Il carbone è un morto che cammina?

[10 dicembre 2014]

Tom Kenworthy, Senior Fellow di American Progress, su ThinkProgress fa un bilancio delle prospettive del carbone nel 2014 e dice che «King Coal si è imbattuto in un cumulo di scorie di cattive notizie». La peggiore è sicuramente l’accordo Usa-Cina per tagliare le emissioni di carbonio, poi c’è l’odiato (dai repubblicani e industrie energetiche Usa) progetto dell’Environmental Protection Agency (Epa) di imporre limiti alle emissioni di CO2 alle centrali elettriche a carbone esistenti ed ancora di più a quelle nuove, lo sfarinamento delle prospettive per le esportazioni di carbone made in Usa verso l’Asia ed il prepensionamento e la chiusura di diverse  centrale a carbone nei prossimi anni. Insomma, con il Natale che si avvicina, i giganti del carbone  statunitensi hanno davvero poco da festeggiare.

Kenworthy  dice che questi sviluppi  riportano alla mente un rapporto sul futuro del carbone presentato nel 2011 dall’asset management della Deutsche Bank Kevin Parker che disse: «Il carbone è un morto che cammina. Le banche non lo finanzieranno. Le compagnie di assicurazione non lo assicureranno. L’Epa è arrivata  dopo di loro … E le economie per renderlo pulito non funzionano».

Una bocciatura su tutti i fronti che ricorda quanto detto nel 2013 dall’ex sindaco di New York Michael Bloomberg: «Anche se l’industria del carbone non lo sa ancora del tutto o non è pronta ad ammetterlo, il suo tempo è finito …  Sono felice di dire che, qui negli Stati Uniti, il re è morto. Il carbone è un morto che cammina».

A giugno l’Epa ha proposto un piano voluto dal presidente Usa Barak Obama per ridurre del 30% rispetto ai livelli del  2005 l’inquinamento da  carbonio dalle centrali elettriche esistenti. Impianti che rappresentano la più grande fonte di emissioni di gas serra Usa e che sono un bel peso – circa un terzo della CO2 emessa negli Usa –  da portare nei negoziati climatici internazionale. Il piano fissa obiettivi di riduzione specifici per i 50 Stati Usa e permette una notevole flessibilità sui come gli Stati possono raggiungere gli obiettivi. A questo si aggiunge un altro piano Epa annunciato nel 2013 per ridurre l’inquinamento da carbonio delle nuove centrali. I repubblicani del Congresso, che ora hanno la maggioranza sia alla Camera che al Senato, hanno fatto e faranno di tutto per bloccare queste  iniziative.

L’annuncio dell’Epa è arrivato dopo che l’Energy Information Administration (Eia) ha previsto che i prezzi bassi del gas e la diminuzione dei consumi di elettricità potrebbe accelerare il pensionamento delle centrali elettriche a carbone. Secondo l’Eia entro il 2020 chiuderanno centrali per un totale di 60 gigawatt e la maggior parte delle chiusure avverrà entro il 2016. All’inizio del 2012 negli Usa c’erano 1.308 impianti a carbone, che producevano 310 gigawatt, nello stesso anno sono stati eliminati 10.2 gigawatt a carbone.

L’Eia ha anche fatto notare che l’attuazione entro il 2016 di un altro regolamento Epa sulla riduzione delle emissioni di mercurio ed altre sostanze tossiche porterà ad una nuova ondata di dismissioni delle centrali a carbone. Ad aprile a Corte Suprema ha respinto le denunce contro un altro strumento dell’Epa per la lotta contro l’inquinamento: il  “Cross-State Air Pollution Rules” (Csapr), rendendo così ancora più economicamente insostenibili le vecchie centrali a carbone.

