Clima, siamo tutti sulla stessa canoa (ma con remi diversi)

Ong, imprese, donne, popoli indigeni: la Cop23 si è chiusa da una settimana, ma la lotta ai cambiamenti climatici continua sui territori

[24 novembre 2017]

«Siamo tutti sulla stessa canoa»: così il primo ministro delle isole Fiji e presidente della 23esima Conferenza internazionale sul clima – che si è chiusa a Bonn esattamente una settimana fa – ha sollecitato più volte i Paesi e l’assemblea plenaria per portare avanti gli obiettivi ambiziosi dell’Accordo di Parigi del 2015.

Ci eravamo lasciati un anno fa a Marrakech con la decisione che la Conferenza successiva sarebbe stata presieduta dalle Fiji, isole dell’arcipelago dell’Oceania che vivono  un costante stato di emergenza dovuto all’aumento progressivo delle temperature e che temono di essere spazzate via dall’innalzamento dei mari. Proprio per questo stato di calamità si è deciso di ospitare per motivi logistici la conferenza a Bonn in Germania, con la “direzione” delle Fiji. Così nel novembre 2016 il ministro delle piccole isole-stato fece un appello a Donald Trump, appena eletto presidente degli Stati Uniti, richiamando l’attenzione mondiale sull’urgenza di prendere provvedimenti concreti per salvaguardare l’intero pianeta. Ad un anno da quell’appello su 197 Paesi che hanno firmato l’Accordo di Parigi ben 170 hanno già ratificato, ma gli Stati Uniti di Trump non figurano tra questi. Anzi, dopo l’annuncio mediatico di Trump di voler uscire dall’Accordo, la delegazione americana a Bonn ha tenuto un side-event intitolato“Clean Carbon”assolutamente controcorrente rispetto alla maggior parte dei Paesi membri che hanno deciso di puntare sempre di più sulle energie rinnovabili.

Per fortuna, oltre all’istituzionale delegazione statunitense si sono fatti avanti gli stati, le città e i comuni Usa che hanno deciso di lavorare per ridurre le emissioni di CO2 e contribuire a contenere l’aumento delle temperature terrestri: sono i We Are Still In, coloro che vogliono restare all’interno dell’Accordo di Parigi, che hanno organizzato molti eventi e workshop di sensibilizzazione presentato gli “American Pledge”, piani di azione per la riduzione delle emissioni. Un segnale di democrazia molto forte in un momento storico in cui il presidente di una delle potenze mondiali si esprime pubblicamente negando l’esistenza dei cambiamenti climatici.

La presenza dei WeAre Still In non è stata l’unica novità dal fronte delle società civile, quest’anno infatti il ruolo dei cosiddetti non state actors – ong, associazioni, imprese etc – è stato davvero importante: i padiglioni della società civile alla “Bonn zone” hanno lanciato il messaggio chiaro che “è tempo di agire in fretta, non stiamo più capendo cosa fare ma in che tempi arrivare agli obiettivi che ci siamo prefissati nel 2015”. I non state actors vogliono essere partecipi nei processi decisionali e in particolare il ruolo delle Ong è fondamentale per dare la spinta decisiva ai governi e rispettare tutti gli impegni nazionali (NDSc).
È il caso per esempio della società civile italiana, che a chiusura della Cop ha incontrato il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti discutendo della recente Strategia energetica nazionale e degli impegni dei prossimi anni. L’Italia ha aderito insieme a più di 25 Paesi alla Powering Past Coal, un’alleanza per l’uscita definitiva dal carbone, che sancisce politicamente e concretamente la fine dell’era del king coal. La Powering Past Coal è stata portata avanti da Canada e Inghilterra e vede al suo interno anche Paesi come la Francia, suscitando qualche commento di corridoio dei media per i rispettivi casi in cui l’uscita dal carbone non vedrà il passaggio diretto verso le energie rinnovabili, ma bensì l’investimento sul petrolio o nucleare. La coalizione italiana di cui fa parte Cospe insieme a Wwf, Legambiente, ItalianClimate Network, etc, ha apprezzato la presenza dell’Italia in questa alleanza che si prefigge di abbandonare il carbone per la produzione elettrica entro il 2030, anche se non si può nascondere la preoccupazione per una transizione energetica che passerà per la costruzione di gasdotti, in attesa di poter soddisfare solo attraverso eolico, solare e le altre rinnovabili il bisogno energetico nazionale.

