Emissioni, rinnovabili, efficienza. Si decidono i target per il 2030

Energia e clima, il summit spiegato: oggi l’Europa decide cosa vorrà essere da grande

Green Italia presenta le “Istruzioni per l’uso (verdi)” per il Consiglio europeo appena iniziato

[23 ottobre 2014]

A Bruxelles è iniziata in queste ore una battaglia di fondamentale importanza per il Vecchio continente. La posta in palio è quella dell’energia verde, con tutto quello che questo oggi significa: salvaguardia del clima e taglio delle emissioni di gas serra, diminuzione della dipendenza energetica da paesi inaffidabili, leadership globale in un settore high tech – quello delle rinnovabili e dell’efficienza energetica – ad alto valore aggiunto, con importanti capacità di crescere e creare posti di lavoro. Questo è il vero contenuto del Pacchetto Clima-Energia per il 2030, sui cui obiettivi l’Europa è chiamata a votare nella due giorni in cui si riunisce il Consiglio Ue, oggi e domani.

È una partita fondamentale, vista la posta in gioco, sulla quale è bene fare chiarezza. La proposta iniziale da parte della Commissione Ue prevedeva per il 2030 un taglio del 40% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990; almeno il 27% del consumo di energia da rinnovabili, e un target per l’efficienza energetica al 30% ( che significherebbe continuare sulla traiettoria presente, di circa l’1% di miglioramento all’anno, dovuto però per un terzo alla crisi). I fautori della green economy chiedono invece obiettivi ben più incisivi, rispettivamente al 60% di taglio per le emissioni, 45% per le rinnovabili e 40% per l’efficienza energetica.  «In pratica – spiega Green Italia nel dossier “Istruzioni per l’uso (verdi) per il Consiglio europeo del 23 e 24 ottobre –  la Commissione rinuncia a continuare la trasformazione “low carbon” del nostro sistema energetico, iniziato nel 2007».

In pochi anni le rinnovabili hanno ridotto grandemente il loro costo, creato centinaia di migliaia di posti di lavoro, tagliato le importazioni energetiche e le nostre emissioni. Così facendo, però, le rinnovabili sono entrate in diretta concorrenza con gli idrocarburi: «La proposta della Commissione segnala il ritorno in forze della lobby “fossile”: gas, petrolio, carbone, nucleare. Logico che passino al contrattacco».

Secondo Green Italia  è per questo che «non si vogliono target ambiziosi per efficienza energetica e rinnovabili e si mantiene sotto controllo quello delle emissioni CO2. Il Regno Unito vuole finanziare con soldi pubblici il nucleare; la Francia non ha ancora deciso se avviare una lentissima uscita dal tutto atomo (il suo atteggiamento relativamente positivo sul Pacchetto Energia dipende soprattutto dal fatto che vuole evitare a tutti i costi di ripetere il fallimento di Copenhagen, quando nel 2015 dovrà organizzare il Summit sul Clima a Parigi); la Polonia vuole salvare i minatori; l’Italia del giovane Renzi ondeggia e parla di hub del gas e di nuovi tubi e trivelle, trascurando il suo enorme potenziale in materia di efficienza energetica e di rinnovabili (anche in termini di know-how), la Spagna vuole salvare gli interessi di alcune grosse imprese e persone (e il nuovo Commissario all’Energia e Clima Arias Canete ne sa qualcosa); la Germania vuole garantire l’Energiewende, puntando sì sulle rinnovabili, ma affidandosi temporaneamente a più carbone; eccetera». Senza dimenticare che su questa discussione in atto è arrivata come un macigno la crisi Ucraina (che la stessa Ue ha contribuito a provocare).

Scegliere la strada del business as usual potrebbe costare stavolta molto caro. «Secondo gli scenari e i calcoli della Commissione (non pubblicati, ma ottenuti dalla ONG ClientEarth grazie a un accesso agli atti) puntare su un target del 40% di efficienza energetica al 2030 potrebbe garantire – sottolinea Green Italia – un taglio delle importazioni fra il 33% e il 40% di gas e del 18-19% del petrolio». Puntando al 30% si otterrebbe “solo” il 22% di tagli nelle importazioni di gas e il 16% di petrolio, un misero +12% rispetto alla situazione che avremmo nel 2030 lasciando il mercato libero di far da sé.

«Quanto alle rinnovabili, è la Commissione stessa che ci spiega che il mito degli incentivi alle rinnovabili come causa prima del costo “eccessivo” è falso. Nonostante eccessi ed errori nel disegno degli incentivi, sono soprattutto le tasse e il costo della materia prima che fanno schizzare il costo dell’energia». Non sorprende dunque come nel balletto dei numeri, che ha caratterizzato tutti questi mesi di preparazione al Consiglio iniziato oggi, «il Commissario Oettinger abbia voluto togliere dal Libro Bianco di preparazione al Pacchetto Clima ed Energia 2030 un dato molto interessante. In Europa, i sussidi all’energia nel 2012 sono così ripartiti: 30 miliardi di euro alle rinnovabili; 26 ai fossili; 30 al nucleare. Un obiettivo debole e per di più non basato su obblighi chiari ripartiti fra gli Stati membri, rischia di rallentare la corsa all’energia verde: si passerebbe cioè da un aumento del 6,4% all’anno dal 2011 al 2020 a un mero 1,4% all’anno dal 2020 al 2030. Putin e gli sceicchi ringraziano».

In questo pericoloso scacchiere i Paesi europei sono schierati in ordine sparso, e l’Italia non occupa una casella particolarmente virtuosa. «Il nostro energetico Primo Ministro non si è per nulla interessato al versante Clima/Energia del Summit di ottobre, pur avendo l’Italia la Presidenza di turno. Anzi le sue dichiarazioni pro-trivelle, pro-South Stream, pro-gas non annunciano nulla di buono. Il lavoro dei negoziatori italiani, stretti dal coordinamento e dal metodo Van Rompuy non è emerso gran che; il dibattito in Italia è stato nullo e anche questo ha avuto un impatto sull’atteggiamento sostanzialmente eco-indifferente del governo italiano».

Eppure l’Italia non parte da zero: il nostro sistema energetico fa leva su importanti punti di forza, e potrebbe svilupparsi ancora in modo sostanziale e verde. Una politica industriale finalizzata a valorizzare queste potenzialità potrebbe «ottenere un risparmio potenziale al 2020 pari a oltre 86Mtep di energia fossile e a una riduzione della bolletta energetica del Paese di oltre €25 miliardi; mobilitare circa € 130 miliardi di investimenti; aumentare la produzione industriale diretta e indiretta di € 238,4 miliardi e un crescita occupazionale di circa 1,6 milioni di unità di lavoro standard; incrementare il Pil medio dello 0,6% annuo e, considerando anche gli effetti netti sulla fiscalità, il beneficio netto collettivo sarebbe potenzialmente superiore a €1,5 miliardi l’anno».

Insomma, Renzi, presidente di turno dell’Ue, farebbe bene a ripensare la sua confusa politica energetica, magari ricordandosi delle promesse fatte alle primarie del PD (50% di energie rinnovabili) e del suo impegnato discorso al Climate Summit dell’Onu a settembre. Cose che viste da Roma o da Bruxelles sembrano appartenere ad un secolo fa… o forse al prossimo secolo.