Dal Cnr uno studio per prevedere l’impatto degli incendi, in un’Italia sempre più a rischio

I cambiamenti climatici porteranno a estati sempre più siccitose, con una tendenza all’inaridimento nell’area del Mediterraneo

[16 luglio 2018]

Il 2017 è stato un anno di tragici record per gli incendi, in Europa e in Italia in particolare. Di questi tempi, a metà luglio, Legambiente documentava come in un solo mese fossero andati in fumo tanti boschi quanti durante l’intero 2016. Quest’anno la sorte finora è stata più clemente, fortunatamente, ma non basta a tirare un sospiro di sollievo: come spiegava sempre il luglio scorso l’Istituto di geoscienze e georisorse del Cnr di Pisa (Igg-Cnr), i cambiamenti climatici in corso – che ricordiamo essere già oggi più intensi in Italia rispetto alla media globale, in termini di aumento delle temperature – poiché «le proiezioni indicano un aumento di estati siccitose, nei decenni futuri ci possiamo attendere un significativo aumento dell’area bruciata nell’Europa mediterranea», con le aree più a rischio localizzate a Nord: è il caso delle Regioni italiane più settentrionali, ma anche Francia o Catalogna.

Per questo gli stessi ricercatori dell’Igg-Cnr hanno intensificato gli sforzi e, di concerto con l’Università di Barcellona, hanno appena pubblicato su Nature Communications lo studio Skilful forecasting of global fire activity using seasonal climate predictions, che mostra come utilizzare le previsioni stagionali fornite dai centri meteorologici, combinante con modelli empirici dell’impatto degli incendi, per ottenere stime quantitative dell’area bruciata attesa nei mesi successivi.

«Gli studi condotti negli scorsi anni ci hanno permesso di sviluppare una serie di modelli empirici che legano l’area bruciata dagli incendi alle caratteristiche della precipitazione e della temperatura nei mesi e negli anni precedenti l’incendio. I modelli sono stati validati sui dati disponibili in Europa mediterranea e in molte altre aree del Pianeta, utili per la stima dell’area bruciata attesa a livello globale – spiega Antonello Provenzale, direttore dell’Igg-Cnr – Il nostro approccio combina ricerca di base, utilizzo dei grandi database internazionali e risultati direttamente applicabili alla sicurezza delle popolazioni e alla pianificazione delle misure di salvaguardia, utilizzando le previsioni stagionali per migliorare la stima dell’importante impatto esercitato su questi eventi dalla variabilità climatica».

Come ricordano infatti dal Consiglio nazionale delle ricerche, la maggior parte degli incendi sia dovuta a cause antropiche, accidentali o volontarie, l’estensione dell’incendio – in particolare dell’area bruciata – dipende in modo significativo dalle condizioni meteo-climatiche e dalle caratteristiche del “combustibile”, in particolare dal grado di umidità e dall’abbondanza del materiale che lo alimenta, ad esempio la legna. Poter fornire una stima dell’area a rischio con mesi di anticipo, così da predisporre adeguate misure di controllo e prevenzione, è evidentemente molto importante. Come?

«I modelli empirici, una volta validati, sono stati “forzati” dalle previsioni stagionali – conclude Marco Turco dell’Università di Barcellona, primo autore dello studio pubblicato su Nature – Confrontando le stime fornite dei modelli di incendio così forzati, si è visto che per ampie regioni del pianeta si riesce a migliorare significativamente la predicibilità dell’area bruciata a scala stagionale».

L. A.