Emissioni, in Cina parte oggi un esperimento di mercato verde

Il paese del dragone replica nella forma l’Ets europeo, sperando che non ne copi anche i fallimenti

[18 giugno 2013]

Parte oggi 18 giugno, a Shenzhen, un esperimento di “emission trading”, di un meccanismo di mercato che dovrebbe aiutare la Cina a contenere le sue emissioni di carbonio. Come già avviene in Occidente, a ciascuna delle 630 imprese industriali o di costruzione della città è assegnato un tetto massimo di emissioni. In questo schema noto come “cap-and-trade”, tutti sono incentivati a contenere le emissioni (cap). Chi non ce la fa e sforerà la soglia potrà acquistare sul mercato diritti di emissione presso imprese che, invece, riescono a stare ben sotto i limiti (trade).

La Cina è responsabile, ormai, di oltre un quarto delle emissioni di carbonio del mondo. La sua crescita economica che procede a ritmi altissimi da oltre trent’anni richiede molta energia. Cosicché le emissioni di carbonio, in regime di “business as usual”, sono destinate a crescere ancora in futuro. Ma vuoi per la pressione internazionale, vuoi soprattutto per una crescente consapevolezza interna nel paese del dragone considerano non più sostenibile una simile prospettiva. L’impegno, almeno per ora, è quello di abbattere entro il 2020 del 40/45% l’intensità energetica (la quantità di energia necessaria per produrre un’unità di ricchezza) rispetto ai livelli del 2005. Insomma, l’obiettivo è rendere più energeticamente efficiente “la fabbrica del mondo”.

Per raggiungere questo obiettivo il Paese, governato dal Partito unico comunista, punta anche sui meccanismi di mercato. Partendo, non a caso, da Shenzhen. Shenzhen oggi è una metropoli del Guangdong, nella Cina meridionale (vicina a Hong Kong), che conta oltre 10 milioni di abitanti. Nel 1978, appena 35 anni fa, era in piccolo villaggio di pescatori, che fu scelto da Deng Xiaoping per realizzare la prima Zona Economia Speciale e sperimentare quel “comunismo di mercato” che, esportato nel resto del paese, ha prodotto, non senza contraddizioni, una crescita economica senza precedenti in Cina.

Oggi Shenzhen torna a essere un luogo di sperimentazione. I meccanismi di mercato verranno utilizzati per cercare di rendere meno ecologicamente insostenibile la crescita del paese. Entro la fine dell’anno, come rivela la rivista Nature, lo schema “cap-and-trade” verrà implementato in altre quattro città (Pechino,  Tianjin, Shanghai and Chongqing), e in due intere province (la stessa Guangdong e Hubei). L’esperimento, secondo il Bloomberg New Energy Finance di Londra, riguarderà 864 milioni di tonnellate di anidride carbonica (emission stimate per il 2015), pari al 7% delle emissioni della Cina e alle emissioni dell’intera Germania.

Se funzionerà, lo schema coprirà l’intera nazione entro il 2016. E costituirà una parte non secondaria del “pacchetto” che la Cina porterà ai negoziati sul clima di Parigi del 2015 (quello dove ci si attende la firma di un accordo internazionale per abbattere le emissioni globali di gas serra) per mostrare non solo le sue buone intenzioni, ma anche le sue buone pratiche. Il pacchetto sarà costituito anche da una “carbon tax” che riguarderà i settori non coperti dal “cap-and-trade” e dall’impegno a ridurre la produzione di idrofluorocarburi, di cui hanno parlato il presidente  degli Stati Uniti, Barack Obama, e il presidente della Cina, Xi Jinping al recente vertice nel resort di  Rancho Mirage, in California.

Le domande sono due. Riuscirà la Cina a implementare sul suo vasto territorio un sistema così complicato, che richiede attente verifiche, come il “cap-and-trade”? Sarà sufficiente il pacchetto che sta approntando a contenere la crescita delle emissioni di gas serra del paese?

Le domande non sono impertinenti. Le stesse autorità cinesi non hanno certezza della risposta e stanno valutando la possibilità di mettere un tetto, a partire dal 2020, alle emissioni nazionali. Ovvero a sottoscrivere un accordo globale che impegni tutti i paesi ad abbattere le emissioni globali di gas serra.