I dati del nuovo Climate report della Fondazione per lo sviluppo sostenibile

Cambiamento climatico, l’Italia lo combatte a parole: i gas serra crescono del 2,5%

Ronchi: «Per attuare l’Accordo di Parigi è necessaria una nuova Strategia energetica nazionale»

[27 aprile 2016]

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Secondo i dati diffusi oggi dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile nel suo ultimo Climate report, presentati dall’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, nel 2015 le emissioni di gas serra in Italia sono aumentate di circa il 2,5%, circa 3 volte tanto la crescita del Pil (che ha segnato un +0,8%). Si tratta di una stima ancora più drammatica di quella fornita dall’Ispra solo pochi giorni fa, che presentando dati preliminari ha delineato un aumento della CO2eq pari a +2%.

Si tratta di una tendenza opposta rispetto a quella in cui si sta muovendo il mondo: a livello globale, infatti, le emissioni di gas serra nel 2014 e nel 2015 sono state sostanzialmente stabili, nonostante l’aumento del Pil di circa il 3% l’anno. In Italia, invece, dopo anni di calo (-20% al 2014 rispetto al 1990) le emissioni di gas serra hanno innestato la retromarcia, proprio in un momento storico nel quale la comunità internazionale ha definito un obiettivo comune per combattere i cambiamenti climatici.

Solo pochi giorni fa a New York anche l’Italia ha ufficialmente firmato, nei panni del premier Matteo Renzi, l’Accordo sul clima scaturito dalla Cop21 di Parigi, che prescrive di puntare a un contenimento dell’aumento della temperatura ben al di sotto di 2°C, puntando a rimanere entro +1,5°C. Per l’effettiva implementazione dell’Accordo nella legislazione nazionale dovranno compiersi ancora dei passaggi, ma la firma è legalmente vincolante, e l’Italia deve cambiare rotta per rispettare gli impegni assunti davanti alla comunità internazionale.

«L’attuazione dell’Accordo di Parigi – ha dichiarato Edo Ronchi – obbliga ad una svolta delle politiche climatiche, a tutti i livelli, compreso anche quello nazionale. Passando all’attuazione cresce la consapevolezza del maggiore impegno richiesto dal nuovo obiettivo dell’Accordo, per stare ben al di sotto dei 2°C , facendo sforzi verso 1,5°C. Prima si parte, prendendo atto realmente del nuovo obiettivo, prima si possono cogliere le opportunità di nuovi investimenti, di nuova occupazione, di sviluppo di una green economy richiesti e promossi dalle più incisive misure climatiche dell’Accordo di Parigi».

Una recente ricerca pubblicata sulla rivista Nature calcola che un terzo delle riserve di petrolio, metà delle riserve di gas e l’80% delle riserve di carbone dovrebbero rimanere inutilizzate per conseguire il target dei +2°C; il passaggio a uno scenario a 1,5°C – ricordano dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile – comporta all’incirca un dimezzamento del budget di carbonio a disposizione (500-600 Gt) e richiederebbe limitazioni ancora più severe nell’utilizzo delle riserve accertate di petrolio, di gas e di carbone.

Mentre nel nostro Paese le istituzioni di governo seguono una direzione inversa da quella suggerita dalla scienza – hanno invitato all’astensione durante il recente referendum sulle trivellazioni offshore – nel 2015 gli investimenti mondiali nelle rinnovabili hanno raggiunto i 286 miliardi di dollari, +5% sull’anno precedente e sei volte quelli del 2004. Anche qui l’Italia si muove a passo di gambero: nonostante la buona crescita registrata in passato, in Italia negli ultimi 3 anni – 2013, 2014 e 2015 – il contributo delle rinnovabili al consumo di energia si è fermato (dal 16,7% al 17,2%), facendo segnare una crescita media di appena +0,2% all’anno, mentre nel 2015 la quota di elettricità da fonte rinnovabile è diminuita, passando dal 43 al 38%: nel 2030, e nel solo comparto elettrico, le rinnovabili italiane dovrebbero soddisfare almeno 2/3 della domanda di elettricità, molto di più anche rispetto al 50% recentemente promesso dal premier Renzi.

Per riconciliare le parole con i fatti, concludono dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, in Italia per l’attuazione dell’Accordo di Parigi è necessaria una nuova Strategia energetica nazionale: quella del 2013 è nata vecchia. Con questo passo l’Italia, pur avendo già raggiunto l’obiettivo europeo del 17% al 2020 del consumo finale lordo soddisfatto da fonti rinnovabili, sarebbe ben lontana dall’obiettivo europeo del 27% al 2030 e ancora di più dalla più impegnativa attuazione dell’Accordo di Parigi. Non solo: anche in Europa, osservano dalla Fondazione, per attuare l’Accordo di Parigi serve aggiornare il pacchetto clima al 2030 con target più ambiziosi.

Guardando in particolare al contesto italiano, il Rapporto indica anche le politiche e le misure necessarie: al primo posto c’è la necessità di «avviare una riforma della fiscalità in chiave ecologica introducendo una carbon tax e un processo di riallocazione degli incentivi ambientalmente dannosi senza aumentare il carico fiscale complessivo e riducendo la tassazione sulle imprese e sul lavoro», come molti economisti chiedono da anni (anche sulle nostre pagine). Un obiettivo che va a braccetto con un altro citato nel Rapporto, ovvero «promuovere lo sviluppo di un’economia circolare, che consenta importanti risparmi anche di energia e quindi di emissioni di CO2». L’economia circolare fa infatti bene al clima, ma anche al resto del pianeta. Mentre a livello globale l’emissione di gas sera è stabile, il consumo di risorse continua nel suo moto apparentemente inesorabile, e secondo le ultime  stime dell’Agenzia europea per l’ambiente (Eea) raddoppierà al 2030: un problema di sostenibilità che riguarda tutti, ma che tendiamo troppo spesso a dimenticare.

L. A.