Cambiamento climatico: la sociopatia di Trump gli impedisce di riconoscere i fatti

Sachs: «I prossimi disastri climatici andrebbero denominati Ciclone Donald, Uragano Ivanka e Inondazione Jared»

[13 giugno 2017]

In molti si chiedono quali siano le ragioni che hanno spinto il presidente Usa Donald Trump ad annunciare l’uscita degli Usa dall’Accordo di Parigi e ad avviare la rapida rottamazione di tutte le politiche energetiche e climatiche messe in piedi dal suo predecessore Barack Obama, isolandosi così dalla comunità climatica ed energetica internazionale. Uno dei più noti scienziati del mondo, Jeffrey Sachs, che insegna sviluppo sostenibile e politica e gestione sanitaria alla Columbia University e dirige il Center for sustainable development, ha una teoria: le dichiarazioni di Trump denoterebbero «un comportamento sociopatico».

Su Project Syndacate, Sachs spiega che «Senza alcun rimorso, Trump sta deliberatamente danneggiando altri individui. La dichiarazione di Nikki Haley, ambasciatore americano presso l’Onu, che il presidente americano crede nel cambiamento climatico peggiora, anziché migliorare, le cose, perché quello che emerge è un Trump che, in maniera volontaria e spudorata, sta mettendo a rischio il pianeta.  L’annuncio di Trump è stato dato con la spavalderia tipica dei bulli. Un accordo globale simmetrico sotto ogni punto di vista, in tutti i paesi del mondo, ha detto in tono arrogante, è una specie di inganno, una cospirazione contro l’America. Il resto del mondo “ride di noi”. Queste divagazioni potrebbero definirsi assolutamente deliranti, ciniche, o profondamente ignoranti. È probabile che siano tutte e tre le cose e, quindi, come tali andrebbero trattate».

Insomma, Sachs dice apertamente che quel che molti americani e osservatori stranieri dicevano e temevano già durante la campagne elettorale per le presidenziali Usa: Trmp è instabile e male informato, ma nonostante questo esprime opinioni non suffragate dai fatti e ignora completamente – e forse non comprende – le evidenze scientifiche. Un comportamento che forse può andar bene in un abituale avventore da bar che scambia opinioni sul clima con gli amici, ma che sono molto preoccupanti se le fa l’uomo più potente del modo e che ha – come sta dimostrando – il potere di ritardare e ostacolare fortemente l’azione climatica del resto del mondo e degli Stati e amministrazioni locali Usa che si sono incamminati verso energie 100% rinnovabili ed economie low carbon.

Ma Sachs è anche convinto che Trump e il trumpismo non vengano dal niente, che non siano un fenomeno improvviso e senza retroterra politico, secondo lui la decisione di uscire dall’Accordo di Parigi ha le sue radici in due sviluppi distruttivi: «Il primo riguarda la corruzione del sistema politico statunitense. L’annuncio in questione non è solo farina del suo sacco, bensì riflette la volontà della leadership repubblicana in seno al Congresso» e ricorda che 22 senatori repubblicani hanno inviato una lettera  a Trump per chiedergli di far uscire gli usa dall’Accordo di Parigi e che «Questi senatori, così come i loro omologhi nella Camera dei rappresentanti, ricevono bustarelle dall’industria del petrolio e del gas, che nel 2016 ha speso 100 milioni di dollari in forma di contributi elettorali», e il 90% è finito in tasca a candidati repubblicani.

Ma la seconda ragione delle distruttive politiche climatico-energetiche riguarda proprio quella che Sachs definisce «La mentalità contorta di Trump e dei suoi più stretti collaboratori. Il loro pensiero, difeso con “fatti alternativi” che non trovano alcun riscontro nella realtà, è paranoico e maligno, e punta a danneggiare gli altri o, nel migliore dei casi, resta indifferente al danno che colpisce gli altri». E’ il Trump che dichiara, indifferente o forse ignaro, di quel che pensa il resto del mondo: «L’accordo di Parigi, penalizza l’economia degli Stati Uniti per ottenere elogi dagli stessi paesi stranieri e attivisti globali che per lungo tempo hanno cercato di arricchirsi alle spalle del nostro paese», riducendo così a complotto un accordo mondiale tra 193 Paesi per salvare il pianeta da una catastrofe climatica che avrebbe impatti tremendi sull’umanità e sulla vita del mondo.

