Cop21, Greenaccord: «Sull’Accordo di Parigi motivi di grande preoccupazione»

Masullo: «Lontani dagli "adeguati meccanismi di controllo, di verifica periodica e di sanzione delle inadempienze" auspicati da Papa Francesco»

[16 dicembre 2015]

andrea masullo greenaccord

La firma del cosiddetto Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici è stata accolta con entusiasmo dai partecipanti, delegazioni ufficiali ed ambientalisti, ma leggendo con attenzione il documento permangono motivi di grande preoccupazione.

La scienza ha ormai largamente avvisato che la partita è quasi, ma non ancora del tutto, persa, in quanto il mondo sta correndo verso scenari di aumento delle temperature globali fra i 3 e i 5°C aprendo prospettive tali da poter mettere a rischio la stessa civiltà umana; è quello che ha affermato Hans Schellnhuber, durante il Forum Internazionale di Greenaccord, sottolineando che la civiltà umana si è sviluppata grazie alla stabilità climatica degli ultimi 11.000 anni.

Ebbene, l’Accordo di Parigi si fonda su impegni volontari insufficienti, che allo stato attuale aprirebbero scenari di aumento delle temperature medie globali intorno ai 3°C rispetto al periodo pre-industriale, pur dichiarando di perseguire l’obiettivo ambizioso di restare al di sotto del limite di 1,5°C, ritenuto, in uno studio pubblicato dai più illustri climatologi mondiali guidati da James Hansen, l’aumento sperimentato con conseguenze catastrofiche durante la precedente fase climatica di 100.000 anni fa (periodo Eemiano). Nonostante le previste revisioni periodiche degli impegni nazionali volontari ed alcune importanti novità che ci fanno continuare a sperare, non c’è l’auspicata svolta etica per il superamento dell’attuale paradigma tecnocratico fondato sul consumismo e sulle fonti energetiche fossili che sta conducendo l’umanità verso la catastrofe. Molto sfumata e incerta è la road-map tracciata laddove si auspicava che fosse impegnativa e vincolante. In pratica siamo ben lontani da quegli “adeguati meccanismi di controllo, di verifica periodica e di sanzione delle inadempienze” auspicati da Papa Francesco che sottolineava quanto “in questo contesto, diventa indispensabile lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate, con autorità designate in maniera imparziale mediante accordi tra i governi nazionali e dotate del potere di sanzionare”.

L’accordo, nelle posizioni di principio, riconosce tutte le rilevanze espresse dal 5° Rapporto dell’Ipcc, e questo è uno dei fatti che ha generato maggior entusiasmo nel mondo ambientalista; noi riteniamo improprio che questo riconoscimento dei risultati scientifici da parte della politica possa essere ritenuto un successo laddove dovrebbe essere considerato un “atto dovuto” se non si vuol subordinare la scienza alla politica in una sorta di neo-oscurantismo.

Consideriamo invece positiva la convergenza sul riconoscere il diritto dei paesi poveri e in via di sviluppo a ricevere un adeguato sostegno finanziario per conseguire la necessaria crescita economica seguendo percorsi low carbon sostenibili, anche se tali aiuti richiedono chiare precisazioni sulle modalità con cui verranno gestiti ed indirizzati fra i diversi paesi e le diverse tipologie di azione, e le cifre attualmente previste appaiono insufficienti.

Consideriamo invece un arretramento rispetto al percorso seguito nelle Cop precedenti il contenuto dell’Art. 4 dove non viene definito un riferimento temporale preciso entro cui superare il picco di emissioni ed iniziare la auspicata discesa, rimandando alla seconda metà del secolo il bilanciamento fra emissioni ed assorbimento naturale del carbonio, cancellando di fatto l’obiettivo “emissioni zero”. Questo è infatti un passaggio che consentirà ai paesi di ridurre il loro impegno di taglio diretto delle emissioni nella misura in cui contribuiranno ad aumentare le capacità planetarie di immagazzinamento, per esempio attraverso attività di forestazione e modifiche nell’uso del suolo. Si passa dunque da un qualcosa di monitorabile direttamente, come le emissioni, a fattori legati a meccanismi biologici complessi e variabili nel tempo, soggetti a modifiche improvvise e imprevedibili, e pertanto più difficili da valutare. Non è un caso che la raccomandazione dell’Ipcc di ridurre le emissioni tra il 40 e il 70% entro il 2050 sia del tutto assente dall’accordo.

Ricordando che emissioni e concentrazioni sono in un rapporto di causa-effetto, l’aumento delle capacità di assorbimento naturale del carbonio da parte della biosfera dovrebbe essere considerato uno strumento di riduzione delle concentrazioni di CO2 (effetto) prodotte dalle emissioni pregresse e non un mezzo di sostituzione parziale degli impegni di riduzione delle emissioni future (causa).

In definitiva vediamo in questo accordo una positività politica per l’ampio coinvolgimento di governi ed istituzioni economiche e finanziarie che non si sarebbero seduti al tavolo di una trattativa su impegni vincolanti imposti dall’esterno, col rischio di ripetere l’esperienza fatta con il protocollo di Kyoto in cui, in assenza di sanzioni, gli impegni presi non hanno portato ai risultati previsti.

Tuttavia, questo accordo fondato su impegni volontari, porta con sé il grande rischio che i futuri governi, che verranno dopo quelli che lo hanno sottoscritto, possano con facilità tirarsene fuori. Allora non ci resta che sperare che almeno serva ad accelerare la maturazione delle energie rinnovabili oltre una soglia tale da innescare l’indispensabile conversione alla sostenibilità del sistema economico e finanziario. Speravamo alla vigilia di vedere una “unica famiglia umana” assumersi la responsabilità di difendere “la casa comune”; invece dobbiamo ancora una volta confidare, invece che sull’etica, sulle leggi di mercato.

a cura di Andrea Masullo, direttore scientifico di Greenaccord