L’accordo tra Obama e il presidente cinese Xi Jinping prevede una riduzione di emissioni di gas serra  dal 26 al 28% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2025, un bel passo avanti rispetto al precedente obiettivo Usa del 17% entro il 2020. La Cina ha accettato di raggiungere il picco delle emissioni di CO2 nel 2030 e di produrre il 20% della sua energia da fonti rinnovabili o da nucleare. Entro il 2030 la Cina dovrebbe aver installato altri 800 – 1.000 gigawatt di energia a zero emissioni di carbonio e per raggiungere questo obiettivo dovrà installare tante energie rinnovabili o nucleare quasi quanto è l’energia prodotta oggi dagli Usa utilizzando tutte le fonti. Se la Cina manterrà le promesse sarà difficile continuare ad esportare carbone in quel Paese, visto che il carbone è il problema e che all’inizio di quest’anno la Repubblica popolare aveva annunciato una ripresa delle tasse sull’importazione di carbone ad alcuni esportatori stranieri, annunciando un ammodernamento dell’industria carboniera nazionale che permetterebbe di ridurre radicalmente le importazioni. «Per l’industria del carbone statunitense, che ha visto le esportazioni come la sua grande speranza nera, un modo per compensare la quota di carbone contratta del mercato interno dell’energia e la concorrenza agguerrita da gas naturale a basso costo, è una prospettiva scoraggiante», spiega Kenworthy. Secondo l’Eia, le proiezioni sulle esportazioni di quest’anno sono di un calo di circa il 19% rispetto a quelle del 2013, un dato in linea con le recenti analisi di “financial houses” come Citi, Goldman Sachs e Morningstar che hanno detto senza mezzi termini che i prezzi internazionali del carbone termico sono andati a fondo negli ultimi anni e che è improbabile un recupero, visto che la domanda cinese ha raggiunto il massimo.

La crisi dei King Carbon negli Usa è più che evidente: i mega-progetti per costruire nuovi hub per l’esportazione del carbone  nella costa del Golfo del Messico e  del Pacifico nord-occidentale sono finiti nel dimenticatoio. O giugno l’Oregon ha negato il permesso per la costruzione di un terminal di Ambre Energy sul fiume Columbia, 4 dei 6 impianti proposti negli Stati di Washington e dell’Oregon sono stati cancellati o sono in discussione, anche per la netta opposizione delle comunità indigene e loca. Nella Gulf Coast  è stata annullata o messa in standby una mezza dozzina di progetti carboniferi.

A novembre la Ambre Energy, che ha un progetto per un terminal per l’esportazione di carbone anche  nello Stato di Washington, ha venduto la sua partecipazione mineraria statunitense ed i  progetti terminali previsti ad una società di private equity del Colorado. Gli ambientalisti e gli attivisti che si oppongono alla costruzione dei terminal carboniferi nel nord-ovest Usa ha detto che «Si tratta di un vivido esempio di come i sogni, una volta ambiziosi, dell’esportazione dei produttori di carbone statunitensi sono il relitto di un treno finanziario che non sta andando da nessuna parte».

Gli ambientalisti hanno anche avvertito l’amministrazione Obama che contrasteranno con ogni modo la politica aggressiva del Bureau of Land Management che punta a dare altre concessioni carbonifere nel bacino del fiume Powder, tra il Wyoming ed il  Montana, un’area dalla quale proviene circa il 40% della produzione di carbone degli Stati Uniti. Una denuncia presentata all’ US District Court di Washington DC, da Paul G. Allen Family Foundation, Friends of the Earth and the Western Organization of Resource Councils chiede che al Bureau of Land Management venga imposto di condurre una valutazione ambientale completa ed aggiornata sull’impatto del progetto del carbone, compresi i suoi effetti sul cambiamento climatico. Allen, un miliardario co-fondatore della Microsoft, ha inviato all’amministrazione Obama un durissimo promemoria che accusa il federal coal leasing program di essere un disastro per il clima e  quindi di «lampante ipocrisia», rispetto alle politiche climatiche dello stesso Obama. In un editoriale per Huffington Post, Allen ha scritto: «Non abbiamo una comprensione globale dell’inquinamento atmosferico e dell’impatto sul clima del federal coal-leasing program perché il  Bureau of Land Management ha omesso di analizzare i dati disponibili per più di tre decenni. La concessione di terre federali per il carbone mina gli obiettivi della politica climatica del presidente Obama».