Il fracking riempie le tasche delle Big Oil ma avvicina la catastrofe climatica

Clima, petrolio e gas: dove ci porterà l’America Saudita?

Azzerati tutti i benefici delle rinnovabili

[13 gennaio 2014]

Paul Rauber, senior editor di “Sierra” ed autore di “Strategic Ignorance: Why the Bush Administration Is Recklessly Destroying a Century of Environmental Progress”, ha scritto che gli Usa si stanno trasformando nei Csa: i Carbon States of America: «Le nostre emissioni di gas serra legate all’energia sono in calo, ma stiamo intensificando le nostre esportazioni di carbone e gas naturale. Il petrolio è un altro discorso: la legge statunitense attualmente vieta l’esportazione di greggio di produzione nazionale, un divieto per il quale l’industria sta facendo lobbying per ribaltarlo».

Dato che gli Usa, grazie alla contestata fratturazione idraulica (il fracking) stanno vivendo una sovrabbondanza di petrolio, il lobbying sta diventando sempre più intenso. Il 7 gennaio i repubblicani della Commissione energia del Senato Usa hanno sollecitato una revisione del divieto di esportazione di petrolio statunitense che risale al Mineral Leasing Act of 1920 e poi all’Outer Continental Shelf Leasing Act che richiede una dispensa presidenziale per vendere greggio non raffinato Usa all’estero. La senatrice repubblicana dell’Alaska Lisa Murkowski ha presentato un rapporto con l’intento di avviare la discussione sull’allentamento delle restrizioni sulle esportazioni di greggio, visto che ha raggiunto livelli record di produzione. Già che c’era la Murkowski ha anche chiesto che gli Usa tolgano il divieto, proposto nel giugno 2013 da Obama nel suo climate action plan, di finanziare progetti carboniferi all’estero per tagliare le missioni globali di gas serra. La senatrice repubblicana ha detto che il commercio del carbone con i partner stranieri «Rimane un punto luminoso» per i King Carbon Usa assediati dagli ambientalisti. La Murkowski ha chiesto che l’amministrazione Obama utilizzi la sua autorità per revocare il divieto per il greggio ed ha aggiunto: «Se la Casa Bianca non è d’accordo e sceglie di mantenere il divieto, il Senato dovrebbe aggiornare la legge per riflettere le condizioni del XXI secolo».

Una nuova grana per Obama, visto che l’esportazione di greggio si preannuncia come uno dei più grandi problemi energetici del 2014 e che anche il Washington Post e il Wall Street Journal hanno chiesto di porre fine al divieto. Il Segretario dell’energia Usa, Ernest Moniz, ha risposto che prima di togliere questo divieto ci sarebbero da rivedere ben altre politiche energetiche antiquate, ma i repubblicani stanno cercando alleati e rischiano di trovarli nella probabile nuova capogruppo democratica della commissione energia del Senato: Mary Landrieu, una senatrice della Louisiana amica dei petrolieri. I repubblicani contano sull’appoggio entusiastico della Camera di commercio Usa e delle Big Oil, che infatti è subito arrivato. Jack Gerard, presidente dell’American Petroleum Institute è parso addirittura ispirato: «Non dobbiamo essere vincolati dalle pratiche del passato. E’ un nuovo giorno, è un nuovo tempo, è una nuova America, quando si parla di petrolio e gas naturale. Gli Stati Uniti, dovrebbero mettersi al lavoro per capire come diventare la superpotenza energetica nel mondo». I petrolieri sognano l’America Saudita, l’incubo degli ambientalisti.

Naturalmente gli ambientalisti si oppongono all’aumento delle esportazioni di idrocarburi dagli Usa ed hanno trovato un improbabile alleato: l’industria della raffinazione che sta facendo affari d’oro esportando benzina e gasolio prodotti con il greggio made in Usa. Secondo Rauber le raffinerie (note finanziatrici dei repubblicani) potrebbero dar vita ad una nuova potente operazione di lobbying che alla fine «Potrebbe espandersi ad una coalizione più ampia di nemici dell’esportazione del greggio, comprese le associazioni di consumatori e i gruppi che si occupano di sicurezza nazionale, preoccupati per lo sperpero dell’attuale vantaggio energetico dell’America. Quindi tenetevi pronti per una battaglia piena di lividi sui prezzi del gas, la sicurezza nazionale, e forse anche sugli effetti ambientali dell’utilizzo di ogni goccia residua di combustibile fossile, prima andare verso le energie rinnovabili».

