L'analisi del geofisico Gianluca Lentini sull'Accordo di Parigi

Cop21: un buon accordo, senza “ben altro”

Ora la palla passa però agli stati, che devono ratificarlo, e soprattutto implementarlo subito

[23 dicembre 2015]

cop21 parigi torre eiffel

“Sottolineando l’importanza di assicurare l’integrità di tutti gli ecosistemi, inclusi gli oceani, e la protezione della biodiversità, riconosciuta da alcune culture come Madre Terra, e sottolineando l’importanza per alcuni del concetto di “giustizia climatica”, nell’attivarsi per fronteggiare il cambiamento climatico, …”

Il brano citato fa parte del preambolo del Paris agreement, l’accordo sul clima che la comunità internazionale, con una concordia d’intenti che ha, come precedente, unicamente il Protocollo di Montreal sui clorofluorocarburi, ha siglato a conclusione della Conferenza delle parti di Parigi, la Cop21. Apprezzabile, tra tutti gli altri aspetti incoraggianti del preambolo, il richiamo a una visione sistemica e complessiva della Terra e del sistema climatico, senza limitarsi a una mera declinazione “atmosferica” del clima, nonché il richiamo al concetto di giustizia climatica, in termini di intervento concreto sulle cause del cambiamento climatico per garantire equità di opportunità, di trattamento e di valore per gli esseri umani.

L’accordo è buono, ed è buono senza “ben altro”.

L’accordo è buono perché esiste, tanto per cominciare: l’assenza di accordo o la firma di un accordo insoddisfacente o al ribasso come fu quello di Copenhagen nel 2009, sarebbe stata drammatica e avrebbe consegnato una volta ancora la governance internazionale alla percezione di impotenza e di caos e anche, malauguratamente, la comunità scientifica alla percezione di inconsistenza e di incoerenza. L’accordo è buono perché è un momento epocale di concordia internazionale e anche perché, per la prima volta, nessun Paese ha apertamente sposato una visione “negazionista” circa le cause antropiche del Riscaldamento Globale.

L’accordo è buono perché è ambizioso: si pone il limite massimo dell’incremento delle temperature a +2 °C per la fine del XXI secolo, ma con il chiaro intento di aspirare ad un incremento non superiore ai 1.5 °C. Il tetto dei +2°C, considerati gli Indcs (Intended nationally determined contributions, contributi volontari determinati a livello nazionale) al momento sottoscritti dai diversi Paesi, risulta di per sé molto ambizioso, in quanto le stime attuali sulla loro efficacia prevedono un incremento superiore ai 2.7 °C: l’accordo è dunque, di per sé, assai più ambizioso dei contributi volontari attualmente confermati.

L’accordo è buono perché gli obiettivi, ambiziosi come si è detto, sono declinati attraverso una roadmap credibile e ben strutturata, con monitoraggio degli obiettivi di mitigazione delle emissioni di gas climalteranti ogni 5 anni.

L’accordo è buono perché, esplicitamente, indica la necessità di giungere ad emissioni nette zero dopo il 2050, e perché diviene credibile attraverso meccanismi finanziari e di trasferimento di conoscenze forti e concreti, con il potenziamento dei fondi Gcf (Green Climate Fund), finanziati dai Paesi sviluppati, e con una coerente definizione della loro utilizzabilità per strategie di mitigazione e di adattamento.

L’accordo è buono perché è l’accordo di tutti, attraverso il concetto di “responsabilità comuni ma differenziate (Cbdrs, Common but differentiated responsibilities)”, con un chiaro impegno di supporto, da parte dei paesi sviluppati, ai paesi meno sviluppati nell’implementazione delle strategie di mitigazione. Particolare rilievo hanno, per l’accordo, gli stati insulari la cui Alleanza, la Aosis, è risultata molto efficace nel pervenire a una visione equa e completa dell’accordo climatico.

L’accordo è buono perché è possibile, ed è possibile perché una transizione economica è già in atto verso l’utilizzo di energie rinnovabili. L’accordo è possibile perché già ora gli investimenti sulle energie rinnovabili hanno superato quelli sulle energie da combustibili fossili, ed è possibile perché laddove i mercati si aprano positivamente a un modificato paradigma energetico, l’impensabile decarbonizzazione completa dell’economia diviene una possibilità concreta. L’accordo è buono perché la consapevolezza di tale opportunità economica è stata colta da due pesi massimi delle emissioni e due paesi sinora recalcitranti a prendersi impegni vincolanti per le emissioni, Stati Uniti e Cina.

L’accordo è buono, ma è al momento sulla carta: si passa ora alla ratifica da parte dei diversi Stati, ciascuno secondo le proprie regole, e alla ratifica deve seguire l’implementazione, e l’implementazione immediata. Perché il cambiamento climatico è, come dice ancora il preambolo dell’accordo, un problema di diritti umani, verso cui tutti i paesi hanno obblighi precisi, “il diritto alla salute, il diritto dei popoli indigeni, delle comunità locali, dei migranti, dei bambini, delle persone con disabilità”, così come un problema di “… parità di genere, e di equità intergenerazionale”, ossia di rispetto delle generazioni del futuro prossimo.