Imbarazzo per il Segretario di Stato Usa. Durissima risposta di ExxonMobil: ricerca inaccurata e insensata

Cambiamento climatico: ExxonMobil ha ingannato l’opinione pubblica

Internamente riconosceva i rischi del cambiamento climatico, sui giornali lo negava

[25 agosto 2017]

Nel 2016, i procuratori generali di 17 Stati e Territori Usa hanno annunciato indagini e procedimenti giudiziari per scoprire se la ExxonMobil Corporation e altre multinazionali dei combustibili fossili avessero violato la tutela dei consumatori o i diritti degli investitori con comunicazioni false o omissive sul ​​riscaldamento globale di origine antropica (anthropogenic global warming – Agw). Di fronte all’offensiva giudiziaria di procuratori generali democratici, ExxonMobil rispose: «Rifiutiamo in modo inequivocabile le affermazioni secondo cui ExxonMobil abbia soppresso la ricerca sul cambiamento climatico contenuta nei rapporti mediatici con inesatte distorsioni della storia quasi quarantennale di ricerca sul clima di ExxonMobil. Capiamo che i rischi climatici sono reali. L’azienda ha continuamente, pubblicamente e apertamente studiato e discusso i rischi del cambiamento climatico, l’analisi del ciclo di vita del carbonio e le riduzioni delle emissioni». Inoltre, sul sito web della ExxonMobil è pubblicato un documento di 10 pagine – “Exxon Mobil Contributed Publications” – che elenca i 50 maggiori articoli peer-reviewed  sulla ricerca sul clima e sulle relative analisi delle politiche pubblicati dagli scienziati di ExxonMobil dal 1983 al 2015. ExxonMobil sostiene che questo elenco smentisce che la più grande multinazionale petrolifera del mondo abbia cercato di nascondere i risultati delle sue ricerche. La multinazionale ha anche pubblicato alcuni dei documenti aziendali interni, originariamente resi pubblici dai giornalisti dell’InsideClimate News (Icn) e contemporaneamente riportati dalla School of Journalism della Columbia University e dal Los Angeles Times, che secondo ExxonMobil dimostrerebbero che «le accuse sono basate su dichiarazioni deliberatamente selezionate».

Ma è davvero cosi? No, almeno a leggere lo studio Assessing ExxonMobil’s climate change communications (1977–2014)”, appena pubblicato su Environmental Research Letters da Geoffrey Supran e Naomi Oreskes del Department of the History of Science dell’Harvard University, che si occupa proprio della ricerca sul cambiamento climatico e della “politica del dubbio” sul caso di Exxon-Mobil. Dopo aver  analizzato 40 anni di documenti della multinazionale, i due ricercatori dicono di aver trovato «evidenti prove di una strategia per indurre in errore l’opinione pubblica».

Supran e Oreskes hanno fatto un’analisi empirica del contenuto testuale dei documenti e confrontato 187 comunicazioni sul cambiamento climatico della ExxonMobil, comprese le pubblicazioni peer-reviewed e non-peer-reviewed, documenti aziendali interni e annunci pubblicitari a pagamento in stile redazionale (advertorials) pubblicati sul New York Times.

«Abbiamo esaminato se queste comunicazioni hanno trasmesso messaggi coerenti sullo stato della scienza climatica e sulle sue implicazioni – si legge nello studio – In particolare, abbiamo confrontato le loro posizioni sul fatto che il cambiamento climatico sia reale, causato dall’uomo, grave e risolvibile». In tutti e quattro i casi, Supran e Oreskes hanno scoperto che più i documenti diventavano accessibili all’opinione pubblica, più venivano comunicati dubbi sul cambiamento climatico. «Questa discrepanza – evidenzia lo studio – è più pronunciata tra gli advertorials rispetto a tutti gli altri documenti. Per esempio, l’83% dei documenti peer-reviewed e l’80% dei documenti interni di ExxonMobil riconoscono che il cambiamento climatico è reale ed è causato dall’uomo, ma fa altrettanto solo il 12% degli advertorials, mentre l’81% esprime dubbi sull’origine antropica del riscaldamento globale.

Lo studio esamina anche la discussione fatta all’interno della ExxonMobil sui rischi degli asset legati ai combustibili fossili. Un argomento discusso e talvolta quantificato in 24 documenti di vario tipo, ma assente negli advertorials.

