Legambiente: «Per salvare il Pianeta dai cambiamenti climatici occorre accelerare le politiche verso l’accordo di Parigi. Subito un forte segnale dall’Europa»

Climate Change Performance Index: va meglio ma non basta per restare sotto i 2°C

L’Italia sale grazie alle rinnovabili, ma le emissioni sono nuovamente in crescita

[16 novembre 2016]

Ancora una volta, The Climate Change Performance Index, il rapporto annuale di Germanwatch e Climate Action Network Europe (Can-Europe) sulla performance climatica dei principali paesi del pianeta, presentato oggi alla Cop22 Unfccc di Marrakech, non ha assegnato i primi tre posti in classifica perché, anche quest’anno, nessuno dei Paesi ha raggiunto la performance necessaria per contrastare in maniera efficace i cambiamenti climatici in corso e contribuire a mantenere le emissioni globali ben al di sotto della soglia critica dei 2° C e tantomeno di 1.5° C, secondo quanto concordato lo scorso dicembre a Parigi.

Il rapporto prende in considerazione la performance climatica di 58 paesi che insieme rappresentano oltre il 90% delle emissioni globali. La performance di ciascun paese è misurata attraverso il Climate change performance index (CcpiI) e si basa per il 60% sulle sue emissioni (30% livello delle emissioni annue e 30% il trend nel corso degli anni), per il 20% sullo sviluppo delle rinnovabili (10%) e dell’efficienza energetica (10%) e per il restante 20% sulla sua politica climatica nazionale (10%) e internazionale (10%).

A sorpresa, grazie all’eccezionale ruolo svolto per il raggiungimento dell’Accordo di Parigi,  al quarto posto si classifica per la prima volta la Francia  che nel 2015 era ottava. Seguono Svezia (5) e Regno Unito (6) che beneficiano delle politiche climatiche dei precedenti governi.

Il Marocco, che ospita la 22esima Conferenza delle parti Unfccc, si piazza allottavo posto e continua il suo trend positivo, consolidando la sua leadership in Africa grazie ai considerevoli investimenti nelle rinnovabili e agli ambiziosi impegni assunti (riduzione del 32% del trend attuale delle sue emissioni entro il 2030) nell’ambito dell’Accordo di Parigi per un Paese ancora in via di sviluppo».

Nella classifica del rapporto, emergono  trend positivi anche tra le economie emergenti del G20 come India (20esima), Argentina (36) e Brasile (40), che hanno registrato un importante passo in avanti rispetto al passato.

Invece la Germania, dopo molti anni di leadership, continua a pedere posti in classifica, scendendo al 29°posto. «Caduta dovuta alla quota ancora considerevole del carbone nel mix energetico nazionale – spiegano gli ambientalisti –  che non consente la necessaria riduzione delle emissioni indispensabile al raggiungimento dell’ambizioso obiettivo di riduzione entro il 2020 del 40% delle emissioni rispetto al 1990».

I due grandi inquinatori del pianeta, Stati Uniti e Cina si piazzano rispettivamente al 43esimo e al 48esimo posto una classifica ben poco brillante che rispecchia il fatto che insieme sono responsabili del 38% delle emissioni globali di gas serra. Noostante le politiche climatiche e energetiche di Obama, gli Usa sono andati indietro in quasi tutti gli indicatori, compromettendo i passi in avanti degli scorsi anni. E la situazione nel 2017 potrebbe precipitare, visto l’impatto negativo che, se verranno confermate, avranno le politiche climatiche suicide del presidente eletto Donald Trump.  Nonostante la scarsa performance della Cina, anche il rapporto sottolinea il suo importante ruolo nella riduzione del consumo globale di carbone grazie alla chiusura lo scorso anno di 30 centrali a carbone.

I peggiori tra i paesi industrializzati sono Canada (55), Australia (57) e Giappone (60) . non a caso i Paesi che in passato avevano costituito insieme agli Usa il fronte anti-Protocollo di Kyoto –  che hanno politiche climatiche ed energetiche fortemente inadeguate rispetto agli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Anche se il Canada del vane premier Justin Trudeau sembra in grado di invertire la rotta e di recuperare posizioni.

The Climate Change Performance Index 2016 conferma anche quest’anno la continua crescita a livello globale delle rinnovabili e un ulteriore sviluppo dell’efficienza energetica a scapito soprattutto del carbone. Tuttavia, questa rivoluzione energetica procede ancora troppo lentamente rispetto a quanto richiesto dall’Accordo di Parigi.

Legambiente che cura il rapporto per la parte italiana sottolinea che «Anche l’Italia fa un passo in avanti, rispetto allo scorso anno, passando dal 20° al 16° posto grazie alla considerevole riduzione delle sue emissioni (-19.8% nel 2014 rispetto al 1990 con una riduzione del 4.6% rispetto all’anno precedente) dovuta all’onda lunga degli investimenti degli anni precedenti nelle rinnovabili (22esima posizione della classifica specifica) purtroppo arrestatasi nel 2014 e dal contributo dell’efficienza energetica (21° posto) combinato con la perdurante stagnazione economica. Trend positivo nonostante l’assenza di una politica climatica nazionale a livello degli altri partner europei, che relega il nostro paese in fondo alla classifica specifica (44°) stilata dal rapporto per quanto riguarda le politiche nazionali. Assenza che tuttavia inizia a farsi sentire sempre più». Il Cigno verde infatti ricorda che «Secondo i dati preliminari dell’Ispra, nel 2015 si è registrato infatti un aumento delle emissioni totali del 2%, dovuto soprattutto alle emissioni del settore energetico che sono cresciute del 3%».

La  presidente di Legambiente, Rossella Muroni, conclude: «Il rapporto evidenzia come i Paesi europei, rispetto al passato, stiano rallentando la loro performance climatica, mentre le economie emergenti si avvicinano sempre più. Serve subito un forte segnale dall’Europa, soprattutto dopo l’elezione di Donald Trump, e a partire da Marrakech, dove deve riconquistarsi con i fatti la storica leadership ormai in declino Abbiamo tutte le condizioni per poterlo fare. Rivedere l’attuale impegno di riduzione del 40% è possibile con un impatto positivo sull’economia europea, perché è ormai provato che l’azione climatica fa bene alla nostra economia. Dal 1990 al 2014 si è registrato un forte disaccoppiamento tra riduzione delle emissioni ed aumento del PIL e mentre le emissioni sono diminuite del 24%, il Pil europeo è invece aumentato del 47%. Una sfida che l’Europa e l’Italia possono e devono vincere per accelerare nella direzione dell’Accordo di Parigi e contribuire così a salvare il pianeta dai cambiamenti climatici».