Clima, il fallimento della Cop20 a Lima pilotato dalle multinazionali dei combustibili fossili?

[15 dicembre 2014]

Secondo molte Organizzazioni non governative il misero risultato della Conferenza delle parti Unfccc di Lima era annunciato dalla massiccia e ingombrante presenza delle grandi multinazionali alla Cop20 in Perù. Il 13 dicembre, mentre i negoziati erano nella confusione più totale e non si riusciva a trovare un accordo, a Lima un gruppo di associazioni ha fatto il punto su cosa il sostanziale stallo della Cop20 significherà per la giustizia climatica e per la – decisiva – Cop21 di Parigi, indicando anche i probabili mandanti del compromesso al ribasso raggiunto in Perù.

La conferenza stampa, organizzata dall’Institute of Climate Action and Theory, Sierra Club e Friends of the Earth International ha denunciato che «non si fa nulla per chi è già stato colpito dai cambiamenti climatici, come nelle Filippine, o  per coloro che ne saranno interessati in futuro, cioè tutti noi. I paesi ricchi e le loro industrie sporche stanno fissando l’agenda: come a Varsavia, le voci degli inquinatori stanno soffocando le voci delle persone e le comunità davvero in prima linea. Invece di una trasformazione energetica, il messaggio che passa è quello di utilizzare i combustibili fossili a pieno ritmo».

Il giudizio delle tre Ong sulla Cop20 Unfcc è durissimo. «Il mondo ha bisogno di soluzioni reali, ma Lima ha fallito: l’accordo permette false soluzioni come il carbon capture and storage (Ccs) e il fallimentare carbon market, volto a consentire ai principali inquinatori storici una via d’uscita per la riduzione delle emissioni, e continuare con il business as usual. La presenza di energia sporca è stata contestata dentro e fuori la Cop20:  la Shell è stata invitata a parlare di Ccs accanto all’Inter-governmental Panel on Climate Change Panel – insieme alla Chevron e altri –, ha presenziato ad eventi collaterali patrocinati all’interno dei negoziati, ma i giovani hanno messo in scena un’azione e hanno interrotto l’evento. Al corporate World Climate Summit centinaia di manifestanti sono andati a bloccare l’albergo che lo ospitava».

Ma le multinazionali dei combustibili fossili avevano già fatto la maggior parte del lavoro prima di Lima: «Il Ccs e i carbon markets non sono il risultato di alcuni eventi collaterali, ma sono stati concordati con un lobbying aggressivo a livello nazionale, prima di arrivare ai negoziati – dicono Institute of Climate Action and Theory, Sierra Club e Friends of the Earth –  È per questo che il Canada sta spingendo il Ccs e l’Ue sta spingendo i mercati del carbonio. Le corporations vogliono avere più influenza: nonostante l’Unfccc affermi che sta facendo del suo meglio per includere le aziende nei negoziati (ad esempio, la pre-Cop di Varsavia era solo per il business), queste vogliono avere lo stesso status dei Paesi. Le multinazionali vogliono scrivere l’accordo».

La richiesta delle Ong è senza mezzi termini. «Dobbiamo cacciarli fuori dalle Cop e dai nostri governi: se vogliamo affrontare seriamente il cambiamento climatico, chi guida la crisi climatica non ha posto al tavolo dei negoziati e non c’è posto da nessuna parte accanto ai nostri governi nazionali. Se si pensava che la Cop20 indicasse la strada per Parigi, qui a Lima l’industria dell’energia sporca ha preso il controllo del volante e ci sta portando verso un dirupo climatico. Ma attraverso la costruzione della nostra forza e collegando i nostri movimenti a livello nazionale, regionale e internazionale, saremo in grado di riprendere il volante». Un problema molto serio, quello che si affronta quando si indaga su chi guida davvero. Perché se, a oggi, è utopico pensare di raggiungere significativi obiettivi climatici senza la collaborazione (spontanea o meno) delle multinazionali, la guida del processo di trasformazione verso un’economia più sostenibile non può essere lasciato nelle mani di pochi – e molto inquinanti – privati.