Insomma, gli annunci pubblicitari di ExxonMobil sul New York Times hanno enfatizzato i dubbi, promuovendo una narrazione climatica negazionista che non ha niente a che vedere con le opinioni della maggioranza tra gli scienziati climatici,  a cominciare da quelli della ExxonMobil. «Questo è caratteristico di ciò che Freudenberg ed altri definiscono lo Scientific Certainty Argumentation Method (Scam): una tattica per minare la comprensione delle conoscenze scientifiche da parte dell’opinione pubblica. Allo stesso modo, i documenti peer-reviewed, non-peer-reviewed e interni della società riconoscono i rischi degli stranded assets, mentre i loro advertorials non lo fanno – conclude lo studio –  Alla luce di questi risultati, giudichiamo che le comunicazioni Agw di ExxonMobil erano ingannevoli. Non siamo in grado di giudicare se violano qualche legge».

Lo studio è molto imbarazzante per l’attuale segretario di Stato Usa Rex Tillerson, che era amministratore di ExxonMobil proprio mentre il gigante petrolifero traeva in inganno l’opinione pubblica e gli azionisti. ExxonMobil non l’ha presa bene, e ha definito la ricerca «inaccurata e insensata».

Suzanne M. McCarron, vicepresidente per gli affari pubblici e di governo della ExxonMobil Corporation, risponde sul New York Times e accusa  Naomi Oreskes e Geoffrey Supran di aver detto cose ingannevoli e di non aver divulgato i propri conflitti di interesse: «La signora Oreskes ha contribuito ad orchestrare uno sforzo concertato per cinque anni da parte di un gruppo di attivisti per attaccare la reputazione della compagnia, e il signor Supran è da lunga data coinvolto movimento anti-combustibili fossili», che nel 2016 ha accusato ExxonMobil di essere «un’istituzione corrotta che ha spinto l’umanità (e tutta la creazione) verso il caos climatico».

La McCarron  dice che «lo studio – e la campagna contro la nostra compagnia – è stato pagato dal Rockefeller Family Fund, il cui presidente, David Kaiser, ha riconosciuto in un’intervista alla NPR che vuole che la compagnia paghi miliardi in risarcimenti».

La vicepresidente ExxonMobil afferma le che le dichiarazioni della multinazionale sul rischio del cambiamento climatico «sono sempre state coerenti con la nostra comprensione della scienza climatica» del periodo in cui sono state fatte, e accusa Oreskes e Supran di aver pubblicato uno studio contraddittorio nel quale riconoscono l’accuratezza della ricerca climatica della ExxonMobil, affermando che abbia «addirittura contribuito alla scienza climatica, ma erroneamente affermando altre affermazioni furono fuorvianti». Secondo la McCarron basterebbe questo a rivelare la «logica contorta di un’accusa» per la quale ExxonMobil avrebbe ingannato l’opinione pubblica sui cambiamenti climatici mentre allo stesso tempo faceva fare passi avanti alla scienza climatica, arrivando così a ribaltare l’accusa e ad accusare Oreskes e Supran di credere che la gente sia così sciocca da non cogliere tale contraddizione: «Dopo tutto, il loro studio ha affermato che i nostri dati scientifici sono “altamente tecnici, intellettualmente inaccessibili alle persone comuni e poco interessati per il pubblico o i responsabili politici. Nel frattempo, ExxonMobil continuerà a concentrarsi sugli sforzi per fornire l’energia necessaria al mondo, affrontando contemporaneamente il rischio dei cambiamenti climatici riducendo le nostre emissioni, aiutando i consumatori a ridurle e promuovendo la ricerca per trovare nuove tecnologie a basse emissioni per il futuro».

Oreskes e Supran respingono accuse e insinuazioni ricordando che il loro studio si basa proprio su dati della ExxonMobil e su comunicazioni pubbliche e private (lettere, email, pubblicità) dal 1994 in poi. Tutti documenti che hanno per oggetto i cambiamenti climatici. E le loro conclusioni non lasciano spazi a dubbi: «ExxonMobil ha contribuito a promuovere la scienza del clima – per mezzo delle pubblicazioni accademiche dei suoi scienziati – ma ha promosso dubbi negli  advertorials. Data questa discrepanza, concludiamo che ExxonMobil abbia ingannato l’opinione pubblica».

A loro sostegno c’è l’indagine di Eric Schneiderman, il procuratore generale di New York, che ha accusato Tillerson, quando era amministratore delegato della ExxonMobil, di utilizzare il nikname Wayne Tracker per mandare compromettenti email interne riguardanti proprio le politiche e le campagne informative negazioniste e fuorvianti sul cambiamento climatico.