Il cambiamento climatico costa all’Italia quanto la crisi economica, ma non ce ne accorgiamo

Tavoni (Cmcc): «Si stima che nel nostro Paese sia responsabile di un 10% di Pil in meno»

[27 giugno 2017]

Oggi il compito di giudicare il magro andamento economico dell’Italia è spettato alla Corte dei conti, che – relazionando sul Rendiconto generale dello Stato per l’esercizio finanziario 2016 – ha marcato la distanza che ancora separa il Paese dal resto d’Europa in termini di Pil, dopo nove anni di crisi. In Italia, sottolinea infatti la Corte, il «recupero della crescita del prodotto interno lordo, dopo la lunga crisi, appare ancora troppo modesto e, soprattutto, in ritardo rispetto alla ripresa in atto negli altri principali Paesi europei».

Sul come porre rimedio le idee non sembrano altrettanto chiare. Ancora in mezzo al guado della crisi, l’accento della Corte si mantiene sull’elemento di »maggiore vulnerabilità dell’economia italiana, vale a dire l’elevato livello del debito pubblico», che «impone alla politica economica, ben di più di quanto non derivi dai vincoli fissati con le regole europee sui conti pubblici, di proseguire lungo un “percorso di rientro” molto rigoroso».

Al contempo, in un esercizio che corre sul filo del cerchiobottismo, la Corte sottolinea alcune delle più evidenti falle che non hanno permesso all’Italia di imboccare una crescita economica più robusta: la cronica mancanza di investimenti pubblici e la ancor più ridotta attenzione per quelli in ricerca e sviluppo.

«Nel 2016 – osserva infatti la Corte – la spesa diretta dello Stato per investimenti, rappresenta solo il 12,5 per cento degli stanziamenti definitivi in conto capitale: poco più di 5 miliardi che si traducono in circa 4 miliardi di impegni e 2 miliardi di pagamenti di competenza, mentre impegni e pagamenti totali sono entrambi di poco superiori a 4 miliardi. Importi comunque inferiori ai livelli registrati nel 2015». Un dato di fatto che non cambia di molto anche tenendo conto dei «diversi servizi di pubblica utilità lo Stato ha ceduto a società esterne (che rimangono sotto il controllo pubblico)»; in questo caso, ovvero «ricomprendendo tra gli investimenti anche i contributi e i trasferimenti in conto capitale, nel 2016 i pagamenti raggiungono gli 8,9 miliardi (-1,6% rispetto al 2015): al lieve aumento riscontrato per gli investimenti fissi lordi fanno riscontro l’incremento del 10,4 per cento nei contributi agli investimenti, ma anche riduzioni consistenti dei contributi alle imprese pubbliche (minori pagamenti per il 9,4%) e degli altri trasferimenti in conto capitale (6,5%)». Rimane infine drammaticamente basso, da qualsiasi angolazione lo si osservi, l’ammontare di risorse economiche dedicato dallo Stato alla ricerca: tali risorse sono infatti «risultate nel 2016 vicine ai 3 miliardi, sostanzialmente in linea con l’importo relativo al 2015, ma attestandosi su un valore nettamente inferiore a quello di soli pochi anni prima (poco meno di 4 miliardi nel 2010)».

Di fronte a cifre così straordinariamente basse, confrontate con quelle stanziate dai nostri principali competitor, può apparire velleitario fermarsi a riflettere su cosa lo Stato dovrebbe investire. Nondimeno è un esercizio cui non possiamo rinunciare, vista la posta in gioco: cambiamenti climatici, inquinamento ed esaurimento delle risorse naturali rientrano tra le varie calamità “ambientali” cui stiamo esponendo la nostra società, con costi enormi dei quali spesso neanche ci accorgiamo.

«Sono un rischio tangibile per le nostre economie per tutti noi, anche alla luce della recente emergenza siccità che ha messo in ginocchio l’agricoltura di molte regioni italiane – come spiegano dal Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc), rigoroso ente di ricerca no-profit supportato finanziariamente dal governo – I cambiamenti climatici hanno un costo sociale enorme, gli impatti non riguardano solo l’agricoltura, ma anche, per esempio, la salute (si pensi all’eccezionale ondata calore del 2003 e alle morti che provocò). Sono un fenomeno globale, irreversibile, destinato ad avere effetti su di noi e soprattutto sulle future generazioni». I cui costi economici impliciti sono enormi, soprattutto in un Paese gravemente esposto come lo è l’Italia.

«Solo in Italia – commenta Massimo Tavoni, docente di Economia del clima al Politecnico di Milano e ricercatore della Fondazione Cmcc, intervenuto sul tema durante la trasmissione Rai Petrolio – il cambiamento climatico costa ogni anno miliardi di euro. Se parliamo di percentuali di Pil perso ogni anno, si stima che in Italia il cambiamento climatico sia responsabile di un 10% di Pil in meno». Per avere una pietra di paragone, basti pensare che dal 2008 a causa della crisi economica il Pil dell’Italia ha perso all’incirca la stessa cifra, un declino che – secondo le stime fornite dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco – continuando agli attuali livelli di crescita sarà colmato solo nel 2025. A meno che, naturalmente, a piegarci definitivamente non sia prima la crisi ambientale: stranamente però, questo per le istituzioni non appare un tema così interessante.