Il cambiamento climatico manda fuori sincrono la migrazione delle aquile

I castori alla conquista dell’Artico. Problemi anche per i bighorn e i grifoni del Capo

[14 dicembre 2017]

Le aquile reali (Aquila chrysaetos) dell’America del Nord potrebbero non essere in grado di adeguare i tempi della loro migrazione e “mancare” il boom stagionale delle prede di cui hanno bisogno per crescere i loro piccoli. La scoperta è frutto di un progetto per tracciare l’impatto del cambiamento climatico sugli animali migratori presentato da Scott LaPoint, del Max-Planck-Institut für Ornithologie e del Lamont-Doherty Earth Observatory deella Columbia University durante la conferenza “Climate change has unexpected consequences for animal populations” ospitata dal meeting annuale dell’American geophysical union (Agu). in corso a New Orleans.

LaPoint  ha spiegato che «La lunghezza del giorno, o fotoperiodo, sembrava dare a questi grandi uccelli lo spunto per andare il più lontano e il più velocemente possibile». Ma analizzando i dati di 20 anni di tagging delle aquile con tag satellitari e in seguito alle loro migrazioni stagionali, LaPoint ha notato uno schema insolito e ha spiegato a BBC News: «I rapaci più giovani avrebbero spostato i tempi del loro viaggio, adattandosi apparentemente alle condizioni climatiche e al clima. Ma negli adulti questo comportamento viene innescato dal fotoperiodo, ed è tempo di andare! Mi sarei aspettato  che un uccello più vecchio e saggio migliorasse il tempo della migrazione. Ma secondo la tesi dell’innesco [la luce del giorno], non hanno il lusso di decidere: devono di arrivare [al loro sito di nidificazione] il più presto possibile per l’accoppiamento. Vogliono che i loro pulcini siano il più indipendenti possibile entro ottobre – novembre».

Fino a 5 anni le aquile reali sono subadulti, non si riproducono, quindi sono in grado di aspettare che le giuste termiche li trasportino verso nord con un basso consumo energetico. Le aquile reali che nidificano più a nord possono volare per migliaia di chilometri per raggiungere i siti di nidificazione dai loro territori di svernamento meridionali e per questo si sono adattate anche a far coincidere la ritorno verso sud con la prima nevicata o congelamento permanente e con  la diminuzione dell’abbondanza delle prede.

LaPoint fa notare che «Se arrivano nello stesso periodo  ogni anno e se in quell’ecosistema c’è un cambiamento causato dei cambiamenti climatici – che si tratti di un cambiamento nell’arrivo della primavera, o di eventi meteorologici più estremi –  il periodo dell’arrivo potrebbe essere meno ottimale. Stiamo potenzialmente interrompendo questa sincronia e se gli uccelli non sono in grado di adattarsi, non sono sicuro di cosa potermi aspettare».

Ma il cambiamento climatico sta influenzando gli ecosistemi in tutto il mondo e durante il briefing ospitato dall’Agu i ricercatori hanno presentato nuove scoperte che spiegano in dettaglio in che modo le diverse specie animali vengono influenzate e come rispondono al clima che cambia.

Uno dei casi più eclatanti riguarda i castori (Castor canadensis)  che stanno colonizzando un nuovo bioma nell’Artico americano. Come spiega Ken Tape, dell’università dell’Alaska – Fairbanks. «I castori erano storicamente assenti dalla tundra artica. Utilizzando le immagini satellitari, dal 1999 abbiamo rilevato decine di nuove dighe e stagni di castori in una vasta regione della tundra dell’Alaska nordoccidentale, dove nel 1999 esistevano pochi stagni. Osservazioni simili esistono per altre regioni della tundra dell’Alaska».

Il problema è che i castori si stanno rivelando un forte elemento di disturbo. La loro colonizzazione della tundra artica dipende probabilmente delle temperature in aumento che favoriscono la crescita di arbusti e hanno fatto aumentare la ortata dei fiumi in inverno, creando nella tundra più habitat appetibili per un castoro. Ma la migrazione dei castori verso nord potrebbe essere anche il frutto f di un recupero delle loro popolazioni  che erano state decimate dalle trappole tra il  XIX secolo e l’inizio del XX secolo.

Tape e i suoi colleghi sono convinti che la colonizzazione dei castori nell’Artico avrà implicazioni profonde, con l’inondazione dei fondovalle e di altri ecosistemi. I cambiamenti nell’idrologia provocheranno un’ulteriore disgelo del permafrost, cedimenti dei terreni e acqua più calda durante l’inverno. Fenomeni che avranno forti conseguenze sull’habitat acquatico artico durante l’inverno, un ecosistema “limitato” dalle temperature e tenuto insieme dal terreno ghiacciato che verranno sconvolti dalle dighe e dai laghi creati dai castori».

Se il cambiamento climatico favorisce i castori, sembra danneggiare i bighorn, le pecore delle Montagne Rocciose (Ovis canadensis). Uno studio sull’ecologia del territorio innevato e i movimenti e la demografia della fauna selvatica presentato al meeting Agu da Laura Prugh dell’università di Washington, propone i bighorn come sentinelle degli impatti dei cambiamenti climatici nelle montagne. Infatti, questi ovini selvatici vivono a un’elevata latitudine, ma nonostante questo isolamento le loro popolazioni sono diminuite del 26% negli ultimi 20 anni. La Prugh dice che sono «Buoni indicatori della salute degli ecosistemi alpini« e che «La modifica delle proprietà della neve può influire sulla fauna alpina più di altri fattori climatici. Il cambiamento delle condizioni della neve sta colpendo le pecore delle Montagne Rocciose». In particolare questi animali sembrano soffrire per la copertura nevosa primaverile, ormai praticamente assente, e per una crescente variabilità del clima. Il team della Prugh fa notare che  nella tarda primavera c’è una minore sopravvivenza degli agnelli. E il lavoro sul campo nelle montagne di Wrangell ha dimostrato che la soglia di densità neve critica è di 329 kg/m3

I ricercatori si chiedono: «Perché dovremmo preoccuparci del cambiamento climatico in montagna?» e rispondono che «Le condizioni della neve sono sempre più variabili e il cambiamento nella neve sta influenzando la sopravvivenza e l’energia delle delle pecore sentinelle degli ecosistemi montani».

Darcy Gray, della Tulane University, ha invece utilizzato i dati satellitari della Nasa per indagare sull’habitat del grifone del Capo (Gyps coprotheres), che negli ultimi 30 anni è diminuito dell’ dell’85% nella provincia del Capo Occidentale, dove non sono state messe in atto forme di protezione.

Secondo la Gray, «Questo studio pilota suggerisce che le misure di conservazione come le stazioni di alimentazione sono importanti per questa specie e che sono necessari ulteriori studi per studiarla».

I grifoni del Capo stanno scomparendo per mancanza di cibo e perché manca una visione di insieme che li consideri parte essenziale dell’equilibrio ecologico- I dati Nasa hanno permesso sia di seguire gli spostamenti di alcuni esemplari sia di avviare una modellazione di grandi dimensioni e la Gray conclude: «L’avvoltoio del Capo è una specie chiave. I cambiamenti climatici possono avere un impatto diretto su questa regione e i dati satellitari Nasa open source possono essere utilizzati per studiare gli impatti dei cambiamenti climatici sulla biodiversità. Sono necessari ulteriori studi per capire l’impatto dell’azione di salvaguardia della specie»