CO2, il Carbon capture and storage (Ccs) in grossa difficoltà: calano progetti e finanziamenti

Secondo lo stesso Global Ccs institute rimarrà una tecnologia marginale

[14 ottobre 2013]

Mentre in Italia si pensa di salvare le miniere di carbone del Sulcis con il Cabon capture and storage (Ccs) questa tecnologia è in grosse difficoltà in tutto il mondo, e a dirlo è anche l’ultimo rapporto dell’insospettabile studio Global CCS Institute dell’Australia: The Global Status of CCS: 2013.

In diversi pensano che le tecnologie Ccs potrebbero svolgere un ruolo cruciale nel rallentare l’accumulo di gas serra nell’atmosfera, il numero dei grandi progetti Ccs nel corso del 2012 è calato da 75 a 65, anche se negli  Stati Uniti, attualmente leader mondiale nei progetti sperimentali Ccs, la maggior parte di riguardano il pompaggio di carbonio nei vecchi pozzi petroliferi per stimolare la produzione supplementare di greggio. La Cina, il più grande produttore mondiale di CO2, con 12 progetti in cantiere sembra pronta a diventare il nuovo leader nelle tecnologie Ccs. Uno degli ostacoli principali per la crescita del Ccs è stata la mancanza di investimenti nei progetti basati sulle nuove tecnologie, anche perché il Ccs non ha finora dimostrato di essere commercialmente valido né negli Usa né altrove.

Nonostante l’amministratore delegato del Global CCS Institute, Brad Page, dica che «A livello globale, 12 progetti integrati su larga scala di cattura e stoccaggio del carbonio stanno impedendo che 25 milioni di tonnellate all’anno (Mtpa) di gas serra di raggiungere l’atmosfera» e che «Ulteriore 8 in costruzione aumenteranno il totale a 38 Mtpa entro il 2016, l’equivalente di fino a 18 milioni di auto sulle strade europee», il rapporto chiede disperatamente che il Ccs sia nuovamente inserito nel portafoglio dei finanziamenti per le tecnologie low carbon necessarie per affrontare il cambiamento climatico causato dall’uomo. Secondo Pag, «È necessario intervenire immediatamente per limitare, ridurre e, se possibile, invertire gli effetti dannosi dell’aumento della temperatura del nostro pianeta. Fondamentalmente, questo significa impiegare, senza favoritismi, tecnologie adeguate di mitigazione del cambiamento climatico e queste  includono il Ccs», cosa che non è condivisa da  praticamente tutte le grandi associazioni ambientaliste del mondo, esclusa Bellona che ha interessi diretti in questa tecnologia.

Nel 2012 sono diventati operativi 4 nuovi progetti Ccs, un aumento del 50% in un anno, ma Page ha detto che il ritmo di crescita è troppo lento e che così il Ccs non  potrà svolgere pienamente il suo ruolo nella lotta al cambiamento climatico a costi più bassi: «Il 70% dei sostenitori del Ccs sono d’accordo che l’incertezza politica è un grave rischio per i loro progetti. Infatti, l’incertezza in corso circa i tempi, la natura, la portata e la durata nel tempo delle politiche di riduzione delle emissioni sta limitando gli investimenti nelle tecnologie Ccs e lo stallo del suo sviluppo e della sua diffusione. Questo deve essere affrontato».

Una difficoltà evidenziata anche dalla lenta progressione di nuovi progetti, al di fuori della Cina, e da un forte orientamento allo sviluppo di progetti che danno un’opportunità (vera) di guadagno con il recupero di idrocarburi dai vecchi pozzi esauriti, che sono anche quelli più osteggiati dagli ambientalisti e dalle popolazioni locali. Quindi stoccaggio di CO2 per estrarre combustibili fossili che produrranno ancora più CO2.

«La preoccupazione è che nessun nuovo progetto è stato individuato in Europa, né nessuno è in fase di costruzione – spiega Page – Di conseguenza, quello che ci serve a livello globale sono politiche technology–neutral  che offrano incentivi sufficienti per sviluppare progetti per business cases solidi  a lungo termine ed attraggano i finanziamenti privati necessari per creare condizioni di mercato favorevoli alla diffusione delle tecnologie Ccs su ampia scala».

I fan del Ccs hanno trovato un alleato in Myles Allen, professore all’Oxford University ed uno dei leader del Working Group 1 Assessment Report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc). Secondo Allen «La tecnologia Ccs è fondamentale per affrontare il problema del cambiamento climatico. I combustibili fossili sono utili, abbondanti ed accessibili, così naturalmente continueremo ad usarli. Per sfruttare questa risorsa al massimo, senza danneggiare ulteriormente il pianeta, abbiamo bisogno di Ccs. L’ultimo rapporto dell’Ipcc conferma che, per avere una buona probabilità di limitare il riscaldamento globale a 2° C, abbiamo bisogno di limitare la quantità totale di carbonio che rilasciamo in atmosfera a meno di un trilione di tonnellate, più della metà dei quali è già stata rilasciata. Le riserve esistenti ci porterebbero oltre questo limite e continuiamo a trovarne ancora di più. Alla fine avremo bisogno del Ccs su larga scala: non c’è altro modo. E sarebbe stato molto più sicuro, e più economico, implementare questa tecnologia costantemente, mentre ci avviciniamo al limite di quello che tra 30 anni potrà diventare panico».

Allen però tira un rigo su tutti i problemi (riportati anche nell’intervento di Francesco Ferrante, che pubblichiamo oggi) riguardanti i costi, la sperimentalità e la forte insicurezza delle tecnologie Ccs, che proprio per questo, e non per gli attacchi “ambientalisti” o per le “incomprensioni” della politica, sono in fortissima difficoltà. Infatti  lo stesso rapporto ammette che nel 2012, «Il numero di dei progetti integrati di Ccs di grandi dimensioni in tutto il mondo si è ridotto da 75 a 65; cinque sono stati cancellati, sette sono stati retrocessi in lista di attesa  e tre nuovi progetti sono stati individuati: uno in Brasile, uno in Cina ed uno in Arabia Saudita». I primi due Paesi cercano disperatamente di raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni messi in dubbio dalla loro rapida crescita, la Cina è a soffocata dalle emissioni del suo carbone che tenta di nascondere sotto terra, mentre l’Arabia Saudita è nota per il suo eco-scetticismo e per averle provate tutte per non far uscire il pianeta dalla schiavitù dei combustibili fossili che sembra tanto piacere anche ad Allen.

Il Global CCS Institute non è certo neutrale: riunisce 373 tra governi, multinazionali, piccole imprese, enti di ricerca e organizzazioni non governative impegnate nel Ccs «Come parte integrante di un futuro low carbon», ma va anche detto che lo stesso  “The Global Status of CCS: 2013”, che fornisce una panoramica completa delle politiche Ccs, degli sviluppi legali e normativi, delle tecnologie e dei progetti sperimentali su vasta scala, ammette che la tecnologia Ccs rimarrà abbastanza marginale (il 14%) nella quota di tecnologie che possono ridurre le emissioni di gas serra a limiti tollerabili, mentre le energie rinnovabili e l’efficienza energetica insieme sono al 63%.