Clima: a Bangkok piccolissimi passi verso Katowice

Lo scontro Usa – Cina e quello tra paesi ricchi e paesi poveri ostacolano i colloqui climatici

[10 settembre 2018]

I negoziati supplementari sul cambiamento climatico di Bangkok si sono conclusi tra crescenti richieste di un’azione urgente e forte in materia di cambiamenti climatici,  ma con pochi e frammentari progressi sulle linee guida per applicare l’Accordo sui cambiamenti climatici di Parigi.  necessarie per sbloccare un’azione climatica  trasparente e reale in tutto il mondo. Gli orientamenti di attuazione dell’Accordo di Parigi sono in corso di negoziazione dal 2016 e dovrebbero essere adottati in occasione della 24esima Conferenza delle parti dell’United Nations framework convention on climate change  (Cop24 Unfccc) che si terrà a dicembre a  Katowice, in Polonia.

La segretaria esecutiva dell’Unfccc, Patricia Espinosa, non nasconde la sua preoccupazione: «A Bangkok, ci sono stati progressi irregolari sugli elementi del regime sui cambiamenti climatici a cui i Paesi stanno lavorando. Questo sottolinea l’urgente necessità di continuare a lavorare nelle prossime settimane».

L’Unfccc ricorda che «Le disposizioni dell’Accordo di Parigi secondo cui i Paesi stanno lavorando per renderle operative comprendono un aumento delle azioni per affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici e un sostegno più ampio e trasparente per l’azione dei Paesi in via di sviluppo sotto forma di finanziamenti, cooperazione tecnologica e sviluppo di capacità. Fondamentalmente, le disposizioni da rendere operative includono anche l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura globale entro questo secolo  ben al di sotto di 2° C, mentre si cerca di limitarne l’aumento a 1,5° C attraverso riduzioni di emissioni trasparenti e ambiziose».

La Espinosa.ha ribadito che «In preparazione della Cop24, sarà fondamentale raggiungere l’equilibrio tra tutte le questioni. Questo è importante perché tutte le parti del regime devono funzionare insieme in modo interconnesso».

Ma i climate talks di Bangkok hanno fatto riemergere i contrasti tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo proprio su come conteggiare finanziamenti e contributi e sulle le comunicazione trasparenti e regolari, sulle emissioni e la piena chiarezza sulla finanza climatica ora e nel lungo periodo.

La Espinosa  ha ribadito che «L’accordo di Parigi rappresenta un delicato equilibrio per mettere insieme tutti i Paesi. Dobbiamo riconoscere che i Paesi hanno realtà interne diverse. Hanno diversi livelli di sviluppo economico e sociale che portano a diverse situazioni nazionali. Ciò deve riflettersi negli orientamenti di attuazione dell’accordo di Parigi. Questo richiede una soluzione politica, ma il tempo stringe. I leader devono impegnarsi e aiutare a risolvere questi problemi con largo anticipo rispetto alla Cop24, Quest’anno, il mondo ha assistito a morti per inondazioni, mezzi di sostentamento spazzati via dalla siccità e costose infrastrutture andate perse in ampie aree  del mondo sviluppato e in via di sviluppo. Dobbiamo chiaramente aumentare significativamente l’azione  climatica. Chiaramente, l’attuazione integrale dell’Accordo di Parigi è il modo per farlo in modo equilibrato e coordinato, che non lascia nessuno indietro. Il segretariato è pronto a sostenere pienamente i Paesi verso questo importante risultato».

Ma Megan Darby, inviata a Bangkok di Climate Home News, racconta di un clima che oscilla tra la speranza e la sfiducia  e di uno scontro (l’ennesimo) tra i colossi economici e politici del pianeta: «Gli Stati Uniti hanno bloccato un tentativo cinese di inserire standard a doppio livello per i Paesi ricchi e poveri, portando a un blocco delle linee guida per i piani climatici nazionali che sono alla base del patto globale. Alcune parti del dibattito sulla finanza climatica si sono anch’esse in stallo, sollecitando richieste di intervento politico prima della scadenza di dicembre per il completamento del regolamento a Katowice, in Polonia».

Gli Usa di Donald Trump sono già con un piede fuori dall’Accordo di Parigi ma non rinunciano a biocottarne l’attuazione  e i prossimi meeting climatici, quello convocato dal segretario generale dell’Onu Antonio Guterres a New York, il vertice sul clima convocato del governatore della California Jerry Brown in California, una riunione ministeriale del G7 e incontri pre-Cop in Polonia potrebbero rivelarsi cruciali per il futuro dell’Accordo di Parigi e per il clima globale.

