La crescita come i cambiamenti climatici, se va male è questione di percezioni

Le soluzioni proposte da economisti e climatologi ci sono, ma al pubblico votante non arrivano

[14 agosto 2014]

Anche l’economia de la France è in trance: i nostri cugini d’Oltralpe si sono svegliati stamattina da quello che non è solo un incubo di mezza estate; nel secondo trimestre del 2014 Parigi non si è mossa, la crescita del Pil è allo zero per cento. Un dato che non preoccuperebbe più di tanto gli analisti internazionali se non fosse che anche i virtuosi guardiani dell’eurozona, i tedeschi, nell’arco di poche ore si sono visti decurtare dello 0,2% le previsioni di crescita. Le tre economie più importanti dell’eurozona – la performance italiana, nello stesso periodo, ha infatti registrato un -0,1% – peggiorano in blocco, pur con marcate differenze tra i diversi Paesi.

Il risultato, come riassumono i dati odierni diffusi da Eurostat, è che nel complesso la crescita del Pil (dati destagionalizzati) nei 18 stati dell’Eurozona «è rimasta stabile». Un eufemismo che significa stagnazione, vero dramma per un sistema economico costruito per funzionare soltanto quando è in crescita. Perentoria, la Banca centrale europea è intervenuta per ribadire che dall’empasse si può uscire soltanto con le riforme strutturali, che «dovrebbero mirare innanzitutto a promuovere gli investimenti e la creazione di posti di lavoro».

Il problema, però, è proprio questo. Le «riforme strutturali» finora adottate – e perorate dalla stessa Bce – sono andate nella direzione opposta di quella pubblicamente auspicata, imboccando invece quella del rigore senza investimenti mirati. Come ben riassume AlbertoQuadrioCurzio oggi sul Sole 24 Ore, dal 2010, sotto l’input tedesco la situazione economica è andata peggiorando in Europa, e (spesso) migliorando nel resto dei Paesi avanzati. Andando a vedere i numeri, gli «effetti negativi sono evidenti perché l’aumento del Pil dei Paesi avanzati (inclusi quelli della Uem) è stata di 6 punti percentuali superiore a quella dell’Eurozona. La disoccupazione conferma il peggioramento della Uem che passa da un tasso del 10,2% (2010), al 12% (2013), all’11,9% (2014) mentre la media dei Paesi avanzati scende dall’8,3% (2010) al 7,5% (2014)» e, nel mentre, anche il debito pubblico è comunque aumentato del 30% dal 2008 al 2013 nell’Eurozona.

Nell’arco di quattro, disastrosi anni, la consapevolezza d’aver imboccato la strada sbagliata non è comunque riuscita a farsi strada nell’Europa. Perché? Una risposta non scontata arriva dal paragone con un altro campo nel quale (come nel caso della crisi economica) a mancare non è la precisione dell’analisi, ma la fattività dell’azione: il cambiamento climatico.

Durante recente studio Scientists’ Views about Attribution of Global Warming, pubblicato su Environmental Science and Technology, 1.868 scienziati del clima sono stai intervistati in proposito al nesso di causalità tra cambiamento climatico e emissioni di gas climalteranti da parte dell’uomo. Il 90% dei più ferrati sulla materia (coloro che hanno pubblicato almeno 10 articoli peer-reviewed sul tema), concordavano sulla responsabilità del cambiamento climatico. Solo il 15% di questa stragrande maggioranza ha però dichiarato di aver ricevuto un’attenzione adeguata da parte dei media; al contrario i 43 scienziati che hanno misconosciuto il nesso di causalità (o addirittura hanno sostenuto la tesi di un raffreddamento del pianeta) hanno affermato di aver avuto un’attenzione mediatica maggiore.

L’opinione pubblica, che vede negli scienziati (in tutti gli scienziati) una fonte d’informazione autorevole in merito al cambiamento climatico, risulta così esposta dai media a una rappresentazione distorta della realtà. Rimanendo infine indietro rispetto alla consapevolezza della comunità scientifica nel suo complesso.

Al momento di recarsi alle urne, non c’è dunque da stupirci molto se il cambiamento climatico (e le altre tematiche “ambientali”) non abbiano il giusto peso nel voto. Parallelamente, sono numerosissimi gli economisti (keynesiani, ecologici, ambientali, etc) che sostengono un deciso cambio di rotta deciso nelle politiche europee, ma il loro messaggio viene interpretato come eterodosso e dunque stravagante. Le nicchie che rappresentano si trovano invischiate in quella che può essere definita una “maledizione della conoscenza”, il fenomeno psicologico per cui si tende a sovrastimare quanto una certa informazione in proprio possesso sia diffusa anche presso gli altri.

Un esempio pratico? Come acutamente riporta Keynesblog, la prestigiosa Booth University di Chicago

(noto avamposto liberista) ha rivolto a un panel di noti economisti due semplici domande, sui cui tutta Europa dovrebbe riflettere molto attentamente: «Le misure fiscali di Obama hanno ridotto la disoccupazione? E in generale i costi hanno superato i benefici?». Di tutti i numerosi intervistati, soltanto uno ha risposto negativamente a entrambe le risposte: Alberto Alesina. Indovinate adesso a quale penna il Corriere della Sera – tradizionalmente il più autorevole quotidiano italiano – affida abitualmente i propri editoriali in prima pagina, e il perché dell’andamento economico nostrano diventerà d’un tratto un po’ più chiaro.