Figueres: «Gli impegni non saranno efficaci senza politiche interne per l’energia pulita»

Cambiamento climatico, a Bonn in bilico sul target dei 2 gradi

Nasce il Renewable energy club a trazione tedesco/cinese

[4 giugno 2013]

E’ iniziato a Bonn il secondo round dei climate change talks  per preparare la 19esima Conferenza delle parti dell’United Nations framework convention on climate change  che si terrà dall’11 al 22 novembre a Varsavia e che dovrebbe approvare le linee dell’accordo globale “post-Kyoto”  sul clima  da ratificare nel  2015 e mettere in atto a partire dal 2020. La segretaria esecutiva dell’Unfccc,  Christiana Figueres (Nella foto), ha avvertito i delegati che comunque «questi impegni non saranno efficaci se i Paesi non dimostreranno che li stanno attuando con politiche interne per l’energia pulita».

La Figueres ha sottolineato: «In questo momento i negoziati si trovano nella fase progettuale cruciale dell’accordo del 2015 e necessitano del contributo di tutte le parti interessate. Con l’aumento dei Paesi che stanno adottando legislazioni sul cambiamento climatico, con l’aumento degli investimenti nelle energie rinnovabili e con il settore privato sempre più attento ai rischi climatici, i negoziati possono cogliere l’energia ed il dinamismo di tutte le parti interessate, le quali a loro volta devono dichiarare, dove possibile, maggiori ambizioni  e dove gli orientamenti dei governi per la politica internazionale possono innescare una maggiore azione da parte degli Stati».

La Figueres ha evidenziato anche l’importanza dei lavori dell’Ad hoc working group on the Durban Platform for enhanced action (Adp) e della sessione annuale del Subsidiary body for  scientific and technological advice (Sbsta) per dare impulso ad una risposta internazionale al cambiamento climatico e cambio climático alla Unfccc di Varsavia: «Mentre negoziamo il nuovo accordo universale, non dobbiamo dimenticare  che i governi devono rispettare gli accordi esistenti relativi al finanziamento, alla sviluppo ed alla capacità. Per questo l’implementazione dei sistemi di sostegno concordati deve continuare con la stessa urgenza e concentrazione dei negoziati dell’Adp. Sono impaziente di vedere gli esiti in tutte le aree chiave dell’azione per affrontare il cambiamento climatico quando ci riuniremo di nuovo a Varsavia».

Ma gli impegni finanziari e di riduzione delle emissioni di gas serra presi dai Paesi ricchi sono considerati inadeguati dai Paesi poveri che sono quelli che subiscono e subiranno maggiormente le conseguenze del global warming e gli eventi meteorologici estremi, anche se il ripetersi delle inondazioni nell’Europa centrale il caldo record nell’Artico e la fredda estate del sud Europa qualche campanello d’allarme in più dovrebbero farlo suonare anche nelle nostre teste.

I Paesi sviluppati si sono impegnati a fornire 30 miliardi di dollari tra il 2010 e il 2012  all’interno dell’iniziativa Fast start finance  e 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020. L’unione europea, che generalmente viene presa come massimo punto di riferimento per le proposte dei Paesi industrializzati, dice di aver non solo rispettato, ma addirittura fatto di più degli impegni che si era  assunta per i finanziamenti Fast start.  Ma Ong e Paesi poveri non sono d’accordo perché in questi flussi finanziari dei Paesi ricchi vengono compresi anche vecchi prestiti  che sono spesso presentati come nuovi e questo potrebbe essere uno degli ostacoli per il successo del meeting di Bonn.

