Il clima a Bonn, aspettando che Trump esca dall’Accordo di Parigi

Ma la leadership climatica mondiale potrebbe essere assunta dai Paesi in via di sviluppo

[9 maggio 2017]

I climate talks dell’United Nations framework convention on climate change (Unfccc) iniziati ieri a Bonn e che termineranno il 18 maggio, sono riunioni tecniche intermedie che di solito attirano una scarsa attenzione, eppure questa volta il circo mediatico assedia la sede delle riunioni in cerca di notizie.

A Bonn, con una delegazione di studenti della Montana State University,  c’è anche Douglas Fischer, di The Daily Climate, che spiega che i giornalisti sono accorsi nell’ex capitale tedesca perché «Con le molte questioni politiche di quest’anno, il clima è tutt’altro che tranquillo: il presidente Trump sta pasticciando un’uscita dalla impegni presi da Barack Obama a Parigi nel 2015, L’Europa è pronta ad abbandonare la sua leadership nella riduzione delle emissioni» e i delegati stanno cercando di capire o a vedere se la Cina, l’India o un altro grande Paese si assuma quella stessa leadership climatica.

Secondo Clare Shakya, direttrice del Climate change group  dell’International institute for environment and development, che a Bonn è presente al tavolo dei negoziati  a nome di una coalizione dei 48 Paesi più poveri del mondo, spiega che «Ci sono molte domande sulle intenzioni rispetto a tutti gli impegni assunti dai Paesi del nord. Fin da Parigi, con la geopolitica è andato tutto storto».

Nonostante i solenni (ma non vincolati) impegni presi a Parigi di ridurre le emissioni per impedire impatti climatici devastanti i successivi negoziati sembrano essersi impantanati nella solita discussione su regole e dettagli, responsabilità, trasparenza e governance. Il primo punto all’ordine del giorno a Bonn è il cosiddetto ” “Paris rulebook” che secondo Paula Caballero, direttrice globale del programma clima del World Resources Institute  «E’ fondamentalmente un manuale d’uso dell’Accordo di Parigi. E’ importante per contribuire a chiarire il ritmo e la traiettoria dell’azione per il clima da tutte le parti. Questo darebbe sia alle imprese che ei Paesi fiducia  per far decollare la loro ambizione climatica».

Ma i giornalisti sono accorsi in massa a Bonn perché sui  climate talks aleggia un grosso pericolo: oggi consulenti di Donald Trump si incontrano per discutere se gli Usa devono ritirarsi dall’Accordo di Parigi. Intanto la Gran Bretagna in piena Brexit, sembra incline a utilizzare i finanziamenti promessi per il clima per realizzare accordi commerciali, Shakya ha detto. Che «L’assenza del Regno Unito mette in pericolo la leadership europea, dato che la Francia e la Germania da sole potrebbe non avere la spinta per tenere uniti i Paesi più riluttanti, come la Polonia. Potremmo assistere alla scomparsa dell’Ue. Gli Stati Uniti sono stai lì solo per un attimo, ma erano lì». Quanto alla Cina, che cerca di conquistare il centro della scena mondiale climatica, «La domanda è: può fare passi avanti e diventare un leader globale?’ – si chiede Shakya –  Stanno cercando di farlo».

A Bonn gli Usa hanno mandato un piccolo team di negoziatori  con poco potere reale e, colmo dei colmi, co-presiedono  ancora il comitato di lavoro per migliorare la trasparenza negli sforzi per monitorare i progressi sulla riduzione delle emissioni, mentre con Trump sulla politica climatica Usa è calato il buio. Andrew Light, un ex consulente dell’inviato speciale Usa sui cambiamenti climatici, che ora è un ricercatore del World resources institute, dice che molti dei negoziatori statunitensi sono gli stessi del team ha contribuito a mettere insieme l’Accordo di Parigi.

Alla domanda se il ritiro Usa creerebbe un quadro difficile, la Caballero   ha risposto: «Sicuramente sì. Ma questa non è la prima volta che questi colloqui affrontano delle difficoltà».

350.org dice che l’abbandono da parte degli Usa dell’Accordo di Parigi «E’ immorale, economicamente sciocco e mette ovunque gli interessi dei miliardari dei combustibili fossili davanti a quelli delle persone. Ma non è la fine del percorso per l’azione climatica, se continuiamo a parlare. In questo momento è fondamentale che le persone in tutto il mondo dimostrino che il momentum politico per l’azione climatica è inarrestabile, affinché ogni leader mondiale, amministratore delegato e amministratore locale mantenga le sue priorità e combatta per il nostro futuro, non i profitti dell’industria del carbone, del petrolio e del gas. Il nostro miglior strumento si sta dimostrando quello che milioni di persone continuino a sostenere il progresso climatico e a premere sulle nostre istituzioni a livello mondiale perché dimostrino quel tipo di leadership climatica che Trump semplicemente non può avere. Il rifiuto dell’Accordo sul clima è il prodotto dell’avidità, e non esiste un governo più avido di quello di Trump, guidato dai leader dei combustibili fossili e dai loro burattini politici».

Fortunatamente, ci sono anche segnali che gli sforzi globali per ridurre le emissioni potrebbero avere successo anche senza alcune delle massime potenze economiche mondiali: quasi 30 Paesi hanno presentato a Bonn piani di riduzione delle emissioni  e il presidente cinese, Xi Jinping, intervenendo a gennaio al World economic forum a Davos, ha definito l’Accordo di Parigi «Un risultato conquistata a fatica», al quale tutte le parti dovrebbero attenersi piuttosto che andarsene. La maggioranza delle grandi imprese statunitensi non son d’accordo con Trump e chiedono regole chiare per garantire la competitività all’interno di uno sforzo mondiale equo. Quello di cui sono consapevoli è che «Ci saranno danni collaterali per le imprese degli Stati Uniti se gli Usa diventeranno un paria dei negoziati sul clima».

L’India intende triplicare energia rinnovabile e sta abbandonando il carbone. Messico, Brasile e alcuni dei Paesi meno sviluppati potrebbero diventare leader climatici: «In questo vuoto, ci sono enormi opportunità per le economie emergenti»,  spiega Shakya che pensa che il gruppo dei Paesi in via di sviluppo possa aumentare fortemente il suo potere politico all’interno dei climate talks Unfccc. Trump potrebbe aver fatto ancora una volta) male i suoi conti e il mondo potrebbe ritrovarsi con una leadership climatica nuova.

La Caballero conferma: «La leadership internazionale sul clima è più diffusa che mai. Ovviamente sarebbe ideale, e lo preferiremmo, che gli Stati Uniti rimanessero nella Convenzione e lavorassero per sviluppare le regole che sono alla base di Parigi. Ma i negoziati sull’Accordo di Parigi procederanno. La volontà c’è».