Clima, evoluzione, biologia: l’oscurantismo torna all’attacco (VIDEO)

[29 novembre 2013]

In gran parte degli Stati Usa sono in corso duri scontri sull’insegnamento dell’evoluzione nelle scuole, ma non è il solo darwinismo ad essere sempre più sotto tiro, quanto anche l’insegnamento della scienza climatica. Ne sanno qualcosa quelli del National Center for Science Education, che recentemente in Texas si sono trovati a dover difendere – fortunatamente con successo – addirittura l’insegnamento della biologia nelle scuole. Ma ora i gruppi che difendono la scienza si trovano sempre più a doversi battere anche contro gli scettici del cambiamento climatico.

Chris Mooney, un giornalista scientifico autore di 4 libri tra i quali il  best seller “The Republican War on Science”, si chiede su Mother Jones come mai problemi così questioni così diverse come l’evoluzione e il global warming  vengano messe insieme, e si risponde che «non c’è una ragione chiara che sia diversa da un matrimonio di convenienza, perché gli attacchi sull’evoluzione e gli attacchi contro il cambiamento climatico debbano andare fianco a fianco. Dopo tutto, sappiamo perché negano l’evoluzione: per la  religione, in particolare del tipo fondamentalista. E sappiamo perché negano il global warming: l’ideologia del libero mercato e libertarismo». Non tutto però è lineare, nemmeno nella galassia della destra: come emerge dallo studio “In Search of Libertarians in America” del Public Religion Research Institute, i libertarian, cioè l’estrema destra anti-stato statunitense, sono il gruppo più religiosamente scettico dell’ultraconservatorismo Usa. Ma che la politica conservatrice abbia realizzato una saldatura tra le due posizioni, l’anti-darwinismo e l’eco-scetticismo, risulta chiaro  dal video pubblicato su Mother Jones, che mostra diversi membri del Congresso che fanno citazioni religiose con l’intento di mettere in discussione il global warming.

Una recente ricerca (End-Times Theology, the Shadow of the Future, and Public Resistance to Addressing Global Climate Change) di David Barker (università di Pittsburgh) e David Bearce (università del Colorado, Boulder), pubblicata da Political Research Quarterly esamina gli atteggiamenti dell’opinione pubblica statunitense sul cambiamento climatico globale, affrontando l’enigma del perché il sostegno all’azione del governo su questo fronte sia così tiepida rispetto alle previsioni catastrofiche degli scienziati.

Barker e Barce, introducendo il concetto di “relative sociotropic time horizons” dimostrano che «i cristiani che credono nella teologia della fine dei tempi sono meno propensi a sostenere le politiche volte a frenare il global warming  rispetto agli altri americani». Passando poi ad analizzare altri atteggiamenti politici, gli autori forniscono prove empiriche che indicano che i cittadini che vedono avvicinarsi un fosco futuro climatico a breve termine spesso resistono alle politiche commerciali con costi a breve termine, in favore di ipotetici benefici a lungo termine. E’ per questo che i cristiani credenti nella “fine dei tempi” non vedono la necessità di intervenire sul riscaldamento globale. Tanto il mondo finirà ugualmente.

A supportare questa teoria arriva una nuova ricerca (The interaction effect of religion & science comprehension on perceptions of climate change risk), realizzata da Dan Kahan per il Cutural cognition project della Yale law school, che dimostra che esiste una modesta ma significativa correlazione tra la religiosità di una persona e la sua tendenza a pensare che il global warming non sia un gran rischio. C’è da dire che non mancano forti eccezioni in tal senso, e il forte ambientalismo mostrato da Papa Francesco potrebbe indurre un più ampio cambio di tendenza.

Cosa forse più significativa, Kahan sottolinea anche che tra gli individui fortemente religiosi la tendenza ad accettare i progressi della scienza diminuisce, mentre aumenta la loro negazione del rischio rappresentato dal global warming. «Devo dire che tali effetti sono più grandi di quanto mi sarei aspettato», scrive Kahan ed aggiunge di non essere sicuro del perché una maggiore religiosità sia indice di un maggior negazionismo del cambiamento climatico, ma dal suo campione di 2.000 americani questa correlazione emerge chiaramente.

Secondo Mooney «Ci sono due grosse possibilità. E probabilmente c’è del vero in entrambe. C’è la teoria de “il nemico del mio nemico è mio amico”. In altre parole, gli anti-evoluzionisti e i negazionisti climatici sono stati entrambi da sempre oggetto di così tanto rifiuto da parte della comunità scientifica che è venuto loro naturale unire le forze. E questo ha un senso: sappiamo che, in generale, la gente mette insieme le sue istanze a grappoli, perché quelle prese di posizione viaggiano insieme in gruppo (spesso sotto l’egida di un partito politico). Ma c’è anche la teoria del “declino della fiducia in declino nella scienza”, secondo la quale i politici conservatori sono, in generale, diffidenti nei confronti della comunità scientifica (abbiamo dati che in questo caso lo dimostrano), e questo, come pensano molti, ha infettato molti questioni politiche diverse, politicizzandole. E chissà, forse la diffidenza è iniziata con il problema dell’evoluzione».

Infatti, è facile immaginare che per un conservatore cristiano-evangelico, che pensa che l’evoluzione sia un’invenzione degli scienziati miscredenti e liberal, sia naturale diffidare altrettanto di quanto dicono gli scienziati su altre questioni come il global warming o la crisi della biodiversità.

Mooney conclude: «Ulteriori ricerche potranno senza dubbio svelare cosa sta succedendo qui. Nel frattempo, possiamo semplicemente osservare che nelle guerre politiche sulle scienze che hanno spaccato l’America per oltre un decennio, entrambe le parti stanno consolidando le loro forze».

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