A Davos la Cina si propone come leader climatico, anche senza Trump. E l’Europa?

Ma la Cina resta un Paese autoritario e l’isolazionismo di Trump e la debolezza Ue rischiano di favorirla

[18 gennaio 2017]

In assenza di una forte leadership degli Stati Uniti (e dell’Unione europea), la Cina, uno di Paesi più inquinati e inquinanti del mondo,  sembra pronta a prendere le redini dell’azione climatica.

L’intervento dalla tribuna del World economic forum di Davos del  presidente cinese Xi Jinping è stato anche un chiaro messaggio al  presidente eletto Usa Donald Trump: non rinnegare le promesse internazionali degli Stati Uniti, compreso l’accordo sul clima di Parigi.

Come sottolinea oggi con grande enfasi l’agenzia ufficiale cinese Xinhua, in uno dei passaggi più applauditi del suo discorso, Xi ha ricordato al gotha   del capitalismo mondiale che «L’accordo di Parigi è un risultato notevole, frutto di un duro lavoro; è conforme con le tendenze di fondo dello sviluppo globale. Tutti i firmatari devono conformarsi a esso e non rifiutarsi di onorare i loro impegni, perché questa è una responsabilità che tutti dobbiamo assumerci per il bene delle generazioni future. Ottenuto con difficoltà, l’accordo di Parigi è in linea con la tendenza di fondo dello sviluppo globale. Tutti i firmatari devono restarci, invece di andarsene, in quanto si tratta di una responsabilità che dobbiamo assumerci per le future generazioni».

Il riferimento alle politiche di negazionismo climatico e isolazionistiche di Donald Trump è più che evidente e la critica di Xi si estende anche alle tentazioni di tornare indietro rispetto a politiche ambientali consolidate: «E’ importante proteggere l’ambiente, ottenendo il progresso economico e raggiungendo  l’armonia tra uomo e natura e tra l’uomo e la società – ha detto tra gli applausi – Gli obiettivi di sostenibilità per il 2030 devono essere raggiunti per raggiungere uno sviluppo equilibrato in tutto il mondo». Il contrario di quanto vuole fare Trump, che vede nell’Onu un ostacolo per gli interessi Usa e negli aiuti ai Paesi poveri un’inutile sperpero.

Già alla Cop22 Unfccc di Marrakech la delegazione cinese aveva avvertito che  «un leader politico saggio dovrebbe prendere posizioni politiche conformi con le tendenze globali».

Al   World economic forum di Davos, il responsabile delle relazioni pubbliche dello staff di transizione di Trump, Anthony Scaramucci, ha cercato di buttare acqua sul fuoco dei diversi incendi appiccati dal suo principale. Dopo l’intervento di Xi ha detto: «Io rispetto la Cina, rispetto assolutamente il presidente cinese e noi vogliamo avere delle relazioni fenomenali con i cinesi».

Ma sarà dura ragionare di questi temi con Trump:  crede che il cambiamento climatico sia una bufala inventata dai cinesi per  rendere gli Usa meno competitivi sui mercati globali;  ha definito l’Accordo di Parigi  Un «male per il business» e ha detto che permetterebbe a «dei burocrati stranieri di controllare quanta energia usiamo», mentre in realtà l’Accordi di Parigi si basa su  contributi nazionali decisi in modo indipendente.

A differenza di Trump, Xi sembra avere ben presente l’enorme potenziale economico dell’Accordo di Parigi e nel suo discorso di  Davos, ha inquadrato la lotta al cambiamento climatico in un’idea di globalizzazione, che ha definito «Il grande oceano dal quale non si può sfuggire». Xi ha anche elogiato l’innovazione, invitando il mondo a  «sviluppare un modello di crescita dinamico guidato dall’innovazione».

Nonostante i giganteschi problemi ambientali della Cina, le affermazioni di Xi a Davos sembrano coerenti con quanto il suo governo sta facendo in patria: poche settimane fa la Cina ha annunciato che avrebbe investito 360 miliardi di dollari nell’energia pulita, creando così 13 milioni di posti di lavoro entro il 2020. Negli Usa Trump ha promesso di tagliare i finanziamenti federali alle rinnovabili, l’Europa lo ha già fatto e procede lentamente sulla strada dell’innovazione nella quale fino a poco tempo fa sembrava la leader indiscussa.

La scorsa settimana, la Cina ha annunciato la sospensione di 100 progetti di centrali a carbone per contenere le emissioni di gas serra e l’inquinamento atmosferico, anche se entro il 2020 l’energia prodotta con il carbone dovrebbe raggiungere il picco di 1.100 gigawatt, circa la metà dell’energia prodotta in Cina.

Se gli Usa di Trump  rischiano di lasciare un vuoto nell’azione climatica globale, la Cina potrebbe riempirlo praticamente tutto, relegando l’Un ione europea a ruolo di comprimario, nonostante il suo altissimo livello tecnologico al quale non corrispondono altrettanto elevate ambizioni politico/climatiche.

Al summit Onu sul clima di Marrakech la Cina si è presentata come il negoziatore climatico  più intraprendente e dotato di una forte leadership, consapevole che «Agire proattivamente contro il cambiamento climatico . migliorerà l’immagine internazionale della Cina e permetterà di avere una superiorità morale». Quell’immagine e quella superiorità che aveva l’Europa e che si è appannata con la crisi, la Brexit, l’emergere dei populismi e il dclino dei partiti tradizionali che non hanno saputo declinare la lotta al cambiamento climatico nel rinnovamento economico, sociale e culturale della vecchia Europa.

Ma la Cina resta la seconda più grande economia e il secondo maggior inquinatore di gas serra del mondo, ma anche uno Stato fortemente autoritario. La Cina di Xi non è un Paese democratico, può certamente esercitare una notevole influenza sulla scena globale, ma potrebbe utilizzare la sua nuova leadership climatica per rafforzare la prese della dittatura e la sua “intoccabilità” a livello mondiale. Come spiegano Neil Bhatiya e Tim Kovach su Grist, le politiche climatiche cinesi sono il frutto di un potere autoritario che spesso le mette in atto a danno delle sue minoranze etniche. E se gli Stati Uniti si tireranno fuori dal Green Climate Fund  Onu, destinato ad aiutare i Paesi in via di sviluppo a mitigare e ad adattarsi ai cambiamenti climatici, i Paesi dell’Africa sub-sahariana potrebbe diventare più dipendenti dagli aiuti e dagli investimenti cinesi di quanto non lo siano già ora, indebolendo la presenza Usa ma soprattutto quella europea, che oscilla tra l’interventismo neocolonialista e le mance a regimi autoritari perché impediscano ai migranti di raggiungere le nostre coste. Un atteggiamento perdente, frutto di un’immagine dell’Europa opaca, offuscata da interessi nazionali di bottega, mentre con la Brexit torna in campo da sola la più grossa ex potenza coloniale: la Gran Bretagna.