Dubbi e speranze dopo Parigi affrontati nel corso di una giornata di studi

Clima, le conseguenze della Cop21 arrivano in Toscana

Entro soli 20 anni siamo chiamati a chiudere totalmente con le emissioni climalteranti

[24 maggio 2016]

fratoni greenaccord cop 21 clima

Insieme alla Regione Toscana, nei giorni scorsi l’associazione Greenaccord ha portato all’ombra della cupola del Brunelleschi i risultati ottenuti a Parigi durante la Cop21 sul clima. «Con questo incontro – ha spiegato il presidente di Greenaccord, Alfonso Cauteruccio – vogliamo approfondire i punti di forza e debolezza dell’accordo Cop21 e le future conseguenze per le nostre imprese, la nostra agricoltura e i nostri cittadini, connesse con una progressiva decarbonizzazione dell’economia italiana e mondiale». Il focus dell’incontro è stato dunque multilivello, spaziando dalla realtà locale toscana agli orizzonti globali.

Ci sono numeri che raramente finiscono in prima pagina nei media tradizionali, ma con cui tutti dobbiamo fare i conti: ogni anno – come ha ricordato Giuseppe Ricci, vicepresidente esecutivo della direzione Health, safety, environment & quality di Eni – l’umanità spedisce in atmosfera qualcosa come 50 gigatonnellate di CO2. Al 2011, le emissioni cumulate ammontavano a 1.900 Gt, il che significa che per rimanere entro la soglia di +2 °C di riscaldamento globale possiamo permetterci solo altre 1.000 Gt di CO2. Tante, poche? Molto pragmaticamente, il direttore esecutivo di Greenpeace, Giuseppe Onufrio, ha sottolineato come questo significhi – al ritmo odierno – chiudere totalmente con le emissioni climalteranti entro 20 anni: dal punto di vista delle politiche energetiche, domani.

Ricci ha evidenziato la possibilità di un processo di decarbonizzazione necessario quanto doloroso: «Un processo lungo, lastricato di sangue e morti». Per modulare tempi e azioni ci sono delle priorità, e tutti sono chiamati a fare la propria parte per agevolare il cambiamento e limitare le sofferenze – in parte già in corso.

Il primo indiziato rimane il carbone. Nonostante la crescita vertiginosa delle energie rinnovabili, ad oggi le fossili coprono ancora l’80% della domanda globale di energia, e il carbone è responsabile del 73% delle emissioni globali del settore (il più impattante in assoluto). Su questo punto c’è molto ancora da lavorare, in Italia – dove ancora esistono centrali a carbone, nonostante le rinnovate promesse istituzionali – come in Europa, un continente certo non esente da paradossi. L’Ue, con il 7% della popolazione mondiale e il Pil più elevato al mondo, è oggi responsabile di “appena” l’11% delle emissioni climalteranti: una percentuale deviante, dato che se allarghiamo la prospettiva alle emissioni cumulate dal 1850 al 2011 – come ha suggerito di fare Veronica Caciagli, dell’Italian climate network – si scopre che siamo noi europei i primi artefici del cambiamento climatico, prima ancora degli Usa.

E nonostante tutto, ancora non abbiamo imparato la lezione. All’Europa viene da più parti (e con solide motivazioni) riconosciuta una leadership in campo ambientale, per quanto velocemente declinante, ma questo non ci esime di inciampare in modo spettacolare nel progresso verso la sostenibilità.

Un esempio concreto viene proprio dalla dinamica nell’utilizzo del carbone messa in atto negli ultimi anni, ossia da quando gli Stati Uniti hanno aperto i rubinetti dello shale gas, una svolta che ha portato a un crollo della domanda di carbone oltreoceano. In un’economia globale, questo significa un sostanziale calo dei prezzi della commodity in ogni angolo del globo: risultato, il settore termoelettrico Ue dipendeva al 50% dal carbone nel 2010, una percentuale schizzata al 59% nel 2015 nonostante i vari proclami climatici e gli accordi siglati a Parigi.

Da parte sua l’Italia si inserisce in pieno in quest’ottica stop and go. Luca Di Donatantonio, del ministero dello Sviluppo economico a Firenze ha annunciato che il Mise metterà presto mano alla criticatissima Strategia energetica nazionale (Sen) introdotta dal governo Monti nel 2013: «È auspicabile che in tempi brevi si proceda all’aggiornamento della Strategia anche in un’ottica di sostenibilità e di una visione di economia circolare». Pressappoco quanto dichiarato da Simona Vicari (sempre del Mise) nel dicembre scorso, ma da allora revisioni della Sen non sono ancora arrivate.

Va meglio – anche se sarebbe assai deleterio sedersi sugli allori – a livello regionale, dove l’assessore Fratoni (nella foto) ha confermato che la Regione «sta attivando risorse comunitarie per 64 milioni, con due bandi per l’efficientamento energetico degli edifici, e sta lavorando con i Comuni dal punto di vista della pianificazione per i Pac (i Piani di azione comunale), che vedranno la luce da qui all’estate per intervenire in maniera urgente e strutturale sul problema dello sforamento delle emissioni», non solo climalteranti ma anche quella parte fortemente inquinante.

Per percorrere la strada di uno sviluppo sostenibile inclusivo, d’altronde, capacità di regia e coordinazione rimangono elementi indispensabili a ogni livello decisionale. «È vero che le responsabilità individuali sono rilevanti nella lotta ai cambiamenti climatici – spiega Simona Fabiani, responsabile Ambiente della Cgil nazionale e membro del think tank di greenreport, Ecoquadro –, ma solo in piccola parte rispetto al ruolo esercitato dalla finanza, l’industria, la politica. Come sindacato sappiamo che alcuni posti di lavoro andranno persi nel corso di questa transizione ecologica, che chiediamo comunque di accelerare. Non sono però i lavoratori a doverne pagare il prezzo: servono ammortizzatori sociali, formazione e capacità di indirizzare lo sviluppo di nuovi posti di lavoro, sostenibili».