Rauber riprende i dati elaborati da Barry Saxifrage per il Vancouver Observer da una fonte insospettabile: il rapporto globale sull’energia della ExxonMobil, “The Outlook for Energy: A View to 2040” che illustra le conseguenze sul clima mondiale se verranno utilizzati tutto il petrolio e il gas resi disponibili dal fracking.

I grafici del rapporto ExxonMobil comprendono anche i dati sull’aumento dell’inquinamento climatico che deriverà dalla combustione di tutto il petrolio e il gas, fornendo anche i dati numerici in una tabella nascosta alla fine dell’ Outlook for Energy. «Però quello di cui non parlano è di quel che significa tutto questo inquinamento climatico per il nostro futuro – sottolinea Rauber – di quanto caldo avrà il pianeta o di quali cambiamenti si prevede che apporterà. Il risultato del grafico di Saxifrage va oltre, mostrando al mondo che è su una strada che porta verso un futuro che è di 4 gradi centigradi in più, con un incremento che la Banca Mondiale ha definito devastante», lo stesso trend prospettato con grande preoccupazione dall’International energy agency (Iea) e dal Fondo monetario internazionale.

Insomma, la nostra capacità di estrarre nuove fonti di carbonio fossile sta crescendo più velocemente di quanto ne possiamo bruciare e secondo ExxonMobil le riserve di gas e petrolio “non convenzionali” di petrolio sono così grandi che l’umanità potrà continuare a bruciare una sempre crescente quantità di carbonio fossile per oltre un secolo. E questo è esattamente ciò che petrolieri e repubblicani si aspettano che il mondo farà. Le proiezioni ExxonMobil corrispondono a quelle fatte dalla Bp nel 2013 e ci portano dritti verso la catastrofe climatica preconizzata dalla Banca Mondiale e che ha fatto dire al Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon: «Cambiamenti climatici di un tale livello porrebbero una sfida esistenziale per l’intera razza umana, al nostro modo di vivere, ai nostri piani per il futuro».

Ma Saxifrage sul Vancouver Observer evidenzia qualcosa di ancora più preoccupante: «Sorprendentemente, le proiezioni delle emissioni di ExxonMobil non sono uno scenario “business-as-usual”. Presumono “che i governi continueranno ad adottare gradualmente una vasta gamma di politiche più stringenti per contribuire a contenere le emissioni di gas serra.” Queste includono un prezzo del carbonio in aumento di 80 dollari per tonnellata di CO2 (tCO2) nei Paesi dell’Ocse, come il Canada e gli Stati Uniti. Secondo ExxonMobil, un prezzo del carbonio di 80 dollari è troppo basso per evitare il disastro climatico. E tuttavia è anche di gran lunga superiore a quello che abbiamo la volontà politica di mettere finora».

Insomma il rapporto ExxonMobil presenta i vantaggi di estrarre e vendere i combustibili fossili, ma le Big Oil non sembrano volersi prendere alcuna responsabilità per i danni climatici che i loro prodotti causano. Negli ultimi tre anni solo la ExxonMobil ha venduto oltre un trilione di dollari in prodotti da combustibili fossili, i suoi profitti sfiorano il miliardo di dollari alla settimana. «Eppure la responsabilità che assumono per le megatonnellate di CO2 dei loro prodotti causeranno è zero – dice Saxifrage – Il loro rapporto rispecchia questa disconnessione benefit-responsabilità. Passano molte pagine a parlare dei benefici dei loro prodotti e non dicono una sola parola sulle conseguenze sul clima del loro utilizzo».