Intanto, i copresidenti dei diversi tavoli negoziali hanno un mucchio di lavoro tecnico da fare; i delegati nazionali hanno dato loro il via libera per tradurre le note informali in un linguaggio legale e ad identificare potenziali compromessi prima del vertice di dicembre. Yamide Dagnet del World Resources Institute ha sottolineato che «E’ un mandato s forte per cercare di salvare il risultato di Katowice».

La capo negoziatrice dell’Unione europea, Elina Bardram, ha esortato i co-presidenti a  fare «passi coraggiosi» per adeguare dovutamente il testo: «Quello che è sul tavolo è lontano dall’essere pronto per i ministri, Per avere un coinvolgimento ministeriale significativo, devono essere piuttosto radicali».

Ma ancora una volta lo scoglio più ostico da superare sono i soldi: la Cina e altre economie emergenti hanno proposto che alcuni elementi dovrebbero essere obbligatori solo per i Paesi sviluppati. Il gruppo Umbrella, che comprende Stati Uniti, Canada e Australia, ha rifiutato di accettare questa richiesta anche solo come opzione negoziale. Gli Usa non potranno formalmente uscire dall’Accordo di Parigi fino al 2020 e diverse fonti dicono che la delegazione statunitense sta mantenendo la porta aperta per un potenziale rientro nell’accordo per paura di consegnare alla Cina una leadership climatica che ne aumenterebbe l’importanza economica e politica.

Ma anche l’Ue si oppone a una divisione netta delle responsabilità (e degli oneri) del cambiamento climatico tra Paesi ricchi e Paesi poveri, sostenendo che qualsiasi tipo di flessibilità dovrebbe riflettere un ordine mondiale in evoluzione. «Tutti erano frustrati per l’impasse – ha detto la Bardram – ma ci sono stati buoni progressi in altre aree e le soluzioni sono a portata di mano».

Ma anche  le differenze di opinioni sulle soluzioni on mancano. I negoziatori stanno lavorando a un accordo per sostituire il Clean Development Mechanism (CDM) dell’era di Kyoto e la a ONG Carbon Market Watch sostiene che «Il CDM dovrebbe essere completamente demolito», opinione condivisa a vari livelli dai Paesi sviluppati. Ma il Brasile difende il CDM, anche perché nel l 2009, prima che il mercato del CDM crollasse, i crediti di carbonio rappresentavano la 16esima voce più grande delle esportazioni brasiliane, quindi sono in gioco molti investimenti. IL negoziatore del brasile ha detto: «Abbiamo bisogno di incentivi per coinvolgere il settore privato e agire».

La Darby fa un esempio: «Diciamo che la Norvegia paga uno sviluppatore indiano di energia eolica per prevenire una tonnellata di emissioni di CO2. La Norvegia può accreditarlo nel suo obiettivo di riduzione delle emissioni. Ma se funziona, l’India emette una tonnellata in meno rispetto a quanto sarebbe normalmente se quell’energia prevenisse dal carbone. Quindi possono richiedere il credito entrambe? Alcuni dicono che, per evitare il doppio conteggio, l’India dovrebbe aggiungere una tonnellata di CO2 al suo inventario delle emissioni. Altri, incluso il Brasile, affermano che quelle emissioni non sono mai esistite, quindi non ha senso segnalarle. Confusi? Benvenuti nel club. È un puzzle logico che, se ci sarà un mercato funzionante, dovranno risolvere: avrà bisogno di acquirenti e venditori».

Un piccolo passo avanti lo hanno fatto sabato i capi delegazione della regione America Latina e Caraibi (Grulac) che finalmente si sono presentati tutti ad una riunione per cercare di ricucire la spaccatura tra il Venezuela  e i suoi vicini. Il problema è quello di chi mettere dei Grulac nei due posti vacanti nel Consiglio del Green Climate Fund board, le cui nomine biennali sono previste entro la fine del mese.  Ma in realtà si tratta di uno scontro che non ha nulla a che fare con il cambiamento climatico e non sarebbe stato risolta a Bangkok. Walter Schuldt, dell’Ecuador, ha detto a Climate Home News che «Le discussioni continueranno a un livello più alto a New York«.
La negoziatrice venezuelana, Isabel Di Carlo Quero, se l’è presa molto per l’articolo “Carbon trading rules meet socialist sticking point” pubblicato dalla Darby e ha accusato la giornalsta scientifica di avere una «mentalità capitalista». L’articolo faceva notare che le differenze riguardo ai mercati del carbonio si stanno dimostrando  sempre più difficili da risolvere. Era semmai una forte critica dei mercati, ma un Paese in crisi come il Venezuela ha mostrato anche a Bangkok il suo crescente isolamento che segna un’altra tappa del declino del petro-socialismo bolivarista.