Allagamenti, trombe d’aria, eventi estremi: dal 2010 ad oggi sono 126 le città colpite in Italia

Clima e Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, le osservazioni di Legambiente

E’ un bel libro sui rischi climatici in Italia, ma il nostro Paese ha bisogno di priorità e risorse

[3 novembre 2017]

Con l’approvazione della strategia per contrastare l’impatto dei cambiamenti climatici l’Unione Europea ha stabilito che ogni Stato membro debba approvare una Strategia Nazionale di adattamento al clima (Snacc) e un piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), che, spiega Legambiente, «dovrebbe avere il compito di definire le priorità, le azioni e le risorse per far fronte a fenomeni che determinano danni sempre più rilevanti nel territorio italiano».

Sul Pnacc italiano è stata aperta una consultazione pubblica e secondo Legambiente «pur rappresentando un importante contributo di studi e analisi sui rischi climatici in Italia, elaborato dal Cmcc (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, ndr) è lacunoso proprio rispetto alle scelte che dovrebbero servire nel contrasto ai cambiamenti climatici».

Legambiente, che in occasione del primo anniversario dell’entrata in vigore degli Accordi di Parigi, fa il punto sulla lotta ai cambiamenti climatici,  ricorda che «Dal 2010 ad oggi sono 126 le città colpite in Italia da allagamenti, trombe d’aria, eventi estremi (cittaclima.it Legambiente) con impatti sulla vita e la salute dei cittadini. Da non sottovalutare anche il fenomeno delle ondate di calore, ad esempio un’analisi condotta sulle persone con età di più di 65 anni, ha evidenziato che i decessi attribuibili all’ondata di calore del 2015 sono stati 2754 nelle 21 città analizzate (pari al 13% di tutti i decessi registrati nel periodo estivo)».

L’associazione ambientalista, ha presentato  le sue osservazioni al Pnacc  «affinché si arrivi a definire piano di adattamento più efficace e in grado di diventare un riferimento per i finanziamenti e gli interventi da mettere in programma nei prossimi anni».

Per il vicepresidente nazionale di Legambiente, Edoardo Zanchini, «Il rischio è che dopo tre anni di elaborazioni della Strategia e poi del Piano di adattamento al clima, questa fase si chiuda con l’approvazione di due documenti che non contengono strumenti utili per consentire al nostro Paese di accelerare, come avremmo invece bisogno, nell’azione di adattamento ai cambiamenti climatici. Per questo chiediamo al Ministero dell’Ambiente di individuare le priorità di intervento, le azioni e le risorse per metterle in campo a partire dai territori più a rischio, gli interventi di prevenzione e di informazione dei cittadini e di definire il quadro delle risorse disponibili, coerentemente con le politiche di prevenzione del dissesto idrogeologico portate avanti da #italiasicura».

Legambiente ribadisce ancora una volta che «nelle città italiane si gioca un sfida importante nella lotta ai cambiamenti climatici e che nell’attuale Pnacc occorre, in primis, mettere al centro le aree urbane e i comuni definendo strumenti concreti e incisivi e politiche di riqualificazione urbana, gestione delle acque, comprese quelle meteoriche e mitigazione delle ondate di calore e superare l’attuale divisione tra ministeri e strutture di missione, individuando un unico soggetto di coordinamento per gli interventi per l’adattamento climatico e la prevenzione del rischio idrogeologico. In particolare nel piano di adattamento gli interventi di messa in sicurezza previsti sono slegati dagli obiettivi climatici, manca anche un approccio innovativo rispetto agli interventi, si è in ritardo nell’individuazione delle priorità di intervento rispetto agli impatti che i cambiamenti climatici e gli eventi estremi hanno sulle città e i territori, per non parlare dei ritardi delle amministrazioni comunali nel gestire e nell’affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici».

Tra le altre osservazioni al Pnacc, il Cigno Verde sottolinea che «E’ fondamentale rafforzare il monitoraggio degli impatti sanitari dei cambiamenti climatici, con specifica attenzione alle aree urbane, ampliando le indagini epidemiologiche in tutte le città italiane e utilizzando questi studi per la messa a punto di piani e interventi che riducono i rischi per le persone. È poi importante introdurre la chiave dell’adattamento al clima nella pianificazione di bacino e negli interventi di riduzione del rischio idrogeologico, perché la sicurezza si garantisce non attraverso opere di ingegneria e ulteriori intubamenti, ma restituendo spazi al naturale deflusso nei momenti di piena, destinando a questa funzione aree dove si possano continuare negli altri periodi dell’anno usi pubblici, e quindi parchi o boschi, o anche agricoli. Occorre predisporre una regia unica anche per gli interventi sulla costa, perché in Italia circa un terzo delle spiagge è a rischio erosione con una situazione che andrà peggiorando».

Ma Legambiente sostiene anche che «Serve sviluppare un diverso approccio nella progettazione, valutazione e gestione delle infrastrutture, sempre più a rischio per le temperature estreme o eventi climatici come piogge intense e nevicate. Per queste ragioni occorre approvare delle Linee Guida per le infrastrutture che riguardino anche i Piani clima comunali, in particolare per l’utilizzo di materiali che riducono l’impatto dei cambiamenti climatici all’interno dei quartieri. Occorre poi indicare le aree da cui far partire un monitoraggio degli ecosistemi più delicati rispetto ai cambiamenti climatici nel territorio italiano. Ed infine individuare una chiara scelta di governance e indirizzo in alcune situazioni delicate. La prima riguarda la delocalizzazione degli edifici in aree potenzialmente pericolose per la pubblica incolumità. La seconda riguarda il monitoraggio e la tutela delle misure di vincolo, con l’obiettivo di evitare l’insediamento di nuovi elementi a rischio in aree allagabili».