Mentre si discute di come realizzare il nuovo Protocollo post-Kyoto, sono in corso altri negoziati su come aumentare gli sforzi per la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico in un futuro immediato. Un “workshop on pre-2020 ambition” si concentrerà sull’energia, compreso i modi con i quali aumentare le energie rinnovabili, migliorare l’efficienza energetica e prenderà in considerazione anche la contestatissima tecnica del Carbon capture and storage.  Altre sessioni riguardano i colloqui su accordi istituzionali che forniscano alle popolazioni più vulnerabili una migliore protezione contro i danni causati dagli eventi “a lenta insorgenza”, come  l’innalzamento del livello del mare, il chiarimento modi per misurare la deforestazione e su come evitare conseguenze negative dell’azione climatica. Inoltre, i negoziatori a Bonn devono ricordarsi che l’accordo per il  2015 non riguarda solo la  mitigazione, ma anche l’adattamento. Come costruire la resilienza ed adattarsi ai cambiamenti climatici, in particolare per le nazioni più povere e vulnerabili del mondo, è assolutamente cruciale.  I delegati potranno anche ascoltare le proposte di organizzazioni osservatrici ed Ong  che  possono contribuire all’azione collettiva sul cambiamento climatico.

Tutti aspettano l’11 giugno, quando l’International energy agency presenterà il suo ultimo World Energy Outlook Special Report “Redrawing the energy-climate map” che fornirà nuove importanti informazioni sul futuro trend delle emissioni globali di gas serra. Ma quello che preoccupa di più è quanto è emerso, proprio nel giorno di apertura dei Climate talks, del raporto “Modifying the 2°C Target – Climate Policy Objectivesin the Contested Terrain of Scientific Policy Advice, Political Preferences, and Rising Emissions”, nel quale l’autrorevolissimo Stiftung Wissenschaft und Politik – German Institute for International  and Security Affairs  afferma che i responsabili delle  politiche climatiche devono fissare un nuovo obiettivo globale per l’innalzamento delle temperature, visto che l’obiettivo attuale, ossia quello di limitare l’aumento entro i 2 gradi centigradi, non è più realizzabile. L’istituto finanziato dl governo tedesco suggerisce  ai leader mondiali di considerare l’obiettivo dei 2° C come un target che può essere temporaneamente superato, accettando un punto di riferimento più alto o addirittura rinunciandoci del tutto, ma questa prospettiva è ferocemente avversata dagli Stati insulari del Pacifico che chiedono addirittura di abbassare quell’obiettivo ad 1,5 gradi per evitare che i loro Paesi scompaiano sotto le onde.

I climate chanche talks Unfccc di maggio erano stati considerati un successo perché i delegati, spaventati dal superamento delle 400 parti per milione di CO2 in atmosfera per la prima volta da quando esiste l’uomo sapiens, si erano dimostrati disposti a impegnarsi e discutere le varie proposte per la realizzare un accordo internazionale sui cambiamenti climatici, ma a distanza di meno di un mese quello spirito di cooperazione rischia di evaporare dio fronte alla “ineluttabilità” del global warming.

Intanto la Germania lancia il Renewable energy club e il ministro federale tedesco dell’ambiente Peter Altmaier, spiega che  «Il Renewables Club è un’iniziativa politica di paesi pionieri che sono uniti da un obiettivo importante: una trasformazione del sistema energetico a livello mondiale». I membri fondatori sono: Cina, Danimarca, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna, India, Marocco, Sudafrica, Tonga e il direttore generale dell’International renewable energy agency (Irena) Adnan Amin. I 10 membri del Club rappresentano oltre il 40% degli investimenti globali in energia rinnovabile e l’iniziativa punta ad ispirare altri Paesi su come far  partire l’industria delle rinnovabili.

Jayant Moreshver Mauskar e Harald Dovland , copresidenti delle sessioni dei colloqui Unfccc di Bonn hanno detto in una dichiarazione congiunta: «Il primo incontro di quest’anno ha dimostrato che la trattativa è sulla buona strada per raggiungere i traguardi e gli obiettivi concordati. Abbiamo già visto molte aree di un possibile terreno comune. Speriamo che in questa sessione i governi si basino su queste aree, impegnandosi su temi nei quali le differenze possono essere colmate e per  allargare ulteriormente il terreno comune».