Carbone, fallisce Arch Coal, la seconda più grande compagnia Usa

Gli ambientalisti: «E’ la fine di un’era». i costi delle bonifiche ambientali scaricati sul pubblico?

[13 gennaio 2016]

carbone Arch Coal

Arch Coal,  il secondo più grande fornitore di carbone degli Stati Uniti dopo Peabody Energy (nelle sue miniere si estrae il 13% delle forniture di carbone degli Usa), ha annunciato di aver depositato gli atti per la bankruptcy protection  perché, dopo aver subito ingenti perdite per diversi trimestri di seguito,  non è più in grado di ristrutturare il suo debito.

La gigantesca compagnia energetica è una dei principali protagonisti del mercato del carbone negli Stati Uniti, gestisce interi bacini carboniferi, compreso quello del Powder River. In Colorado, e la sua dichiarazione di fallimento taglia probabilmente le gambe al progetto di espansione della miniera di West Elk, in attesa dell’approvazione da parte dell’US Forest Service, che  prevede di aprire 67 miglia di strade e 450 siti di trivellazione  in  20.000 acri di foreste intatte, degradando così l’habitat per alci, trote e altri animali selvatici. Il periodo di consultazione pubblica per la proposta West Elk  di Arch Coal termina il 15 gennaio.

Negli ultimi 5 anni Arch Coal ha subito un drammatico declino: nei primi mesi del 2011 le sua azioni valevano  più di 360 dollari l’una, prima dell’annuncio del fallimento erano precipitate a 1 dollaro l’una, quindi agli azionisti che avevano investito sul carbone rimarrà solo i un pugno di mosche.

La richiesta di fallimento è stata causata dalle spese folli fatte dalla Arch Coal durante il picco dei prezzi del carbone, che alla fine hanno portato la compagnia ad avere oltre 5 miliardi di dollari di debito a lungo termine, la maggior parte dei quali dovrebbe essere restituita nei prossimi 2 – 4 anni. Cosa ormai impossibile, visto che solo 2015 Arch Coal ha accumulato perdite per  più di 500 milioni di dollari.  Nonostante tutto questo, Arch Coal ha continuato ad aumentare gli stipendi e i benefit dei suoi dirigenti per le loro strategie di falliti e per non essere riusciti ad adattarsi alle nuove preoccupazioni per la salute pubblica per l’inquinamento da carbone e alla crescente domanda di energia pulita.

Secondo Roger Singer, direttore regionale di Sierra Club Colorado «La cattiva gestione finanziaria di Arch Coal dimostra perché le agenzie federali devono smettere di salvare questa azienda imbrogliando i contribuenti del Colorado con tassi di royalty ridotti, che negli ultimi anni sono costati ai contribuenti circa  milioni di dollari. Questo fallimento dimostra il motivo per cui non dovremmo consegnare uno dei beni più preziosi del Colorado – la nostra natura selvaggia,  i nostri  terreni forestali privi di strade, insieme all’acqua, alla fauna selvatica e alle attività all’aperto che proteggono – per consentire ad Arch di aprire  strade per ulteriori espansioni di una miniera di carbone. Questa bancarotta, che arriva sulla scia dello storico accordo universale sul clima di Parigi, è un chiaro segnale che il carbone è un combustibile del passato del Colorado e che il futuro del Colorado sarà alimentato dall’energia pulita che non danneggia la salute pubblica, le risorse naturali, o il nostro clima».

La notizia del fallimento di Arch Coal arriva mentre anche molti dei suoi concorrenti, come Patriot Coal, Walter Energy e Alpha Natural Resources,  hanno anche presentato istanza di fallimento.

Il 2015  è stato un nno terribile per l’industria carbonifera Usa: i prezzi del gas naturale bassi e le nuove normative ambientali hanno fatto crollare la produttività delle miniere al livello più basso degli ultimi 30 anni, lontanissima dal picco raggiunto nel 2008. La produzione del 2015 è stata il 10% in meno di quella del 2014.
Anche le nuove politiche climatiche hanno ostacolato l’utilizzo del carbone, che per le utilities energetiche è diventato più costoso e inquinante del gas. Ad aprile 2015 il gas ha superato per la prima volta il carbone come fonte primaria di produzione di energia elettrica negli Usa, anche se il carbone era nuovamente passato in testa a maggio.