Un recente studio (Climate policy and dependence on traded carbon) del Center for International Climate and Environmental Research di Oslo e dell’Università della California-Irvine, dimostra che, negli ultimi anni, lo scollamento tra chi ci guadagna con i combustibili fossili e chi si assume la responsabilità per la CO2 che emettono sta crescendo sempre di più. Saxifrage fa notare un’altra gigantesca contraddizione: «Più del 60% del beneficio economico globale dei combustibili fossili è ormai fuori sincronia con il carbon accounting system for CO2 responsibility dell’Onu, vecchio di decenni. Il sistema dei contabilità dell’Onu pone tutta la responsabilità della CO2 sulle nazioni che bruciano combustibili fossili. Ma le nazioni beneficiano anche dalla vendita di combustibili fossili agli altri e del consumo di prodotti e servizi realizzati altrove che utilizzano combustibili fossili. L’esplosione nel commercio mondiale di combustibili fossili, prodotti e servizi significa che l’assegnazione di tutta la responsabilità della CO2 dei combustibili fossili non riflette più accuratamente chi ci guadagna. Il sistema di contabilità è pieno di “perdite di responsabilità per il carbonio”. Se vogliamo evitare la “catastrofe climatica” verso la quale proprio i dati di ExxonMobil dimostrano che siamo diretti, chi beneficia dei combustibili fossili dovrà iniziare assumersi una parte di responsabilità per l’inquinamento climatico. Questo deve accadere per ragioni morali, di equità e di successo delle politiche».

ExxonMobil prevede che nel 2040 circa il 45% della fornitura di petrolio verrà dal greggio “non convenzionale” e dai condensati. Mentre si è ormai raggiunto il picco del petrolio convenzionale, il fracking ed altre tecnologie riusciranno a trasformare il petrolio di scisti e delle sabbie bituminose in oro nero liquido.

Allo stesso tempo un’esplosione di nuove tecnologie avrà sbloccato enormi quantità di gas “non convenzionale” che basteranno per altri 200 anni, visto che con il fracking e la perforazione orizzontale le riserve di gas recuperabili sono raddoppiate. Nel 2040 il 65% del gas dovrebbe provenire da fonti non convenzionali. Secondo il rapporto ExxonMobil la combustione del carbone aumenterà ancora per circa 10 anni, per poi calare lentamente e ritornare ai livelli attuali nel 2040.

Se si mette insieme tutto questo, lo stesso “The Outlook for Energy: A View to 2040” ammette che tutte le previsioni e gli sforzi sul taglio delle emissioni di CO2 andranno a farsi benedire: nel 2040 saranno del 19% superiori a quelle attuali e tutto l’aumento sarà causato da una maggiore combustione di petrolio e gas. E pensare che nei negoziati internazionali dell’Unfccc i Paesi del mondo, con in testa gli Usa, si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas serra dell’80% entro il 2050… Invece, Gli idrocarburi non convenzionali aumenteranno il gap tra energie fossili e rinnovabili. Oggi i combustibili fossili producono 226 quadrilioni di British thermal unit (Btu) in più di energia rispetto a tutte le fonti di energia rinnovabili. la ExxonMobil prevede che entro il 2040 il gap crescerà a 305 quadrilioni di Btu in più per le fonti fossili. Quindi tutti gli sforzi globali per sviluppare fonti di energia pulita come l’eolico, il solare, la geotermia o meno dannose per il clima come le biomasse, i biocarburanti e l’energia idroelettrica verranno praticamente vanificati dalla crescita senza limiti delle fonti “non convenzionali” di carbonio fossile, che dovrebbero vedere negli Usa la nuova Arabia Saudita.

Secondo Saxifrage, «La soluzione alla crisi climatica è semplice: richiedere all’inquinamento climatico di pagare una tassa sempre crescente per il danno che fa. ExxonMobil preferisce come soluzione una semplice carbon tax. In realtà utilizza già nel suo processo decisionale un prezzo del carbonio interno di 60 dollari per tonnellata di CO2. Come emerge dai loro dati, il prezzo del carbonio dovrà essere molto superiore agli 80 dollari per tCO2 e questo dovrà avvenire molto prima del 2040, se vogliamo evitare il futuro di miseria climatica estrema verso il quale le loro proiezioni delle emissioni ci dicono che ci stiamo avviando».