Passi importanti che hanno bisogno di un maggior coinvolgimento dei cittadini di tutti i Paesi, per rispondere efficacemente alle esigenze delle comunità proponendo soluzioni innovative a partire dai territori. I popoli indigeni per esempio si sono adoperati per difendere le proprie comunità e i fragili ecosistemi in cui vivono, dato che circa un quarto del carbonio immagazzinato nelle foreste tropicali del mondo si trova nei territori gestiti collettivamente dalle popolazioni indigene. Con l’Accordo di Parigi si è formalizzata la Piattaforma delle comunità Locali e dei popoli indigeni (Local communities and indigneous people platform – Lcip) e durante questa Cop23 sono partiti i lavori di attivazione: conoscenza e partecipazione sono le parole chiave della bozza finale consegnata durante l’assemblea conclusiva, in cui si vogliono diffondere documenti e scambi di esperienze che i territori adottano per rispondere ai cambiamenti climatici e far sì che le popolazioni indigene siano presenti all’interno delle negoziazioni.

Un altro aspetto decisivo è stato fatto grazie alla Women and gender constituency, gruppo di interesse che promuove l’inclusione dei diritti e degli interessi in ambito climatico ed ambientale, di donne e altri gruppi di genere, che ha lavorato affinché la società civile potesse far sentire la propria voce e far includere principi legati ai diritti umani nel testo dell’Accordo di Parigi. È stato approvano il Gender action plan (Gap), il  Piano d’azione per l’inclusione di genere, un programma permanente che mira a garantire pari rappresentanza a donne e uomini all’interno dell’Unfcc, in cui si vuole ribaltare il ruolo delle donne da vittime ad agenti del cambiamento con un ruolo politico e competenze imprenditoriali e scientifiche necessarie ad adottare soluzioni di adattamento e mitigazione al cambiamento climatico.

Alle 7 del mattino di sabato 18 novembre la Cop23 si è chiusa ufficialmente, nonostante ci siano state diverse difficoltà per le Parti a raggiungere il consenso su alcune questioni legate agli aspetti finanziari dell’Accordo di Parigi. Nonostante questo e oltre ai risultati di cui abbiamo già parlato si è arrivati all’accordo sul periodo pre-2020, la seconda fase del Protocollo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni, in cui si è andati avanti con la ratifica di altri Paesi. È stato lanciato il Talanoa dialogue che deriva dalla tradizione politica figiana orientata allo svolgimento di un processo decisionale equo e giusto, che porti anche ad una maggiore comprensione comune. Questo dialogo facilitativo vuole aumentare le ambizioni dei Paesi sulla riduzione delle emissioni di gas serra in vista del Global stocktake del 2020, anno in cui i contributi nazionali volontari (Ndcs) verranno aggiornati al rialzo per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Il tasto dolente di questa Conferenza rimane il confronto sulla finanza climatica: Brasile, Sudafrica, Cina e India hanno riconosciuto di portare avanti al massimo i propri impegni e hanno criticano i Paesi industrializzati di imporre assiduamente le proprie condizioni. Non è ancora stato trovato un punto d’incontro tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo riguardo al fondo per l’adattamento e al meccanismo di compensazione del Loss and damage, rimandando questa decisione alla prossima Cop24 che si terrà in Polonia.

Ancora molto da fare quindi per contenere realmente le temperature entro i 2° o addirittura 1.5°, considerando che secondo le previsioni dell’Ipcc le emissioni hanno ripreso la loro crescita negli ultimi due anni. Il ruolo leadership della società civile e la necessità di agire sempre di più a livello locale, diffondendo la cultura della tutela ambientale, rimane l’obiettivo da perseguire «per rimanere in corsa e raggiungere la nostra destinazione», proprio come ha sostenuto più volte il ministro delle piccole e forti Isole Fiji.

di Marirosa Iannelli – Cospe onlus per greenreport.it