Ross Macfarlane, senior advisor di Climate Solutions, ha detto a ThinkProgress che «Il consumo di carbone Usa è drammaticamente in declino, mentre le centrali elettriche a carbone sono in fase di chiusura. Il carbone è stato spiazzato dalle fonti rinnovabili e dal gas naturale ed i mercati asiatici ai quali tutte le compagnie carbonifere stanno guardando come i loro salvatori si stanno muovendo nella direzione opposta. La bancarotta di Arch non è inaspettata, ma è ugualmente molto significativa in quanto dimostra che la seconda più grande coal company degli Stati Uniti non è in grado di pagare i propri debiti e di fornire qualsiasi ritorno a tutti i suoi azionisti».

Nel 2011, Arch aveva investito milioni di dollari nel carbone, convinta che l’industria del carbone mondiale fosse desinata ad una rapida crescita. Una crescita che non è mai avvenuta e con diversi Paesi forti consumatori di carbone, come la Cina, che sembrano essersi lasciati alle spalle il picco delle importazioni.

Ma in realtà, con la procedura di fallimento, attraverso un processo di procedura di amministrazione controllata,  Arch Col tenta di restare in piedi come «operatore a basso costo»: ha attualmente circa 600 milioni di dollari di liquidità e investimenti a breve termine e si aspetta di ricevere 275 milioni di dollari da istituti di credito. Un importo che, secondo la compagnia, dovrebbe essere sufficiente a sostenere le operazioni del fallimento, e a mantenere le sue attività nel corso del procedimento.

Ma quasi sicuramente   Arch Coal dovrà rinunciare sia alle nuove miniere che ai suoi progetti di porti caboniferi lungo la costa occidentale Usa. Arch Coal è co-proprietaria del progetto del terminal per l’esportazione di carbone di Millennium a Longview, nello Stato di Washington, che se completato sarebbe la più grande degli Usa, e che attualmente è uno dei due soli terminal per l’esportazione di carbone ancora presi in esame da parte del Washington Department of Ecology. Un investimento da 680 milioni di dollari che vede una forte opposizioni di ambientalisti e comunità indigene ma che le Big Coal presentano come l’occasione per realizzare infrastrutture e creare posti di lavoro in un’area di Washington dove la disoccupazione è alta. Ma la richiesta di fallimento di Arch, insieme ai grossi problemi economici di Ambre Energy, un altro investitore nel progetto Millennium, minaccia la fattibilità del mega-terminal carbonifero. Per Macfarlane «E’ una chiara conferma che i mercati non vedono alcun significativo potenziale di rialzo del carbone e che la company sta combattendo per la sua sopravvivenza finanziaria. La prospettiva che riesca ad alzare dai 650 milioni a 1 miliardo di dollari ritenuti necessari per realizzare questo progetto effettivamente è effettivamente pari a zero».

Macfarlane è invece preoccupato per qullo che succederà nei territori dove Arch sta ancora estraendo carbone. La legge federale prevede che, nel caso in cui le imprese falliscano,  le coal companies bonifichino le miniere. Si tratta dei “reclamation bonds” che devono essere previsti in qualsiasi licenza di estrazione federale. Ma, invece di obbligarle a mettere da parte il denaro per garantire le bonifiche, il Congresso Usa ha permesso alle compagnie carbonifere di vitare di investire nei “reclamation bonds”  e d farsi degli “auto-bond”, cioè semplici promesse che si basano sulla salute finanziaria e la reputazione di una coal company. Nel settembre 2015, il Wyoming ha permesso ad Arch Coal di presentare  “auto-bond” per le bonifiche minerarie, ora con la dichiarazione di fallimento, potrebbe toccare al governo e ai contribuenti farsi carico delle bonifiche necessarie. Macfarlane conclude: «C’è il pericolo che allo Stato e al  pubblico possano restare pochi centesimi di  dollaro, rispetto ai reali costi di bonifica e di ripristino di una public land che è stata devastata dalla coal company stessa».