Ma al “sociopatico-climatico” Trump non interessa niente se le popolazioni più vulnerabili del mondo dovranno soffrire ancora di più fame e povertà e se in decine di milioni saranno costretti a migrare da territori resi invivibili dall’innalzamento del livello del mare o dalla desertificazione le “responsabilità comuni ma differenziate” dell’Accordo di Parigi sono un pericolo per la sua visione egoistica e xenofoba dell’America “great again” che se ne frega se gli Usa resteranno i più grandi inquinatori del mondo e se a rimetterci saranno un branco di straccioni. Basta tirare su un muro. Come scrive Sachs: «L’accordo di Parigi non rende gli Stati Uniti una vittima, al contrario li mette di fronte all’enorme responsabilità di rimettere ordine in casa propria», ma è esattamente quello che Trump e il suo famelico branco di pescecani non vogliono fare.

Secondo il World resource institute (Wri), dal  1850 al  2013 gli Usa hanno emesso da soli il 26,6% dei gas serra globali con solo il 4,4% della popolazione mondiale, voler mantenere uno squilibrio come questo è fare dell’ingiustizia climatica uno dei pilastri della propria politica economica ed estera.

Il “Key world energy statistics 2016” dell’International enegy agency (iea)  dice che le emissioni globali di CO2 dovute alla produzione di energia e all’industria ammontano a 32,4 miliardi di tonnellate per 7,2 miliardi di persone, cioè, in media, 4,5 tonnellate pro capite, le emissioni pro capite Usa sono 4 volte tanto: 5,2 miliardi di tonnellate. E’ quindi assurdo che Trump dica che l’accordo di Parigi favorirebbe Paesi come l’India  (che tra l’altro ha firmato un accordo con gli Usa per o sviluppo delle rinnovabili) che ha solo 1,6 tonnellate  di emissioni di CO2 pro capite, un decimo di quelle Usa.

Trump non vuole nemmeno contribuire al Green Climate Fund, dicendo che gli Usa hanno già dato oltre un miliardo di dollari, senza però dire che questo equivale a un contributo di 3,08 dollari per ogni statunitense e che per finanziare tutto l’impegno Usa nel Green Climate Fund  ogni americano spenderebbe – diluito in anni – solo 30,80 dollari. Una miseria rispetto alle responsabilità storiche che l’industria e il modello iperconsumista statunitense hanno per la crisi climatica planetaria

Sachs fa notare che «La verità pura e semplice è che il mondo intero deve evolvere rapidamente e con decisione verso un sistema energetico a low carbon  per porre fine alle emissioni di CO2 e altri gas serra entro la metà del secolo. Non si tratta di una mossa contro gli Stati Uniti, bensì di un imperativo globale che vale per gli Usa quanto per la Cina, l’India, la Russia, l’Arabia Saudita, il Canada e altri Paesi ricchi di combustibili fossili, così come per le regioni che invece li importano, come l’Europa, il Giappone e gran parte dell’Africa. Fortunatamente, le tecnologie in grado di consentirci di raggiungere tale obiettivo esistono già, e sono l’energia solare, eolica, geotermica, idroelettrica, pelagica, nucleare e altre fonti energetiche a basso contenuto di carbonio».   Visto le sue responsabilità  storiche, «Quantomeno, l’America dovrebbe collaborare attivamente con il resto del mondo».

Ma questo impegno, questo riconoscimento e assunzione di responsabilità verso la comunità internazionale che ci si attenderebbe dal presidente del più potente Paese del mondo è reso impossibile dal «comportamento sociopatico di Trump, così come la corruzione e la meschinità di quanti lo circondano . conclude Sachs –  ha generato un disprezzo totale nei confronti di un mondo quasi sull’orlo della catastrofe. I prossimi disastri climatici provocati dall’uomo andrebbero denominati Ciclone Donald, Uragano Ivanka e Inondazione Jared, così che il mondo se ne ricordi».