emissioni, «Sono stati criticati per la mancanza di una solida base empirica per le loro funzioni di danno, che fanno poco per alterare le ipotesi di crescita sostenuta del prodotto interno lordo (PIL), anche in scenari di temperatura estreme».

I ricercatori californiani hanno quindi realizzato time empiriche degli effetti della temperatura sui livelli di crescita del PIL utilizzando il modello DICE per due filoni: «Il fattore totale  di crescita della produttività e il deprezzamento del capitale. Questi danni specifici, anche con ipotesi di adattamento ottimistiche, rallentano notevolmente la crescita del PIL nelle regioni povere, ma hanno effetti più modesti nei Paesi ricchi».  LO studio avverte che «La politica climatica ottimale in questo modello si stabilizza a variazione della temperatura globale al di sotto di 2° C, eliminando le emissioni nel prossimo futuro, e comporta un costo sociale del carbonio diverse volte più grande rispetto alle stime precedenti. Le sensitivity analysis dimostrano che la magnitude degli impatti del cambiamento climatico sulla crescita economica, il tasso di adattamento e l’interazione dinamica  tra danni e PIL sono tre incertezze critiche che richiedono ulteriori ricerche. In particolare, i livelli di mitigazione ottimali sono molto più bassi se i Paesi durante il loro sviluppo diventano meno sensibili agli effetti dei cambiamenti climatici, rendendo questa una delle principali fonti di incertezza ed un tema importante per la ricerca futura».

I ricercatori quindi suggeriscono che  dovremmo puntare a contenere il riscaldamento globale sotto, e forse anche molto sotto, l’obiettivo internazionale di 2° C, una conclusione in netto contrasto con gli attuali modelli economici, come quelli pubblicati dal Copenhagen Consensus Center, che in genere concludono che per ottenere  risultati economicamente ottimali sarà necessario un riscaldamento della superficie terrestre di almeno 3 – 3,5 gradi centigradi e che quindi sarebbe meglio concentrarsi sulla mitigazione, invece che sul taglio delle missioni. Ma, come fa notare anche Dana Nuccitelli su Smithsonian.com, «Gli attuali modelli economici trattano la crescita economica come un fattore esterno. In questi modelli, il riscaldamento globale e il suo impatto attraverso i cambiamenti climatici non influiscono in modo significativo sulla velocità con cui cresce l’economia».

Eppure diversi studi economici hanno concluso che questo è un presupposto inesatto: nello studio  “Temperature Shocks and Economic Growth: Evidence from the Last Half Century”, pubblicato nel 2012  sull’ American Economic Journal di Melissa Dell ed il suo team del Massachusetts Institute of Technology tentarono per la prima volta di quantificare gli effetti dei danni del clima sulla crescita economica, il nuovo studio di Frances Moore e Delavane Diaz della Stanford University calibra le “funzioni di danno” del clima con il Dynamic Integrated Climate-Economy model, (DICO), sviluppato da William Nordhaus della Yale University, utilizzando i risultati dello studio della Dell  e  dividendo il mondo tra Paesi ricchi e poveri ha scoperto che, mentre le economie dei paesi ricchi continueranno  a crescere bene in un mondo più caldo, la crescita economica dei Paesi poveri verrà compromessa in maniera significativa.

Moore e Diaz concludono che il percorso economicamente ottimale dovrebbe essere molto simile allo scenario più “aggressivo” previsto dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), il Representative Concentration Pathways 2.6 (RCP2.6), nel quale il picco delle emissioni antropiche di carbonio viene raggiunto quasi quasi subito, per poi declinare fino a raggiungere lo zero intorno al 2070.

Se le politiche climatiche riuscissero a governare così il cambiamento climatico influendo su crescita e PIL, allora quello che sarebbe il percorso migliore per la società limiterebbe l’aumento delle temperature tra gli 1,6 e 2,8° C nel 2100, con la stima migliore a circa 1,7° C di riscaldamento.

Al contrario, lo scenario business-as-usual  avrebbe un impatto devastante sulla crescita economica nei Paesi poveri. Moore e Diaz sottolineano: «Dato che i Paesi poveri sono, in media, più caldi di Paesi ricchi, sono esposti più frequentemente a temperature dannose e quindi mostrano una maggiore sensibilità alle temperature. All’interno di questo meccanismo, la sensibilità dei paesi ricchi aumenterebbe mentre si riscaldano. In alternativa, le temperature più elevate possono essere più dannose nei Paesi poveri, perché le loro economie fanno affidamento su settori esposti al clima come l’agricoltura e l’estrazione delle risorse naturali, o perché le opzioni di gestione del rischio, come le assicurazioni o l’aria condizionata non sono così ampiamente disponibili. In questo caso ci si aspetterebbe che la sensibilità delle regioni povere al  riscaldamento diminuisse con l’aumentare il PIL pro-capite». In altre parole, in futuro, i Paesi più poveri potrebbero avere le risorse per adattarsi ai cambiamenti climatici diventando più ricchi, ma visto che la loro crescita è sensibile al riscaldamento globale, proprio perché sono spesso nelle aree più calde del pianeta, quindi le loro economie in futuro dovranno lottare contro mondo più caldo.

Moore e Diaz concludono che «Nella contabilizzazione delle impatti climatici sulla crescita economica, il costo sociale del carbonio sale da circa 70 dollari a 400 dollari per tonnellata, con la stima migliore ad oltre 200 dollari per tonnellata. Ciò suggerisce che anche il nuovo maggiore stima del governo, degli Stati Uniti è troppo bassa» e Moore sottolinea: «La nostra stima di 200 dollari per tonnellata include l’ipotesi che non ci sarà un adattamento abbastanza rapido ed efficace agli impatti dei cambiamenti climatici. Se non ci sarà alcun adattamento, allora il costo sociale di carbonio sarà sostanzialmente più grande. Quindi non è una scelta tra/o adattamento e politica di mitigazione»

Secondo Diaz «I risultati di questo studio suggeriscono anche che le stime del costo sociale del carbonio finora hanno sottovalutato la già grande incertezza nel suo valore. Questo suggerisce che le politiche climatiche dovrebbero concentrarsi sulla gestione del rischio, piuttosto che tentare di identificare un singolo valore esatto per il costo sociale del carbonio, la politica di mitigazione dovrebbe essere progettata con l’obiettivo di gestire i rischi climatici incerti».

Chi continua a dire – multinazionali fossili, politici  e think Tank ecoscettici al loro servizio –   che i costi dei danni climatici non saranno così grandi e che invece ci si dovrebbe concentrare su altri problemi, omette di spiegare quali siano, già oggi, le conseguenze dei danni climatici sulla crescita economica e lo studio evidenzia che questi  modelli sembrano avere significativamente sottovalutato i loro costi e che «Nella contabilizzazione di tutti  gli impatti dei danni climatici, esiste una forte motivazione economica per compiere sforzi aggressivi immediati per ridurre l’inquinamento da carbonio».