Intervista all’economista Massimiliano Mazzanti, di ritorno da Parigi

Clima, mercati finanziari e reputazione internazionale: i meccanismi della Cop21 spiegati

Cosa manca per far funzionare il primo accordo che tutela un bene pubblico globale, col prezzo del petrolio ai minimi

[18 dicembre 2015]

bolla carbonio co2 clima cop21 petrolio

Dopo giorni di lunghe trattative, infine a Parigi un accordo sul clima è stato raggiunto. Lei ha seguito i negoziati della Cop21 da vicino: come li giudica?

«A Parigi ho vissuto un clima di grande attesa, coinvolgente dal punto di vista delle energie in campo e della partecipazione. Parigi ha segnato un primato assoluto: è stato stipulato un accordo dove per la prima volta ben 196 parti hanno concordato la misura entro la quale tenere a freno l’aumento della temperatura media globale, la necessità di monitorare in modo più efficace l’andamento delle emissioni di gas serra».

Reputa dunque l’accordo di Parigi sufficientemente ambizioso?

«Non esiste un precedente alla Cop21. Per la prima volta si è imposto al centro del dibattito la difesa di un bene pubblico realmente globale. È vero che l’accordo non prevede sanzioni per i firmatari che non lo rispetteranno, ma è necessario fare professione di realismo: oggi il rispetto del diritto internazionale si basa in gran parte sugli aspetti di reputation degli stati, e la Cop21 va a toccare proprio questi meccanismi. Premesso questo, alcuni elementi dell’accordo non convincono. Si pensi ad esempio ai 100 miliardi di dollari di finanziamenti minimi annui con cui i Paesi industrializzati dovranno sostenere la transizione per quelli in via di sviluppo: può sembrare una cifra ragguardevole, ma ammonta circa al Pil del Marocco, o – per dare il senso delle proporzione – circa lo 0,25% di quello Ue e Usa. La Breakthrough energy coalition, promossa da ricchi privati come Bill Gates e Mark Zuckerberg, è dunque potenzialmente capace di muovere risorse maggiori di quelle che gli stati hanno deciso di stanziare. Un fattore che si ritrova più volte all’interno dell’accordo uscito dalla Cop21, che confida molto sul mercato e i suoi attori (singoli privati o fondi d’investimento che siano) per spingere il cambiamento».

Con quali conseguenze? Affidare un ruolo tanto importante a energie private pare una mossa aleatoria.

«Affidarsi in gran parte ai mercati porta con sé possibilità ma anche criticità. All’interno dei mercati finanziari esistono masse di liquidità impensabili, oggi molto più fluide delle risorse pubbliche. Il problema, appunto, è riuscire a farle muovere nella giusta direzione. La Cop21, con la sua carica politica, fa leva proprio sull’aspetto reputazionale: se i privati come le banche e i fondi sovrani comprendono che lo scenario sta volgendo verso la green economy inizieranno ad anticipare il cambiamento – per fini di profittabilità nel breve termine, certo, ma anche guardando (si pensi a fondi pensione) al lungo periodo –, con la possibilità di riallocare vastissime risorse economiche».

Guardando agli stati, come anche all’Unione europea, quale ruolo rimane dunque loro dopo la Cop21?

«I mercati possono fare molto, ma mancano ancora importanti funzioni di indirizzo. La Cop21 non ha agito in modo incisivo sul carbon pricing, ad esempio, che sia tramite una carbon tax o uno sviluppo dell’emission trading. In Europa – che continua ad essere un punto di riferimento in tema di politiche ambientali – l’Ets rappresenta uno strumento che, pur con tutti i suoi difetti, può portare a risultati importanti se utilizzato in termini stringenti. In Ue le quote già si riducono di anno in anno. Il vero problema per l’Unione, come per l’Italia, è un altro: l’Europa è riuscita a rimanere in linea con gli obiettivi di Kyoto, ma in un contesto di recessione economica e elevatissima disoccupazione. Con una crescita da piena occupazione avremmo raggiunto gli obiettivi? Questa domanda dovrebbe riportarci a lavorare sull’innovazione con investimenti pubblici, lavorare per andare oltre il conflitto economia-ambiente, ma non lo stiamo facendo. Rimaniamo ancorati alla logica dell’austerità».

In questo contesto, il prezzo del petrolio è arrivato a quota 35 dollari al barile: come va a incidere sulle politiche per la transizione energetica elaborate a Parigi?

«Sappiamo qual è la quota dei combustibili fossili che è necessario lasciare sottoterra per mantenere il riscaldamento globale entro i limiti fissati dalla Cop21. Si tratta di un limite fisico all’estrazione delle risorse, quando anche noi economisti troppo spesso dimostriamo di essere abituati a spostare il dibattito più a valle. Prevedere il prezzo del petrolio a uno o due anni è impresa ardua, ma ci sono forti dubbi sulla possibilità di rimanere al di sotto dell’obiettivo climatico dei 2 °C con prezzi così bassi come quelli di oggi: dobbiamo agire sul carbon pricing. Quel che infatti certamente sappiamo è che tali prezzi non internalizzano assolutamente le esternalità negative dovute all’utilizzo dei combustibili fossili, contando le quali il prezzo del petrolio arriverebbe a 200-300 dollari a tonnellata».